Segantini e la chiromante
Archiviato in:Giovanni
Segantini
Davanti all’Osteria Vecchia sostavano i cocchi degli ultimi turisti in partenza. La stagione era stata davvero brillante, le dame erano pronte a ripartire per casa, con in mano le cartoline illustrate, i mazzolini di stelle alpine e una bottiglia di grappa con la genziana da regalare ai nonni in madrepatria. Bella era stata l’estate, ma ora che settembre aveva riaperto gli scuri, il processo a Dreyfus appena concluso, il piccolo borgo di Maloja si preparava ancora una volta a spopolarsi.
Bice diede un’occhiata all’orologio e scosse il capo sorridendo. Quel poltrone di suo marito non si era ancora destato dalla pennichella post-prandiale che ultimamente aveva preso l’abitudine di fare. Si avvicinò alla porta dello studio circolare e appoggiò l’orecchio sul legno. Nessun rumore e nessun dubbio sul fatto che Giovanni Segantini stesse ancora dormendo.
Ma non era così. Bice lo trovò in piedi davanti alla tela della “Morte”, con lo sguardo perso e la solita familiare espressione da burbero. Era davanti a quel quadro, uno dei tre che sarebbero dovuti andare a Parigi, all’Esposizione universale. Raffigurava le montagne innevate sopra il paese, in primo piano alcune figure di nero vestite adempiscono al triste offizio di un funerale.
– Giovanni, che stai facendo?
Lui si voltò. Aveva l’aria stanca, nonostante si fosse svegliato da poco.
– Non ce la farò mai.
– A far cosa?
– Mi sembra di non avere il tempo per finir la mia opera.
– Hai ancora un anno davanti a te – sorrise Bice.
Giovanni aggrottò ancora di più le sopracciglia. Poi indicò il quadro a cui stava lavorando.
– Vedi, due uomini escono da questa porta portando a spalla una bara. Nel dormiveglia, poco fa, mi sembrò di veder raffigurato il mio funerale.
Bice ebbe un sussulto. Si avvicinò al marito e lo abbracciò teneramente.
La metropolitana, il cinematografo, la Tour Eiffel, la Gare d’Orsay: quante meraviglie avrebbe accolto nel suo ventre l’Esposizione universale di Parigi. L’idea galvanizzava Segantini, ma non per presunzione, quanto per l’orgoglio che gli gonfiava il petto. Portare alto il nome dell’Engadina, la regione che lo aveva adottato, nel cuore della manifestazione parigina avrebbe significato far conoscere quello sconosciuto lembo di mondo al mondo intero, ai milioni di visitatori che avrebbero visitato i padiglioni. E il tutto sarebbe avvenuto attraverso quell’opera: il Trittico delle Alpi. Quadri, semplici tele imbrattate di colore che però avrebbero preso la Natura per i capelli e l’avrebbero immortalata, imprigionata, in bella copia, quasi che si corresse il pericolo di perdere tutta quella meraviglia all’improvviso.
La neve calpestata dagli scarponi scoppiettava allegramente. La strada di Pontresina, appena superata la chiesa, si infilava repentinamente nel fitto bosco. Le acque del Roseg scorrevano poco più in alto, contaminando il silenzio che avvolgeva tutta la montagna.
Giovanni si fermò e si voltò verso il suo mecenate, l’amico Grubicy. Il piccolo Mario attese il padre poco più avanti, seduto su un sasso assieme alla Baba, la fida bambinaia.
– Allora, io vado.
– Mi raccomando, fa un buon lavoro. Che li stendiamo tutti a Parigi.
– Fossimo riusciti a realizzare quel progetto… Altro che Trittico della Montagna.
– Ascolta, Seganto. Duecento metri di plastico secondo me sono una follia. Costava meno prendere l’Engadina e portarla tutta di peso nei padiglioni dell’esposizione. Non sei d’accordo?
– Fai lo stesso errore degli albergatori, secondo me. Guardate alla spesa e non ai benefici che sarebbero arrivati al turismo nel corso degli anni.
– Tì t’hai mania de spend come se tì te fussi el duca Litta…
– Addio, Grubicy. Ci vediamo a valle.
– Faglielo bene il ritratto allo Schafberg. Ciau, Seganto!
E lo Schafberg, la montagna delle pecore, se ne stava lassù ad attendere l’artista, con la falsa modestia di una primadonna del belcanto che si imbelletta in camerino prima di esibirsi davanti ad un pubblico estasiato.
Settembre arrossava il bosco di foglie, bacche e mirtilli.
Il piccolo Mario cominciava a dare segni di stanchezza e continuava a domandare ragguagli su quanto mancasse alla capanna. Baba cercava di tranquillizzarlo raccontandogli qualche storiella. Giovanni, invece, procedeva pensieroso. I portatori erano già giunti a destinazione con i sacchi delle provviste, le coperte, ma soprattutto la mastodontica cassa contenente il quadro da portare a termine.
L’inverno era alle porte e portava con sé quella malinconia che in Giovanni attecchiva tanto facilmente. Ma non era solo il recente incubo nello studio ad angosciarlo. Poco tempo prima, si era fatto fare un oroscopo da Aniusca, una chiromante russa incontrata in casa della principessa Bibesco. Il responso era stato esaltante: Giovanni Segantini avrebbe avuto una vita lunga come quella del maestro Tiziano. Gloria e successo avrebbero accompagnato l’artista trentino fino alla soprendente età di novantanove anni. Eppure, la predizione lo aveva gettato in un profondo stato di prostrazione. Era strano, ma lui nelle parole e nel tono di voce tremolante di Aniusca aveva colto degli accenti non veritieri.
Il quadro della “Natura” venne piantato nel terreno su uno spiazzo a picco, poco sotto il rifugio. Da lì, arrampicato su una fila di casse in maniera da giungere all’estremità superiore della tela, Giovanni riusciva a vedere l’intera catena delle montagne che aveva abbozzato: dal Bernina allo Julier. Più in basso si stagliava la vallata dell’Engadina punteggiata di specchi d’acqua. E poi, quasi invisibili, le case di Maloja.
Lavorava con una specie di febbre addosso. Sentiva di essere in ritardo per Parigi e allora stava anche quindici ore al giorno con i pennelli in mano. Non voleva essere disturbato nemmeno per la colazione. Quando i morsi della fame proprio non volevano lasciarlo tranquillo, tirava fuori dallo zaino un vasetto di Liebig, l’estratto di carne che il fratello Alberto gli aveva portato da Milano, e se lo spalmava su larghe fette di pane. Se aveva sete, prendeva un pugno di neve e, senza pensarci due volte, se lo ficcava indecorosamente in bocca.
Tutto sembrava procedere per il meglio e secondo i piani del Maestro.
Ma il giorno dopo, giovedì, Giovanni era appena salito in cima alla sua impalcatura fatta di casse, quando una fitta al ventre lo fece piegare in due dal dolore. Uno spasmo breve, intensissimo, come se qualcuno lo avesse tagliato in due con un’affilatissima lama. Un dolore puro e incontaminato, proprio come i ghiacciai che da lì si potevano ammirare.
Giovanni provò a raddrizzarsi, respirò l’aria fredda e secca dello Schafberg e si rimise al lavoro, con un velo di angoscia in più nel cuore. Cosa diavolo stava succedendo? Cos’erano quelle fitte che parevano spaccargli la pancia ogni due o tre ore?
Baba lo vedeva prostrato e pregava di nascosto. Abbarbicata a 2700 metri d’altezza, con un ragazzino ed un uomo sofferente non poteva certo dirsi tranquilla. Era combattuta, indecisa se scendere o meno a valle a chiedere aiuto. Anche perché Giovanni nicchiava, continuava a sostenere che non c’era ragione di chiamare un dottore.
Tuttavia, al sabato, anche lui dovette arrendersi. Non riuscì ad alzarsi dal letto a causa del male. La grande tela della “Natura” non avrebbe visto il suo creatore, quella mattina. E nemmeno quelle successive. Baba si precipitò a valle a chiamare aiuto.
Il dottor Bernhard, grande amico di Giovanni, raggiunse la vetta con un paio di infermieri, una cassetta di medicamenti e di ferri.
– Batt i pagn salta foeura la strìa – scherzò Giovanni appena lo vide comparire sulla soglia della baita.
La diagnosi non lasciava speranze: peritonite. Il paziente non era né trasportabile, né tanto meno operabile in simili condizioni ambientali. Era necessario, infatti, che nella capanna ci fossero almeno ventisette gradi. Tutti si adoperarono per scaldare il più possibile, ma ciononostante si raggiungevano a malapena i quindici.
Stordito dall’agonia e dalle iniezioni di calmante, Giovanni viaggiava con la fantasia tra i padiglioni dell’esposizione universale di Parigi. Vedeva la metropolitana e si arrampicava sulla Tour Eiffel. Ripensò alla sua terra natìa, il Trentino, rivide il negozio di vino, formaggio e frutta che suo padre aveva Trento, in via San Martino. La bottega fotografica di suo fratello Napoleone a Borgo Valsugana. Si rammaricò perché non avrebbe più potuto accontentare il podestà di Arco, il suo paese natale, che gli chiedeva un trionfale ritorno a casa.
Al suo capezzale c’era Bice, i figli, gli amici più fidati. Non si aspettava più nessuno. Eppure, in piena notte si sentì battere alla porta della baita. Nessuno si mosse per aprire. Eppure il misterioso visitatore insisteva.
Baba si alzò dal suo scomodo riposo e aprì. Comparve una donna preceduta da un portatore con una lanterna.
– Est-ce qu’il est mort? Mon âme a dit qu’il venait de mourir – domandò in francese.
Baba le fece segnò di tacere. Ma debolmente Giovanni, dal fondo della baita, fece segno di avvicinarsi.
– Aniusca. Avete visto come sono ridotto? Non mi avevate predetto la lunga vita di Tiziano? Dovevo campare fino a novantanove anni, ricordate? Me lo avevate promesso…
La donna ruppe in un pianto irrefrenabile e si gettò disperata a ginocchioni ai piedi di quel letto di morte.
– No, mon amì. Il numero che avevo letto nelle linee della vostra mano era proprio quello. Ma non indicava l’età, bensì l’anno in cui sareste…
D’un tratto, incredibilmente, Giovanni si mise ritto sul letto. Tutti si stupirono di tanta energia e ne rimasero spaventati, come se stessero assistendo ad fenomeno paranormale, una specie di visione inspiegabile. Per lunghi attimi tutti pendettero dalle labbra del Maestro.
– Voglio vedere le mie montagne – sussurrò Giovanni.
(Poster - marzo 2008)
L’Esposizione Universale venne inaugurata in pompa magna il 14 aprile dell’anno 1900. A visitarla, alla fine, saranno in cinquanta milioni. Un successo che verrà solo eguagliato settant’anni più tardi, ad Osaka. Un’immensità di gente curiosa che potè ammirare i molti monumenti parigini costruiti per l'occasione – la Gare de Lyon, il Ponte Alessandro III, il Grand Palais, La Ruche e il Petit Palais –, il trionfo del cinematografo dei fratelli Lumière e un sacco di altre cose meravigliose. Il Trittico della Natura di Giovanni Segantini venne rifiutato dai committenti svizzeri, ritenuto non in sintonia con l’immagine turistica che si intendeva trasmettere a Parigi.
Vittore Grubicy volle onorare l’amico Giovanni esponendo a sue spese il Trittico nel padiglione italiano.