Romanino e il volto dell'ucciso
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La via di Germania, frequentatissima, come sempre, passava attraverso il Borgo di S. Martino, uno dei più antichi e pittoreschi della città, stretto tra l’Adige e le rupi della Cervara. A guardia del porto fluviale, dei cantieri delle zattere e dei barconi e del Dazio c’era la porta che prendeva il nome dallo stesso santo. In tutto il borgo vi erano un buon numero di osterie che tutte le sere si animavano, riempendosi di carradori, bettolieri e zatterieri. Le risse erano all’ordine del giorno e il vino scorreva a fiumi.
Il bresciano Girolamo Romanino giunse a Trento a tarda sera, battendo i denti per il freddo. La primavera dell’anno del Signore 1532, infatti, ancora faticava a lasciarsi alle spalle un rigidissimo inverno. Romanino passò il ponte sotto a Torre Verde e vide il Magno Palazzo lì sullo sfondo. Pensò che era stata una fortuna per lui che Bernardo Clesio avesse deciso di rinviare i lavori. Per quanto avrebbero potuto scaldarla quella Loggia, il freddo doveva essere stato terribile. Con le mani gelate cosa ci vuoi dipingere, un pupazzo di neve? L’estate dell’anno prima, invece, i primi affreschi li aveva eseguiti con sollecitudine: la camera da letto, la Sala delle udienze, il revolto sotto la loza. Il Cardinale lo aveva elogiato per la “promptitudine” dimostrata verso la fabbrica del palazzo e lo aveva invitato a tornare dopo l’inverno per completare la Loggia.
Romanino era tornato volentieri a Trento. Clesio si era rivelato un ottimo committente. Magari a Cremona e a Padova lo avessero pagato altrettanto bene e prontamente. Con tutti quei fiorini era riuscito finalmente a comprarsi una casa degna di un pittore della sua fama. Aveva lavorato talmente bene che alla fine il Clesio lo aveva preferito nientemeno che al Dosso, il pittore di Corte degli Este, per la realizzazione di numerose stanze e soprattutto di quellla intrigante Loggia.
Romanino entrò al Castello del Buonconsiglio senza farsi annunciare. Salì le prime scale, rivide alcuni suoi affreschi e si diresse verso la Sala delle Udienze. Trovò davvero strano che nessuno gli si opponesse innanzi a sbarrargli il passo o quantomeno a domandargli cosa volesse. Era come se tutto il maniero fosse avvolto da una misteriosa incantagione. Il bresciano cominciò ad avere un po’ di paura. Ad un certo punto stava per ritornare sui suoi passi quando la voce di due uomini lo attirò verso una stanza illuminata dalla luce fioca di una candela.
– Quel Romanino è davvero una guastafeste. Tra poco sarà di ritorno a Trento, ma io convincerò Bernardo a respingerlo e a lasciare a me il completamento dei lavori.
– Ma Maestro Marcello, voi non potete mettervi contro il volere del Cardinale.
– Lo convincerò che la pittura del Romanino è piena di errori ed è totalmente sbagliata per il suo Magno Palazzo.
– Se la Magistratura della Serenissima scoprisse il vostro inganno, la revoca del bando si allontanerebbe per sempre.
– Correrò il rischio. Ne va della mia dignità di pittore e di uomo innocente.
Romanino ascoltò quel dialogo serrato trattenendo il respiro. Quel Fogolino non gli era mai stato particolarmente simpatico. Solo adesso realizzava il motivo di certi suoi sguardi infidi e di alcune sue taglienti battute alla presenza del Clesio. Pure avrebbe egli potuto sbugiardarlo senza problemi, rinfrescando la memoria al Cardinale su quella storiaccia vicentina, in cui Marcello Fogolino e suo fratello Matteo avrebbero commesso nientemeno che un omicidio.
Girolamo Romanino aveva però il suo asso nella manica. Conosceva a Trento un testimone oculare di quel crimine. Uno zatteriere concittadino dei Fogolino che una volta che aveva bevuto un po’ aveva raccontato la faccenda in un’osteria del Borgo di San Martino.
Il giorno dopo il pittore bresciano si presentò al Castello al cospetto di Bernardo Clesio, pronto a mettere mano alla sua Loggia, assieme ad un non previsto assistente. “Mi aiuterà con i colori e con i ponteggi” si era giustificato Girolamo davanti agli interrogativi del Cardinale.
Fetonte che frusta i suoi cavalli prese forma ad una velocità che sorprese tutti, dai soprastanti ai manovali. Romanino lavorava con furia, come se si portasse addosso una specie di febbre. E mentre delineava il viso del figlio del Sole il misterioso aiutante gli suggeriva l’altezza di un zigomo e il taglio degli occhi, l’ampiezza della fronte e la piega dei capelli. O quell’uomo aveva davvero conosciuto Fetonte in persona, oppure il progetto dei due era un altro, più recondito, ma non per questo meno esplosivo.
Fogolino passò sotto alla Loggia con la sua solita aria strafottente. Non degnò nemmeno di uno sguardo il Romanino, in un angolo intento a pulirsi le mani. Alzò lo sguardo. Osservò per primi i tre cavalli: bianchi, possenti, che cavalcano il cielo mostrando la loro virilità. Poi la sua attenzione fu attratta dal carro e, soprattutto, dal cocchiere. Marcello Fogolino sobbalzò quando riconobbe nel viso di Fetonte quello del giovane della cui morte egli era accusato e per la quale aveva dovuto lasciare Venezia. Gli sguardi dei due pittori si incrociarono. Quello del Romanino aveva la luce di chi sa di aver vinto una guerra.
("Trento Informa", settembre/ottobre 2006)