Pino Loperfido

Praecipue memoria gaudere

Amadeus è stato qui
Cronaca, chiacchiere e pettegolezzi degli incontri di Mozart con la gente trentina, raccontati da lui medesimo

Sceneggiato radiofonico in 13 puntate.



Interprete:
Andrea Castelli
Regia: Daniele Torresan

È il racconto in prima persona che ripercorre i viaggi che il giovane Mozart effettuò in Trentino tra il 1769 e il 1773. Tanti gli aneddoti sparsi nel testo, tanti gli incontri che Amadeus ha con la gente trentina, non solo in riva all’Adige, ma in particolare alla corte imperiale di Milano, dove Governatore è nientemeno Carlo Firmian di Mezzocorona. Il tono di “Amadeus è stato qui” (il titolo scelto dalla Rai è “Il Trentino di Mozart”) è molto informale e lontano dalla rigidità delle consuete biografie mozartiane. Molto tratteggiati il Trentino dell'epoca e i suoi abitanti, che sono coprotagonisti della storia: la società del principato vescovile viene abilmente tratteggiata attraverso pregi e inevitabili difetti che di certo non sfuggono al giovanissimo genio salisburghese e al suo serissimo padre, Leopold.
 
Sorprendentemente originale la colonna sonora curata direttamente dall'autore, in collaborazione con Daniele Torresan: le musiche di Mozart sono rivisitate in chiave moderna, dal jazz al blues, dal gospel al rock, fino ad alcune imperdibili versioni heavy metal dei lavori mozartiani. La sigla dello sceneggiato la dice lunga sull’ironia in esso contenuta: “Rock me Amadeus” dell’indimenticabile popsinger austriaco Falco.

«La chiesa di Ala era gremita, nemmeno ci fosse in programma un matrimonio imperiale. I trentini, notoriamente, non sono inclini a troppi formalismi, così io e il mio signor padre potemmo entrare nel tempio già con gli abiti da viaggio indosso, pronti a smammare subito dopo la benedizione. Solo che tutta quella gente pareva più interessata ai lineamenti del mio volto che alle parole del sacerdote. Io – lo sai, mia cara Costanza – era già allora talmente abituato alla notorietà che certe cose quasi non le notavo nemmeno più. Solo che – chiribbio – stavolta avevo ben capito dove volevano arrivare, con quegli occhi da pesci lessi imploranti ora rivolti a me e ora voltati verso l’organo. E quella carogna del mio signor padre, pace all’anima sua, sarebbe pure stato d’accordo, ma io scotevo il capo come un ossesso. “No, no, no, no eh! Eh, no, eh!” Perfino il prete, fregandosene della liturgia, teneva gli occhi puntati su di me. “Ma cos’è: un incubo?! Io c’ho sonno”. “Pure alle sei del mattino mi domandate di suonare?” “No, no, no, no eh! Eh, no, eh!” Buffone di corte, mi può pure stare bene. Ma incapace di intendere e di volere, no.»