Pergine: c'era una volta la pazzia
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Pergine
Quando il dottor Francesco Saverio Proch pubblica il celebre opuscolo in cui fa un lista lunga così dei motivi per cui è necessario aprire un ospedale in Trentino è il 1850. Tutti gli infermi della Contea tirolese, compresi quelli trentini, vengono normalmente ricoverati nell’ospedale psichiatrico di Hall in Tirolo.
Un articolo sulla pazzia? Macché, non siamo mica matti. Solo due parole su nascita, evoluzione e morte di quella complessa struttura, città nella città, che rispondeva al nome di Manicomio di Pergine Valsugana, eretto – si legge nel documento di inaugurazione – “con grave dispendio della Provincia”.
Proch è un medico coscienzioso e non riesce ad ignorare che il numero dei “mentecatti” è insostenibile per la struttura. Inoltre, costringere i malati in un Paese diverso da quello natìo non dev’essere il massimo. Proch ci va giù pesante. Accusa apertamente i colleghi di Hall di razzismo nei contronti dei degenti trentini.
Tuttavia tra la delibera della Dieta tirolese e l’inaugurazione ci passano la bellezza di otto anni. Ok. Si fa il manicomio trentino, ma dove? I comuni candidati sono diversi. Si sgomita, insomma. Anche perché a ben guardare l’ospedale psichiatrico è un affare a livello economico: offre posti di lavoro ed opera un forte indotto nelle economie locali.
Alla fine la volata la vince Pergine Valsugana, dove il conte Crivelli vende al Comune la grande azienda agricola di Maso San Pietro. Metà del costo è sostenuto dalla Giunta Provinciale.
L’edificio viene fatto a regola d’arte. Oddio, in paese ben presto si inizia a mormorare di lavori condotti male. Al punto che la Giunta si vede costretta a fermare tutto quando si è ormai al tetto. All’inizio le perizie degli ingegneri ministeriali sembrano dare ragione alla vox populi. Poi, non si capisce come, il parere dei tecnici si capovolge (“Ci siamo sbagliati… A ben guardare…”, ecc.) e i lavori riprendono di buona lena. Con qualche variazione sul tema. Nel senso che gli allegri progettisti si rendono conto che qua e là occorre tirare su qualche “edificio minore”. Così, in quattro e quattr’otto, ad esempio, viene eretta la Badehaus (lavanderia e bagni). Già, i vecchi bagni posti accanto alle cucine non erano esattamente il massimo…
Vabbé. In tutti i modi, si giunge alla fine. I mobili arrivano da Innsbruck, a camicie di forza e biancheria ci pensa la Casa Madre delle Suore della città austriaca.
Visto dall’alto il Manicomio ha la forma di una E coricata, soluzione architettonica già adottata in diverse costruzioni simili dell’Impero. Per quelli del posto: la pancia della E, la facciata principale, dà le spalle al Castello e guarda la Chiesa parrocchiale.
Se il buon giorno si vede dal mattino, gli auspici per l’Ospedale psichiatrico di Pergine non sono i migliori, considerato che la sontuosa cerimonia di inaugurazione prevista per il 19 settembre 1882 viene annullata a causa dell’emergenza alluvioni.
La struttura perginese è capace di ospitare circa duecento pazienti, o meglio centodieci perché i primi novanta sono già arrivati, dopo un viaggio da tregenda, da Hall in Tirolo. Anche per questo i vertici dell’Ospedale si rendono conto ben presto che il fabbisogno di posti letto è ben più alto di quello previsto. Amministratori e dirigenti dell’Ospedale di Pergine avranno un bel da fare a trovare una sistemazione per le centinaia di malati che, negli anni seguenti, affluiranno da tutto il Triveneto.
Durante il primo inverno, inoltre, i degenti devono fare una scoperta agghiacciante (in tutti i sensi). I lunghissimi corridoi che tutti i giorni devono attraversare sono sprovvisti di riscaldamento. La premiata ditta Sugg & Kaiser di Monaco ha ritenuto superfluo scaldarli, dato che Pergine è molto più a sud di Monaco ed è così favorita – secondo loro – da un “caldo clima meridionale”…
Verso la fine del secolo, si decide di mettere mano alla struttura. Innanzitutto, si allaccia la corrente elettrica alla Centrale di Serso, una delle prime del genere in Italia. Poi, si tenta di ricavare alcune cantine, perché, può sembrare assurdo, ma le cantine non erano state previste in sede di progettazione. Infine, si smantella completamente l’impianto di riscaldamento fatto da quella ditta del Kaiser e si incarica una ditta di Torino per quello nuovo.
Ma, come è stato accennato prima, il vero problema si rivela essere di natura umana. Nel senso che lo spazio per la degenza è davvero poco.
Ben presto la direzione è costretta a respingere numerose richieste di ammissione, anche perché molte dimissioni vengono giudicate affrettate dai Comuni di appartenenza dei “mentecatti”, che non si accontentano delle dichiarazioni di non-pericolosità rilasciate dell’Istituto. D’altra parte il concetto di non-pericolosità è relativo. Ma cosa non era relativo in quell’Ospedale?
Nel 1903, uno speciale comitato tecnico nominato dalla Giunta provinciale fa la nuova lista della spesa. Vengono tirati su due nuovi padiglioni da cinquanta posti l’uno (“Pandolfi” e “Perusini”), viene acquistato un podere nella vicina Vigalzano per l’apertura di una colonia agricola, si mette mano nuovamente al vecchio edificio, si sposta la cucina, ecc.
Quando si pensa che finalmente l’Ospedale abbia raggiunto una sua stabilità architettonica, ci pensa la Grande Guerra a scombinare le carte. L’esercito imperialregio abbisogna di un ospedale militare. Costruirlo? Ma nemmeno per sogno. Ci si adatta nel manicomio di Pergine. Cinquecentoequattro pazienti vengono caricati sul treno e saluti e baci. Volenti o nolenti raggiungono posti dai nomi che sembrano sciarade: Ybbs, Mauer-Öhling, Klosterneuburg.
Con l’annessione al Regno d’Italia, si può riattaccare con la solfa dei lavori in autonomia. Il nuovo direttore italiano, Guido Garbini, autorizza l’ampliamento della struttura. Come un lego i cui pezzi non finiscono mai, sulle propaggini esterne della famosa E rovesciata viene fatto su un altro piano. Ma lo spazio ricavato, evidentemente, non basta. L’anno successivo, altri due padiglioni vengono su come funghi. L’ospedale è ormai una piccola città nella città. I pazienti hanno raggiunto il mostruoso numero di settecentocinquanta.
Ma c’è chi non ha perso nemmeno un minuto a cercare un soluzione per le malattie mentali. O meglio. Ha scelto di risolvere il problema eliminandone il presupposto: i malati. No, per niente facile raccontare quella mattina del 26 maggio 1940 alla stazione di Pergine, tentare di immaginare i volti di quella gente in partenza per la Germania nazista.
Gli accordi italo-tedeschi prevedono la possibilità per i cittadini italiani di lingua tedesca di optare per la cittadinanza germanica, previo trasferimento nella nazione teutonica. Questo vale anche per i degenti di Pergine. Sono “mentecatti”, va bene, ma i diritti civili non li hanno mica perduti. Bene. Sono circa duecentocinquanta quelli che decidono per l’opzione. Probabilmente sperano in una vita migliore, in cure più efficaci. E ad attenderli, infatti, c’è una cura che finalmente li guarisce. Per sempre. Una camera a gas.
Soppressi come bestie infette all’interno della raccapricciante “Operazione T4”, un programma di eliminazione sistematica degli individui fisicamente e psichicamente menomati. Grazie ai nazisti, la dignità umana raggiunge il suo punto più basso in millenni di Storia.
Durante il dopoguerra, il problema principale (grazie al cielo) ridiventa quello del sovraffollamento. Nel 1949, viene aperto un reparto al Maso Martini. Dieci anni dopo, da un vecchio fienile si ricava il padiglione “Ferretti”. Nel 1966, infine, viene inaugurato il “Benedetti”. La media giornaliera dei degenti giunge a qualcosa come 1700 individui. Un’enormità.
Ci si rende conto che così non può continuare. La Legge Basaglia è più vicina di quanto non si possa credere. La pazzia, ormai, ha gli anni contati.
2008 - Due anniversari. Abbasso la pazzia
Oggi, tra le altre cose, l’ex-Ospedale psichiatrico di Pergine è adibito a poliambulatorio e fornisce diversi servizi sanitari, dalla guardia medica alla radiologia. Nel Parco dei Tre Castagni si svolgono allegri e partecipati concerti. I pazzi non esistono più. Almeno così pare. Sono lontani i tempi in cui per i malati psichici non si trovava nemmeno un posto al camposanto: no, là pare che i perginesi non ce li volessero. Così venivano sepolti in un piccolo cimitero ricavato accanto all’ospedale. La follia era cosa brutta, molto vicina al demonio e, quindi, lontana da Dio.
Uno sbaglio. Si è cominciato a capirlo il 2 ottobre 1968, uno di quei momenti in cui le storie cambiano nella sostanza. Il momento in cui arriva il “pirla” di turno che è disposto a farsi venire un dubbio. Così non va. Siamo sicuri che rinchiudendo i malati, accatastandoli come balle di fieno in questi ospedali sia la cosa giusta? E se provassimo a tenerli più a contatto con il mondo esterno? A non farli sentire più dei malati ma soltanto delle persone che hanno un problema?
Così, in Trentino si istituisce il Servizio d’igiene mentale. Basta con gli ospedali strapieni, finiamola di annotare il ricovero nel casellario giudiziario come se avere problemi mentali equivalesse a commettere un reato.
Passano dieci anni, e un signore di nome Basaglia decide di andare ancora oltre. Se vogliamo smettere di considerare pazzi i malati la priorità è una sola: eliminare i manicomi. D’ora in poi, i disturbi mentali, saranno curati nelle Unità sanitarie locali preposte; così come si fa per i disturbi alla circolazione sanguigna o per gli scompensi cardiaci. Il 17 luglio 1978 vengono così bloccate le ammissioni coatte e volontarie.
L’ultimo malato recidivo viene ammesso a Pergine il 27 settembre 1982. Rimangono gli ultimi 500 pazienti che, con una parola che purtroppo non fa onore al legislatore, vengono definiti “residuo psichiatrico”. Come una specie di immondizia la cui raccolta va certamente differenziata. E guai a sbagliare bidone.
("l'Adige" del 12 marzo 2008)