Amadeus è stato qui!
Cronaca, chiacchiere e pettegolezzi degli incontri di Mozart con la gente trentina, raccontati da lui medesimo
Sigla: Rock Me Amadeus (Ihn Liebten Alle Frauen...) Falco
1.
Salisburgo, 31 maggio 1787. Wolfgang Amedeus Mozart sta dando un’occhiata, assieme alla moglie Costanza, al libretto dell’opera nuova che si accinge a musicare: Il Don Giovanni. È strano, ma Amadeus sta pensando a quei tre avventurosi viaggi che anni prima lo hanno portato a scoprire il principato vescovile trentino e a frequentare tantissimi personaggi trentini. È per questo che a quel ribaldo di Don Giovanni verserà nel bicchiere dell’eccellente Marzemino…
(Rumore di fogli)
Mia dolce Costanza, il testo mi pare buono. Io e quell’abate Da Ponte ci intendiamo a maraviglia a quel che pare. Gli avevo chiesto qualcosa che facesse ridere, ma che al contempo provocasse commozione. Una richiesta da pazzi, non metto in dubbio. Ma vedo che la creatività di quel poeta veneto è andata oltre le più rosee previsioni.
C’è solo un punto che ancora non mi convince. Una piccola cosa, per carità! Poco più di un dettaglio che agli occhi di altri scomparirebbe ma a cui io tengo in maniera particolare. Ragioni affettive, capisci? Vorrei fare un piccolo omaggio ad una terra che ho visitato tanti anni fa, ancora ragazzo, e che mi è rimasta nel cuore. Abbiamo ancora molti amici là. Certo, come ogni luogo di questa terra, non ci sono solo rose e fiori, ma rimembrare certe cose del passato stimola la nostalgia e fa bene all’anima.
Dunque, intendiamoci: da lì eravamo solo di passaggio. Non era essa la nostra destinazione, eppure l’umanità della sua gente, l’ameno aspetto dell’ambiente che ci cingeva, ed infine il buon bere ed il buon mangiare, fecero leva sul mio animo giovanile e piano piano, vincendo una riottosa diffidenza iniziale, mi conquistarono.
(Si riprende come riavendosi)
Allora, vediamo un po’: com’è che fa quel verso?
(Rumore di fogli)
Siamo ovviamente nel secondo atto. Durante la fatal cena si arriva al momento in cui a Don Giovanni vengono serviti i vini. Non dovrebbe costare tanto ad un fine poeta della guisa del Da Ponte riuscire a far sì che uno di quei vini sia il Marzemino, quel nettare gentile che nel basso Principato Vescovile Tridentino si coltiva da tempi immemori e che io stesso – pur essendo solo un giovincello – ebbi modo di degustare durante quei soggiorni di cui mi accingo a raccontare.
Il Marzemino? Mia cara Costanza, adesso ti spiego cos’è?! Sì, tu credi di sapere, ma non conosci tutta la storia…
So per certo che questo vino ha origini antichissime. Mi hanno raccontato che furono proprio i grandi eroi troiani Diomede e Antenore che, dopo le logoranti fatiche di quella lunghissima guerra, intrapresero un lungo viaggio verso l’Italia, il Veneto e poi verso il Trentino, recando con sé quella vite che produceva un vino gentile e così particolare.
Come vedi, per narrare le origini del Marzemino, il racconto deve spostarsi all’antichità e perdersi nell’ebbrezza del mito omerico. E… la sai una cosa? Mi sembra quasi di vederle le coste del Mar Nero, e lì, sullo sfondo, le basse abitazioni di Merzifon, quell’antica città in cui la vite del Marzemino fioriva e prosperava.
Certo la cena del nostro don Giovanni non avrà una conclusione positiva. D’altra parte per chi ne abbia combinate di cotte e di crude – come lui – il Destino sovente tiene in serbo una fine lenta e dolorosa. ‘Sto qui ci ha provato con Donna Anna e, scoperto in casa sua, ne ha ammazzato il padre; prende per i fondelli quell’Elvira, a suo tempo sedotta ed abbandonata. Non pago ci prova pure con la simpatica e avvenente contadinella. Un essere quanto meno incauto.
Voglio dire: a tirarla troppo – prima o poi – la corda si spezza.
Ma certo, non potremo incolpare il Marzemino per la prematura discesa agli inferi del nostro eroe. Saranno altre le sue colpe… E poi faremo certamente felice il nostro Imperatore e tutta la corte di Vienna ove quel vino gentile è tanto alla moda.
In quanto a me, avrò saldato così il mio debito di riconoscenza verso quel popolo che accolse me ed il mio signor padre come fossimo di famiglia, con quell’affetto sincero che sovente scaturisce dall’amicizia. (pausa) E se davvero non era sincero e in quei rapporti l’amicizia non c’entrava un fico secco beh, allora… O io ero e sono un fesso oppure sarei costretto ad ammettere che quando i trentini si impegnavano sapevano fingere molto, ma molto bene.
1) Musica
Aria dal “Don Giovanni” – secondo atto, citazione del “Marzemino”
Ecco, così mi piace. (pausa) La sai una cosa? Se chiudo gli occhi e rivolgo la mente al passato, per un attimo mi sembra di essere nuovamente seduto in quella carrozza diretta verso sud che ad ogni buca del terreno ci percuoteva le membra.
Natale si stava avvicinando a grandi passi e per un ragazzino di tredici anni, quale io ero, il viaggio era in fondo un’avventura da gustare fino in fondo. Per questo me ne stavo col naso schiacciato sul finestrino, incurante degli spifferi ghiacciati che dall’esterno riuscivano ad intrufolarsi nel caldo tepore dell’abitacolo. Fuori la neve caduta già da alcuni giorni non aveva perso la sua freschezza e pareva soffice come un cuscino. La valle era austera, lunga e stretta, eppure accogliente, premurosa, perché nella sua forma allungata pareva accompagnare i viaggiatori, consigliare la retta via verso Verona e i possedimenti imperiali di Veneto e Lombardia. Il fiume Adige, che scorreva sornione, aveva l’aria furbetta di chi la sa lunga; faceva come certuni padroni di casa che, pur senza fartelo pesare oltremodo, vogliono sottolineare ogni volta che in quel posto tu sei solo un ospite e come tale sei tenuto a comportarti.
Il millesettecentosessantanove si accingeva a segnare il passo. Col mio signor padre avevamo la necessità di recarci a Milano ed in altre città italiane che ancora non avevamo visitato durante il nostro primo viaggio in Europa. Vanno bene le lodi sperticate e gli apprezzamenti, fanno piacere i battimani ed i complimenti delle donzelle innamorate, ma… un paio di contratti a quel punto ci volevano proprio. Sì, i soldi, insomma. Senza quelli l’arte puoi solo impararla e metterla da parte in attesa di tempi migliori. E in Italia c’erano concrete possibilità di venire ingaggiati.
E poi avevo tanta voglia di ascoltare un’opera buffa nella patria in cui essa era stata inventata, perché non è l’istessa cosa di asistervi altrove. Come quando si degusta il vino nella cantina e poi alla locanda e poi ancora in casa propria: non so perché, ma il sapore non è mai l’istesso.
Se sei un musicista, sei di madre lingua tedesca e vivi nel Settecento proprio non puoi fare a meno di fare una capatina in Italia, soprattutto se vuoi ottenere fama e considerazione in patria. È una tappa obbligata, quasi un rito di iniziazione.
Comunque, eravamo partiti da Salisburgo il giorno di Santa Lucia, naturalmente confortati dal possesso di ben due lettere di raccomandazione consegnateci da Sua Eccellenza il Maresciallo di Corte. Una per Il Barone Pizzini di Rovereto e un’altra per il Conte Settimo Lodron. Hai visto mai che una sola non fosse bastata…
In due giorni di viaggio giungemmo alla città di Innsbruck ove – esausti – sostammo per certo tempo…
(Cambiando tono di voce)
Ma giacché ci sono, voglio confessarti una cosa. Una volta per tutte sento di desiderio di levarmi questo peso ingombrante dallo stomaco. Come tu sai io cominciai ben prima dei tredici anni a comporre musica e a suonare in questo o in quell’altro salotto. Mi ero fatto una discreta fama in patria e non solo. Cosa che, per come vanno di solito le cose, avrebbe dovuto farmi piacere almeno quanto inorgogliva senza dubbio il mio signor padre. Sentirsi apprezzati e ben voluti in mezza Europa, ricevere complimenti da nobili e regnanti, osservare l’ascesa del buon nome dei Mozart di Salisburgo nell’Olimpo dei grandi dell’arte era piacevole, non dico di no.
Però talvolta capitava che l’attenzione che vorticava attorno alle mie abilità musicali non si limitasse al gentile gesto di chi discretamente si approssima al fortepiano mettendosi all’ascolto della musica. Negli sguardi assetati di novità io coglievo spesso un ché di morboso, come se il sottoscritto fosse davvero un saltimbanco, un giocoliere anziché un musicista, seppure giovane.
Non è bello sentirsi additati a quel modo, intuire le parole che i presenti bisbigliano curiosi tutt’attorno, ben sapendo che poco hanno a che fare con l’arte che in quel momento si sta colà praticando. Ebbene era così che io mi sentivo ogni tanto: un fenomeno da baraccone, un’attrazione imperdibile che il mio signor padre portava in giro per l’Europa come un trofeo personale da mostrare nei salotti e nei palazzi di Principi, Conti e Baroni. Voglio dire, ero un figliolo non un giocattolo.
Eppure, nonostante la malsopportassi, questa disdicevole abitudine si perpetrava già da diversi anni, ed il suo canovaccio si ripeteva noiosamente, corte dopo corte, salotto dopo salotto, come la scena di un’opera che il librettista per errore fa ripetere due volte in un solo atto.
(Con enfasi)
“Ed ecco a voi il bambino prodigio che a quattro anni già componeva. A sei dava concerti. A dodici ha messo assieme la sua prima opera lirica” E con questo? Chi poteva controllare la veridicità di quelle altisonanti affermazioni? In fondo, alla pazza folla si poteva raccontare di tutto senza pericolo alcuno di venire smentiti. (Enfatico) “A sei mesi ha recitato un poema del Metastasio. A un anno e mezzo si cambiava il pannolino da solo. A due si guardò alla specchio e disse alla sua immagine riflessa: quasi quasi da grande io faccio il genio!”.
Indimenticabili convegni quelli della mia gioventù. Durante le presentazioni venivano giù i saloni per gli applausi, le laudi ed i sospiri di maraviglia si sprecavano. “Incredibile”. “Prodigioso”. “Unico”. “Veramente raro”. E via con le lodi.
Io gonfiavo il petto e provavo un’ebbrezza unica, la gioia allo stato puro, forse perché ancora non intuivo la malizia e l’adulazione di cui è capace certa gente, che loda loda loda solo per un bieco interesse personale. Ti solleva in alto, verso il firmamento, solo per non averti vicino. Voglio dire, ero ingenuo, ma non troppo.
Cosicché, ogni volta, entravo in mezzo alla folla gaudente e mi sedevo al clavicordo o al fortepiano, intrecciando le mani facevo schioccare le dita, sistemavo lo spartito e facevo quello che dovevo fare: la sola cosa – l’unico insostituibile motivo – per cui avevo oramai la certezza io fossi venuto al mondo: suonare!
2) Musica
Mozart Sonata The Crazy Guy, Earl Krause Honky Tonk Classic Jazz
Na gut! Mia cara mogliettina, s’è fatto tardi a furia di folleggiare con la memoria. Non voglio tediarti con le mie paranoie adolescenziali. D’altra parte chi non può dirsi scontento degli anni passati alla mercede di un padre e di una madre, a zompettare tra i “questo-non-si-fa” e “quest’altro-non-si-deve-dire”… Chi non si è mai lamentato di quanto vissuto a quell’età in cui l’essere umano non è fatto per starsene zitto e fermo, ma – se solo glielo lasciassero fare – vorrebbe… volare? Chi non l’ha mai fatto?!
Nessuno. Proprio nessuno.
2.
È il 22 dicembre del 1769 quando il tredicenne Amadeus entra assieme al padre Leopold in Bolzano. L’impressione non è per niente positiva.… La musica non è nemmeno argomento di discussione. Altri paiono essere gli interessi dei nobili bolzanini: Due giorni dopo, alla vigilia di Natale, anche Trento accoglie freddamente i due viaggiatori che si rifocillano in una locanda affacciata sulla Piazza del Duomo, proprio davanti a quella fontana che Amadeus conosce molto bene…
Beh, si fa presto a dire “Valle dell’Adige”. Prima di arrivarci ci sono le alpi da scavalcare, la neve, il ghiaccio, annessi, connessi e compagnia bella. E poi devi passarci in mezzo a quell’inquietante territorio che risponde sal nome di Tirolo del sud. Lo sai, Costanza, perché dico “inquietante”? Per una ragione molto semplice. Perché le sensazioni negative che provai in quelle città furono tali e tante che me le ricordo ancora oggi. Boh, non so spiegarti esattamente il perché. Io so solamente che quando il 22 dicembre del sessantanove entrammo a Bolzano, il mio signor padre e io eravamo convinti di fermarci lì a trascorrere le feste natalizie. Ed invece ci rimanemmo solo un giorno e mezzo, a causa di una certa frenesia che ci prese all’improvviso di lasciarci quanto prima Bolzano e i bolzanini alle spalle. Come quando vai a trovare un parente che non vedevi da una vita e non appena varcata la soglia ripeti a te stesso: “Io da qui me ne devo andare! Al più presto!”
Na gut! Prendemmo una piccola camera alla locanda “Al Sole”, ma a pranzo – il giorno del nostro arrivo – andammo a casa del violinista Johann Anton Kurzweil, una vecchia conoscenza di quel marpione di mio padre che all’epoca era primo violino della cappella del Duomo della città. Fu la prima ed ultima volta che lo vedemmo perché, poverino, morì pochi mesi dopo di tubercolosi.
Inquietudine, malattie, morte: niente da dire, proprio una città che mette allegria… Anche quella sera, a casa del commerciante Joseph Kaspar Anton von Grumer, un massone che poi diventerà sindaco, mi aspettavo se non un’Accademia musicale, qualcosa che le assomigliasse. Ed invece l’argomento più musicale che si trattò in quel salotto fu il tintinnare delle monete d’oro. Strategie finanziarie, speculazioni, risparmio, tassi di interesse: non c’è che dire, proprio un sacco di bella roba. Un vero ambiente culturale. Mi sentivo accerchiato da tutte questa pletora di contasoldi che stava alla musica come un cavallo sta ad una sala da ballo.
“Ammazza del viaggio in Italia!”, mi ritrovai a pensare più volte in quei due giorni. “Se ci rimango ancora un po’ in questo posto va a finire che da grande cambio mestiere”.
Così, il giorno dopo scroccammo – con grande eleganza – un pranzetto succulento a casa di Johann Peter Paul Stockhammer, che era un nostro concittadino proprietario di una fabbrica di nastri di seta a Bolzano. Grandi onori e trattamento lussuoso, non dico di no. Ma chiribbio, l’argomento di conversazione era sempre lo stesso: i soldi! La musica, per il momento, restava solo una parola dal significato sconosciuto.
3) Musica
KV 64 Menuett für Orchester D-Dur
Magic Flute Overture Vienna CC Mozart 2006
Carrozza e locanda. Cena da tizio, pranzo da caio, locanda e di nuovo carrozza. Ma io e il mio signor padre – tutto sommato – non eravamo stanchi. Nel sessantanove avevo solo tredici anni, ma non era certo la prima volta che le nostre persone si portavano da un luogo all’altro. Come tu già sai – mia cara Costanza – già sette anni prima fummo introdotti nientemeno che alla corte di Monaco dove, assieme alla mia sorellina Maria Anna, suonammo con gran successo il clavicordo. Tanto fu il clamore di quell’esibizione che il mio signor padre decise di fare questa cosa nuova chiamata tournée, un vero e proprio peregrinare di palazzo in palazzo per far vedere quanto masticavo bene l’arte della musica. Se ci penso adesso, era una cosa fuori di testa. Voglio dire, avevo solo sei anni! Mia madre, che mai ci seguiva in tali viaggi, ci scongiurava di riguardarci e di aver più cura degli esser nostri. Ma ad onta dei suoi rimproveri e delle sue raccomandazioni durò ben tre anni e mezzo il girovagare nostro attraverso l’Europa.
E adesso, eravamo di nuovo in giro. In Italia, la patria delle opere buffe, di Dante Alighieri, Petrarca e, soprattutto, del Metastasio.
Ma l’Italia è soprattutto la sua musica. E come si fa a vivere senza la musica? Rinunciare al dolce piacere in cui essa ti permette di avvolgere tutto l’essere tuo e galleggiare sulle dolci ali della melodia, mentre senti che tutto il tuo essere e la tua vita acquistano una grandezza, un’importanza, una densità mai vista prima…
Tutti pensieri abbastanza femminili – questi – che mi vorticavano nel capo quando lasciandoci alle spalle Egna, giungemmo a Trento, la capitale del principato vescovile. La via di Germania, frequentatissima, come sempre, passava attraverso il Borgo di S. Martino, uno dei più antichi e pittoreschi della città, stretto tra l’Adige e le rupi della Cervara. A guardia del porto fluviale, dei cantieri delle zattere e dei barconi e del Dazio c’era la porta che prendeva il nome dallo stesso santo. In alto svettava una curiosa torre semicircolare ornata di una cuspide di colore verde. Cercando di proteggerci dal freddo pungente, passammo il ponte che dalla Torre conduceva al grande Castello.
In tutto il borgo vi erano un buon numero di osterie che tutte le sere si animavano, riempendosi di carradori, bettolieri e zatterieri. Come ci avevano racontato, le risse naturalmente erano all’ordine del giorno e il vino scorreva a fiumi.
Il mio signor padre manifestò da subito l’intenzione di fermarsi ben poco in quella città così oscura e priva di punti di appoggio per i due viandanti salisburghesi. Le nostre amicizie considerevoli erano più a sud, a Rovereto, Ala nella Vallagarina dai molti vigneti, del velluto e della seta. Era lì il nostro felice approdo, che per fortuna non era ormai molto distante. Aveva ragione il mio povero signor padre: la teoria dei piccoli passi richiede – allora come oggi – grandi pazienza e tenacia, ma conduce sempre, presto o tardi, alla giusta e sacrosanta ricompensa.
Se proprio deggio dirlo, la città di Trento, in quella vigilia di Natale, non mi fece un’impressione molto diversa da quella provata a Bolzano. Anche quel borgo tagliato in due dal fiume mi mise addosso un senso di angoscia per quanto le sue strade erano buie e fosche. Sai, sono quelle cose difficili da spiegare, specialmente a distanza di anni. Un’atmosfera inquietante e sospetta come in certe tele degli olandesi dove intere folle di brutti ceffi sembrano pronti a fartela pagare per qualche motivo.
Paura. Ecco come si chiama quella cosa che mi portavo addosso quel dì: una compagna scomoda che mi provocava frequenti brividi lungo la schiena, sudori freddi e pelle di gallina. In fondo ero solo un bambino!
4) Musica
Idomeneo Re di Creta, coro IX, Scena X, primo atto.
Lasciataci in tutta fretta la via Larga alle spalle attraversammo la piazza del Duomo, in cerca di un posto dove pranzare poiché eravamo affamati. Al centro della piazza faceva bella mostra di sé la celebre fontana che qualche anno dopo l’abate Varesco volle per forza ficcare nell’opera che mi scrisse anni fa. Inaugurata – come ci raccontò poi l’oste – solo pochi mesi prima. Una costruzione di ottima fattura, con un Nettuno svettante, attorno alla quale, inspiegabilmente, vidi raccolto un gran numero di donne affaccendate in qualche attività.
“Signor padre” domandai, “Lasciate che io possa vedere cosa accade attorno a quel monumento e a che quella folla disordinata si agita a quel modo”. Lui mi fece un cenno di assenso. Così… Incuriosito mi avvicinai e con grande disgusto mi accorsi che nell’acqua gelida quelle massaie ci stavano lavando invero di tutto. Chi a destra un pugno di trippe, chi a manca due o tre rane. In mezzo a loro una scellerata che risciacquava quello che – ahimé – così tanto somigliava ad un pannolino per infanti. Sporco come un panno dell’inferno.
Per poco non mi passò l’appetito. Altro che (canticchiando) Da lunge ei mira
Di Giove l'ira,
E in un baleno
Va all'Eghe in seno…
Giovan Battista Varesco, abate trentino, doveva volergli proprio bene a quella città per sentirsi in dovere di spacciarla al mondo intero, travestita da paradiso terrestre. Che poi uno ascolta certi versi a miglia e miglia di distanza e si fa un’idea strana della realtà.
Ma soprattutto, mi domandai più tardi, davanti ad una zuppa calda che finalmente mi rasserenò lo stomaco e la mente: che diavolo ci fa Nettuno, il dio del mare, piantato nella piazza di una città smarrita in mezzo a così tante montagne?! Un mistero che non ho più risolto.
Anzi, sai che ti dico? Devo ricordarmi di chiederlo al Varesco, la prossima volta che lo vedo.
3.
Lasciatisi in tutta fretta Bolzano e Trento alle spalle, Amadeus giunge a Rovereto la sera della vigilia di Natale del 1769. È in quella città che finalmente troverà quello che sta cercando: riposo, buona compagnia e qualche piccola trasgressione col figlioletto della locandiera. I nobili roveretani non lesinano inviti a pranzo e a cena al piccolo musicista che, naturalmente, in cambio sarà chiamato a fare la cosa in cui riesce tanto bene: suonare.
Terminato il pranzo nella piazza grande, lasciammo quasi in tutta fretta quella Trento che tanto mi aveva inquietato e ci mettemmo in marcia verso sud, sempre seguendo il corso di quel fiume tranquillo che rispondeva al nome di “Adige”. Era la valle lunga e apparentemente stretta, con l’attaccatura dei monti che arrivava sin sul greto del corso d’acqua. Non vi era un gran movimento. Nelle poche ore che impiegammo a giungere a Rovereto incontrammo solo un carretto di pescatori che se ne tornavano a casa ubriachi di fatica, urlando certe sconcerie… che forse è bene non ripetere.
Ben altri pensieri ed emozioni, invece, suscitò in me la vista di un enorme maniero posto su una collina, a sinistra del nostro cammino. Nonostante le prime luci della precoce sera invernale, io potetti rimirarlo attentamente. Era esso talmente grande da parere – chessò – una città – ecco, sì! – proprio una intiera cittadella medievale. È ridicolo, lo so, ma io mi divertii ad immaginare che all’interno di quelle torri e sotto quei coppi vi fossero ancora le genti antiche affaccendate nelle cose della vita come accadeva cinquecento anni fa. Mi figurai di essere io un viaggiatore nel tempo che si recava a ritroso nei secoli, scegliendo a piacimento l’epoca storica da visitare. Poi però, guardando di sottecchi il mio signor padre, appisolatosi in maniera alquanto scomposta, ebbi come un sussulto. Cavolo, pensai, se questo qui scoprisse di poter – per un improvvisa incantagione – viaggiare nel tempo mi costringerebbe a suonare pure davanti a certi personaggi pazzeschi: Carlo Magno, Giulio Cesare, Ramsete secondo e poi ancora più indietro. Non disdegnerebbe di far godere del mio talento pure i babilonesi, i sumeri, gli assiri, tutti quei popoli primitivi che la musica nemmeno la conobbero. E la sua sete di successo anziché placarsi si accrescerebbe a dismisura, come un morbo, fino a porgergli davanti nuovi ambiziosissimi traguardi che lui puntualmente raggiungerebbe, colpo su colpo, fino a che non gli rimanga il solo ed unico obbiettivo a cui Leopold Mozart non potrà mai arrivare (forse): farmi suonare davanti a Dio!
No, a tanto non poteva arrivarci, povero padre… (Scherzando) Almeno credo.
5) Musica
K456 Concerto piano in Si bem. maj. (I)
Sarà stato per l’atmosfera natalizia, che qui si respirava molto più che a Trento; sarà stato il fatto che finalmente eravamo giunti alla nostra prima vera destinazione, Rovereto mi piacque da subito. È strano, ma è come se la mia Salisburgo e questa cittadina del principato fossero sempre state legate da qualcosa, una misteriosa relazione simile a quella di due amanti che si cambiano epistole ed effusioni all’insaputa di tutti, consorti compresi.
Non per niente – tanto per fare un esempio – l’università di Salisburgo era stata fondata dal Principe vescovo Paris Lodron che era di Villa Lagarina; più di duecentocinquanta studenti provenienti dal principato vi studiarono.
Rovereto è una piccola cittadina che l’operosità degli abitanti ha risollevato da un passato oscuro ed ha rivolto verso un futuro luminoso fatto di viticoltura, commercio della seta, ma soprattutto di… musica. E dove la musica è di casa, beh, io e mio padre non potevamo che sentirci a nostro agio.
Di fatti ad accoglierci alla discesa dalla vettura, appena giunti nella città del Leno, fummo avvicinati da Carlo Andrea Cristani, che era fratello di un vecchio allievo di violino del mio signor padre, Nicolò Cristani, che a suo nome ci invitò a pranzo per il giorno di Natale. Da lì capii che nei giorni seguenti non avremmo avuto difficoltà a trovare compagnia in quella città. E che compagnia! Cristani non era un pivellino qualsiasi, bensì Capitano distrettuale, e cioè la più alta autorità della regione, per conto di Sua Maestà l’Imperatrice, mica bruscolini!
Evidentemente qualcuno lo aveva allertato del nostro arrivo imminente.
(pausa)
Sai a cosa sto pensando, Costanza? Che a volte il livello di popolarità che avevo raggiunto in quegli anni mi spaventava a morte. Il mio nome correva sulle bocche della nobiltà europea come un cavallo imbizzarrito. E a me qualche volta capitava di specchiarmi in qualche andito e di non riconoscere il volto riflesso. Perché in mezzo allo stuolo di papere gracchianti che stormivano senza sosta il mio nome, a me succedeva di non capire più esattamente chi io fossi sul serio. Mi domando cosa sarebbe stato di me se anziché mettermi a fare musica, mi fossi dedicato – chessò – all’arte erboristica, o all’astrologia… Chissà.
Intanto, quella sera alloggiammo all’albergo alla Rosa che era situato – se non ricordo male – nella stretta posta tra il corso Nuovo e la piazza adiacente. I locandieri, che si chiamavano Luz, furono con noi molto gentili. Ci scaricarono i bagagli e ci prepararono una cena rinfrancante a base di certe trippe che sanno fare solo quaggiù ai confini con l’Italia, con pochi fronzoli, brodose di una minestra frammista a vino che mi fece sentire dalle parti del paradiso.
Ma mentre ero in tavola successe un fatto curioso. Hai presente quando affaccendato in qualche attività, concentrato oltremodo, ti senti improvvisamente addosso il sospetto che essere osservato? Ti prende – in quei momenti – come una malìa che sei sicuro non ti lascerà più tranquillo fino a che non avrai fugato ogni dubbio riguardo a quel sospetto. Bene. Lo stesso mi capitò quella sera a cena nell’Albergo “alla Rosa” di Rovereto. Sentivo proprio qui, dietro al collo, tra la testa e le scapole, come un calore sinistro, che se qualcuno mi fissasse con tale intensità da emanare una sorta di energia.
Poiché io in quegli anni giovanili credeva a questa e ad altre fandonie, mi voltai di scatto, contravvenendo certo alle buone maniere, ma risolvendo quel mio enigma.
Dietro lo stipite della non lontana cucina, sollecitata dal fioco lume delle candele, una piccola ombra si mosse. Col cuore in gola io congedai con un’ottima scusa il mio signor padre e mi misi all’inseguimento di cotanto mistero. Su per le scale, col cuore in gola, tentavo di raggiungere quel qualcuno o qualcosa che mi correva innanzi. Fino a che, giunto alla soffitta, mi ritrovai da solo. Dalla sottostante sala da pranzo giungevano voci ovattate da parere distanti molti giorni di cammino.
Beh, insomma, voglio fartela breve. Stavo per ridiscendere con le pive nel sacco quando due manine ghiacciate mi nascosero la vista del mondo.
6) Musica
“Wolfango Amedeo” Piccolo Coro Dell'Antoniano Zecchino d'Oro-49º Edizione
Quasi morto di paura domandai, in italiano: “Chi è là?!”
Ma quello si limitò a ridacchiare. “Indovina?!” mi domandò con una voce infantile simile alla mia. “Sto paio di braghe, ti indovino!” risposi, scurrile come solo io so essere certe volte. Così, quello mi tolse le mani dagli occhi e si rivelò essere un fanciullo che aveva su per giù la mia età. Iniziò a scrutarmi con certa faccia, come se si trovasse davanti ad uno strano e variopinto animale africano.
“Così tu saresti quello che fa i concerti?” mi domandò con tono di superiorità.
“Già, proprio quello. Johannes Chrysostomus Wolfgangus Theophilus Mozart in persona” risposi.
“Cavolo, quanti nomi… Pensa che io mi chiamo solo Jackerl. Però, che figo… Chissà cosa si prova a suonare davanti a tanta gente”, si domandò Jackerl ad alta voce. Il ragazzo doveva essere il figlio della locandiera. Lo avevo sentito chiamare a gran voce già un paio di volte quel pomeriggio. Era vestito abbastanza elegantemente, portava i capelli raccolti in un’elegante coda
“Vuoi sapere la verità? La maggior parte della gente per cui suono o non mi ascolta o non capisce la mia musica. A me piacerebbe fare musica solo con i miei amici.”
“E allora perché non lo fai…”
“Perché – lo so che può sembrare strano – ma devo guadagnarmi da vivere. Oh, sia chiaro, resti tra noi. È un segreto.”
“Vuoi che ti sveli anch’io un segreto?”
Era una di quelle domande inutili che prevedono solo una risposta positiva. Jackerl mi fece segno di tacere e si chinò sull’impiantito, come a cercare qualcosa. Poi infilò la mano in un pertugio e ne trasse una scatoletta in metallo: una tabacchiera, senza ombra di dubbio.
Non avevo mai masticato tabacco in vita mia. Lo avevo solo visto fare, peraltro con mio grosso disgusto considerando le conseguenze negative per l’alito e per l’integrità della dentatura. Tra le donne del popolo a Salisburgo girava il famoso detto: “È meglio il deretano del diavolo che la bocca dei nostri mariti che masticano tabacco”.
Solo che l’intenzione di quel discolo di Jackerl non era masticare quella roba. Lo scoprì ben presto, quando egli ne avvicinò al naso un pizzico e facendo una smorfia tirò su forte, alla maniera di certi nobili privi di classe.
Quando venne il mio turno, le dita mi tremavano un po’, ma lo stesso mi lasciai tentare da quella pratica curiosa. L’odore del tabacco mi pervase e d’incanto io mi sentii come ubriaco. Un misto di musica e voci mi parve di udire nella mia testa. E quelle voci – è strano, lo so – ma parevano chiamare il mio nome.
“Volfang-amedeo! Volfang-amedeo!”
No. Non era un sogno dell’ebbrezza. Quella voce era di mio padre che mi chiamava nervoso ed impaziente dal fondo della casa. La musica, invece, era una di quelle che anni dopo sarebbe sgorgata – come d’incanto – dalle mie infaticabili mani.
4.
1769. Il giorno di Natale, Amadeus si lascia contagiare dall’atmosfera frizzante e festiva di Rovereto. Al pranzo organizzato in casa Cristani, partecipa tutta la nobiltà locale: il Conte Lodron, Carlo Antonio Pilati e molti altri. Tuttavia il nostro musicista soffre un po’ la rigida etichetta e probabilmente non vede l’ora di sedersi davanti al clavicembalo e dare vita alla sua musica. Prima, però, deve difendersi da carte accuse che una certa coetanea le urla per strada…
Mia dolce Costanza, sei sicura che non ti sto annoiando? In fondo storie di questo tipo ne conosci già a bizzeffe… Non vorrei che il racconto del mio soggiorno nel Principato Vescovile Tridentino fosse troppo noioso… Dici di no? Vabbé, allora vado avanti a raccontare.
Dunque, dove siamo arrivati? Ah, ecco. La mattina di Natale mi destai con una fastidiosissima sensazione di bruciore alle narici. Mi ricordai allora di quel monello di Jackerl e del suo tabacco da fiuto. C’avevo messo parecchi minuti per giustificare al mio signor padre la mia prolungata assenza a cena, arrampicandomi su motivazioni invero esilaranti quanto lontane dall’unica verità.
Con il pitale in mano, mi affacciai dalle finestre dell’Albergo alla Rosa. Oddio, non è che si vedesse proprio un gran panorama. Eravamo in una via strettissima e solo sporgendomi oltremodo riuscivo a cogliere qualche scorcio di Rovereto agghindata a festa. La città era ancora mezza addormentata. D’altra parte il giorno della nascita di Nostro Signore non è mai stato il più indicato per certe levatacce, soprattutto se nell’aria riesci a cogliere quell’atmosfera magica e frizzante che solo certe festività riescono a regalare.
Ah, Rovereto, Rovereto. Chi se la dimentica più. Appresi certe notizie, in quei giorni, sul’origine della città, da fare raddrizzare i capelli sul capo. Pare che essa sorgesse du un territorio piuttosto equivoco. Nel sito dove trovasi ora la città fu anticamente un gra bosco di Roverida, da cui facilmente è derivato il nome. Beh, insomma, questa specie di foresta – almeno stando al libro di un certo Mariani Michelangelo che mi era capitato per le mani – divenne in breve tempo l’asilo di briganti e fuoriusciti che infestavano continuamente il passo. I signori del tempo furono così costretti a fabbricarvi il castello che guarda la città, ma poi mi sono ignoti i passaggi attraverso i quali Rovereto perse quella fama di ricettacolo di avanzi da galera e crebbe così tanto culturalmente…
Beh, dev’essere stato l’influsso benefico di noi tedeschi… (ridacchia)
7) Musica
An Die Freude K. 53 - Lied
Chiribbio quegli sguardi! Me li ricordo uno per uno. Durante il pranzo in casa del Cristani tutti non facevano altro che scrutarmi, violentarmi con quelle occhiatacce che tentavano di mandare a mente ogni più intimo angolo fisiognomico del sottoscritto, foruncoli compresi. Si vedeva lontano parecchie leghe quanto questi discendenti dei briganti fremevano eccitati sulle lussuose seggiole; non vedevano l’ora di correre a casa o nel proprio borgo per raccontare a più gente possibile: “Tu non puoi immaginare con chi ho pranzato il dì di Natale! No, proprio non puoi!”
Beh, comunque, chiudendo sul nascere la polemica, non ci fu molto di divertente al convito. Certamente non quanto la sera prima (ridacchia) Che ci volete fare? Io a tavola mi annoiavo a morte. Poi tutta quella gente giunta in adorazione mi faceva sentire scomodo, un po’ come Gesù bambino nella mangiatoia, al freddo, spazzato dal fiato puzzolente di quelle due bestiacce… Vabbé che era Natale, ma fino a quel punto dovevo sacrificarmi?!
Il mio signor padre, al contrario – ed ovviamente –, in certe situazioni ci sguazzava a meraviglia. Riusciva a tenere la conversazione qualsiasi fosse l’argomento intavolato, fosse pure – chessò – la chimica della polvere da sparo con i suoi annessi e connessi.
Na gut. Quel dì c’era un mucchio di bella gente: i signori Festi, Gottardo con i suoi fratelli Francesco e Giuseppe, che in qualche maniera avevano tutti a che fare con la musica. Chi era tenore, chi maestro, chi fischiettatore professionista, ecc.
(Rammentando) Ah sì! C’era poi un tipo, un certo Carlo Antonio Pilati che devo dire se la tirava un po’: si presentò come dottore in legge, filosofo, politico, viaggiatore, studioso, letterato. Fischia, pensai io. Quanta bella roba… Così gli strinsi la mano più forte che potei e gli sparai in faccia la sfilza di nomi che mi ritrovo: “Piacere, Johannes Chrysostomus Wolfgangus Theophilus Mozart, musicista e basta!” Non ti sto a raccontare lo sguardo di rimprovero di mio padre. In quel momento avrebbe voluto strozzarmi.
In breve giunse a Rovereto pure il conte Massimiliano Settimo Lodron, accompagnato dalla sua pancia e da quel Giovanni Cristani, zio del padrone di casa che più volte a Salisburgo avevo visto gironzolare per casa. Essi provenivano da Villa Lagarina, un podere dei Conti Lodron: anche se quelli possedevano un po’ tutto da quelle parti. Compreso il palazzo dove cento anni prima avevano processato tutte quelle povere disgraziate accusate di aver fatto cose indicibili. Le chiacchiere di paese sono molto, ma molto pericolose da queste parti…
Una cosa la devo dire, però. In fondo io e il mio signor padre eravamo dei profittatori. Gastronomicamente parlando. Scroccavamo pranzi e cene senza vergogna. Non ci crederai, ma verso la fine del pranzo dal Cristani mi stavo domandando – con una certa preoccupazione – dato che nessuno si era ancora fatto avanti, dove ci saremmo sfamati il dì seguente… Quand’ecco entrare tutto trafelato un messo dalla faccia affilata come un rasoio. Entrò talmente di corsa da far sussultare perfino la pappagorgia del Conte Lodron. Ci portava un’ambasciata urgentissima del tale signor Giovanni De Cosmi, proprietario di un filatoio nella zona. Prova un po’ ad indovinare? Beh, ci invitava a tavola per il desinare del giorno di Santo Stefano. Io sorrisi di nascosto e annuendo, tra me e me, sospirai compiaciuto: “Bene, bene. Pure per domani siamo a posto”. Mio padre mi lanciò un’occhiata di rimprovero, ma si vedeva lontano mille miglia che stava tirando pure lui un indecoroso sospiro di sollievo.
8) Musica
Concerto in Fa maggiore KV 242 per tre pianoforti
All’albergo, tanto per cambiare, il piccolo Jackerl e la sorellina Rosa se le stavano dando di santa ragione. Quando mi accorsi che quella smorfiosa era intenzionata a spifferare ai genitori tutta la faccenda del tabacco, dato che la sera prima c’aveva spiati mentre ce la spassavamo, fui tentato di dare una mano a Jackerl e percuotere senza pietà quella brutta ficcanaso. Anche perché non appena mi vide cominciò ad additarmi, urlando ai signori Luz che addirittura era stata mia l’idea di nasconderci in quella soffitta. Ma pensa te, questa…
“Sì, è stato lui, il musicista!” gridava.
“Ma tu sei fuori, chiribbio!” ripetevo io, trattenendo a stento la rabbia.
“Sì, sono sicura. Ce l’ha portato lui quel tabacco!”
“Ma no, non è vero. Signori dovete credermi. Che diavolo vi mettete a credere a quella…”
Per fortuna, ad un certo punto, inevitabile come la vecchiaia, intervenne il mio signor padre. Solo che anziché sculacciare i veri colpevoli sulla pubblica via, egli si incaricò di risolvere la controversia alla sua maniera; e cioè con una serietà eccessiva, nemmeno stesse facendo da paciere tra le truppe francesi e quelle alemanne. Un piglio diplomatico che, dopo una certa perplessità iniziale, ci fece scoppiare tutti – mamma, papà, figlio, figlia e pure qualche passante – in una fragorosa ed interminabile risata. Al che lui, si guardò attorno e mezzo offeso si ritirò in camera masticando qualcosa di incomprensibile tra i denti stretti. Mi pare che mi stesse dicendo qualcosa del tipo: “Vatti a riposare che stasera devi suonare”.
Io mi limitai ad alzare le spalle. Sai che novità, pensai.
5.
Le prima note suonate da Amadeus in Trentino sono quelle che si poterono udire a Roverto, nel salone di Palazzo Todeschi, dove il padrone di casa è una vecchia conoscenza dei Mozart. È la sera di Natale del 1769. Già il giorno seguente, dopo un lauto pranzetto in casa del sig. De Cosmi, Domenico Pasqui organizza un concerto per pochi intimi all’organo della Chiesa di San Marco. Tuttavia la voce che in città stia per suonare quel ragazzo prodigio corre incontrollata e alla fine saranno parecchie centinaia gli entusiasti spettatori di quell’esibizione.
In effetti, a pensarci bene, quella della sera di Natale del 1769 fu la prima volta che suonai in Italia. Oddio, Italia è una parola grossa. Diciamo in territorio italico. Sebbene Rovereto me la figurai sempre molto “imperiale” come città. Una piccola Salisburgo piena zeppa di personaggi così poco “italiani” che con la mia città avevano, o avevano avuto, davvero molto a che fare. C’era ad esempio – e c’è ancora, mi pare – quella combriccola di letterati, scienziati, musicisti… aspetta, com’è che si chiama? “Accademia degli agitati… degli esagitati…” Ah, no, ecco: “Accademia degli Agiati”. A Rovereto ne facevano parte un po’ tutti quelli che contavano. Per lo meno culturalmente.
Na gut. Probabilmente anche per riscattare la città da quel passato oscuro, abitato da delinquenti armati fino ai denti che si nascondevano nelle fronde dei roveri, era sorto questo foro frequentato da dottori che mirava ad alzare di una spanna almeno il livello culturale cittadino. Magari attivando una certa – come si chiama? – mediazione fra eruditi italiani e oltremontani tedeschi. Anche perché, a quanto ne so io, laggiù s’è sempre parlato il tedesco. Per lo meno quando ci sono stato io tutti lo parlavano.
Il barone Todeschi, ad esempio, a casa del quale suonammo quella sera. Più lo guardavo più la sua faccia mi ricordava qualcosa. Hai presente quando incontri qualcuno per la strada e mentalmente dici subito a te stesso: “Questo qui io l’ho già visto da qualche parte”. È come se il cervello memorizzasse i lineamenti, il tono di voce, il numero di denti cariati di chi abbiamo la ventura di conoscere nella nostra vita e lo catalogasse, così come si fa con i libri. Magari per certo tempo non ne rammenti nulla, poi – come accadde a me quella sera nel Palazzo Todeschi di Rovereto – te lo ritrovi davanti e lo riconosci. In effetti costui io l’avevo già conosciuto a Salisburgo, l’anno prima. C’era venuto – senti un po’ questa… – perché con la riforma tributaria la nostra Maria Teresa s’era messa in testa di sopprimere un sacco di inutili agenzie e uffici utili solo a far perdere denari all’Impero. Na gut. Bene, il Todeschi, assieme ai suoi fratelli, era a capo dell’Agenzia per le spedizioni ed i dazi di Rovereto e di Sacco e in pratica, da un giorno all’altro, ‘sto qui rischiava di perdere il posto. Detto tra noi, il Todeschi c’aveva ‘na parlantina che te la raccomando. Pensa che non solo riuscì ad evitare la chiusura della sua agenzia. Ma giacché era lì a Vienna, tanto deve aver rotto le scatole, che si fece dare il titolo di barone. Per sé, per i propri fratelli e per i futuri discendenti!
Poi, naturalmente, Todeschi non volle mancare di seguire la moda più in voga nella capitale in quel periodo: andare a sentir suonare quel piccolo fanciullo anormale che faceva quelle cose col fortepiano e una volta vedutolo e ascoltatolo, con la bava alla bocca, commentare: “Un’attrazione del genere meriterebbe di stare senza dubbio al Giardino Zoologico di Schönbrunn!”.
9) Musica
Rondo von der Sonate KV 545 Lauren Turner “Mozart für Babys”
Così, quella sera del nostro Natale roveretano ricambiammo la visita. Per fortuna al primo piano di quel Palazzo pieno dei soliti stucchi meravigliosi a suonare non fui il solo dato che quel clavicembalo suonava come una cornacchia: i tasti che si inceppavano, la risposta così lenta. D’altra parte a suonare in giro si correva sempre il rischio di incorrere in problemi di questo tipo. Mi avrebbe seccato essere ritenuto la causa della musicaccia che veniva fuori da quello strumento.
Era consuetudine, per fortuna, che le accademie musicali vedessero l’esibizione di più animali, ehm, cioè, di più musicisti, intendevo dire. E don Domenico Pasqui se la cavava niente male. Aveva esperienza come compositore, molto stimato dai suoi conterranei, ma… la sua specialità (ride) era… suonare ai matrimoni. Quattro anni prima si era esibito a Innsbruck alle nozze dell’Arciduca Leopoldo con quella Maria Luisa di Borbone.
(Canzonatorio) Evviva gli sposi!
Eddai, Costanza! Macché irriverente! Non si offende mica il Pasqui! È già morto da un pezzo. E poi quella sera, devo dire, suonò veramente bene. Era maestro di cappella nella Chiesa roveretana di San Marco. Anzi, proprio quella sera terminata l’accademia sai cosa fece? Organizzò in quattro e quattr’otto una suonatina all’organo della sua chiesa per il giorno successivo, proponendo la cosa al mio signor padre, che, ovviamente senza interpellare il suo amatissimo e stimatissimo figliuolo, accettò.
Io sorrisi con non poco sarcasmo. Alla domanda del Pasqui se l’idea mi si confaceva risposi: “Mi stavo giusto domandando cosa diavolo avrei fatto per tutto il pomeriggio di Santo Stefano.” Ma lui, come avevo previsto, non afferrò l’ironia e si versò del vino in un bicchiere, guardandomi in maniera strana.
Prima di quel concerto, però, mi toccò sorbirmi un noiosissimo pranzo in casa di quel Giovan Battista de Cosmi che a quanto pare più che di conoscere il piccolo Mozart pareva avere una gran voglia di esporre i casi suoi e della sua famiglia. A tavola, infatti, oltre al suddetto, vi erano le sue tre sghignazzanti sorelle, l’anziana madre e la carinissima fidanzata Costanza Giulia Vannetti che il fortunato avrebbe impalmato tre giorni dopo. Il mio sospetto è che tutta la manfrina del pranzo con i complimenti, gli onori e tutto il resto fossero tutta una ricercata architettura per convincere me e il mio signor padre a restare in Rovereto fino al dì delle nozze e se poi ci scappava pure una piccola esibizione del celebre salisburghese meglio ancora! Tuttavia io glielo dissi chiaro e tondo, subito dopo una sfiziosa portata di formaggi, che io ai matrimoni non ci suono! Che lo facessero fare al Pasqui quel mestiere… Quando dissi ciò, quelle tre gallinelle quasi si ammazzavano dal ridere.
10) Musica
Organ Sonata No. 14 in C Major, K. 278
Mangiammo talmente dal de Cosmi che quando nel pomeriggio ci avviamo verso la Chiesa di San Marco mi sentivo come se nello stomaco c’avessi una palla da cannone. Camminavo, ma era come se mi trascinassi sul selciato come una rara specie di verme gigante.
Il maestro di cappella mi aveva garantito che il concerto sarebbe stato un affare per pochi, riservato, a suo dire. All’uopo aveva evitato di stampare biglietti o manifesti tanto per non rendere pubblica quell’esibizione, come avevo espressamente domandato. Ed invece, appena messo piede nella piazzetta antistante al tempio vidi con orrore una gran folla che ululava e si accalcava per entrare, le cui retroguardie arrivavano fino alla fontana dell’Aurora. Alla faccia della riservatezza! Tutta Rovereto pareva essersi data appuntamento in quel luogo ed io non potevo spiegarmi come avesse fatto tutta quella gente a scoprire data e ora di quel concerto che avrebbe dovuto essere riservato al massimo a dieci persone. Evidentemente – risolsi – questo posto assomiglia a Salisburgo anche in un’altra cosa: nella folle velocità di diffusione di cui sono capaci certe chiacchiere.
Insomma, dovevo suonare, ma un muro umano ci impediva il passo. Così, dovemmo assoldare un paio di prestanti giovani affinché ci aprissero un varco nella muraglia. E così fecero, non lesinando nemmeno colpi proibiti a certi ammiratori troppo focosi. Ma nonostante questo indispensabile aiuto, ci mettemmo una vita a giungere alla navata e da lì, altri venti minuti per salire all’organo, dato il parapiglia che c’era in chiesa. Aristocratici signori quasi venivano alle mani pur di stare nelle prime file. “Lei non sa chi sono io..” “Ma chi si crede di essere…” Cose così, insomma.
Il Pasqui correva da una parte all’altra come un ossesso per cercare di porre rimedio al caos. Ma ormai la frittata era fatta. Immerso in un baccano inverecondo, mi rifeci un po’ gli occhi mirando l’organo del XVI secolo, in elegante cassa rococò tripartita, con tre campate di canne a piramide. Chiusi gli occhi cercando di ignorare il caos generale, mi aggiustai la parrucca e ordinai alle mia dita di mettersi a suonare. Mi obbedirono, come sempre.
La folla muggì. Signori, signorini e signorotti e umile genti del popolo si guardarono un attimo attorno smarriti. Poi si lasciarono ammansire dal potere della musica. Come uno stormo di rondini, la dolcezza delle note attraversò la navata, usciì dalla chiesa, lasciò Rovereto e il principato Tridentino, sorvolò l’Impero e si diresse verso altri mondi sconosciuti, portando con sé un unico, grandioso messaggio di pace universale.
6.
Lasciare il Trentino, non vuol dire per Amadeus abbandonare la gente trentina. Già sulla strada per Milano, a Verona, incontra Daniel Dal Barba che gli offre un inconsueto omaggio canoro. Il 23 gennaio 1770, i Mozart giungono a Milano, ospiti del Conte Carlo Firmian, Governatore della Lombardia, guarda caso nativo di Mezzocorona. Che non sarà l’unico trentino ad applaudire le esibizioni del piccolo grande genio salisburghese nella città meneghina.
Sulla strada per Milano, a Verona – mi pare –, il nuovo anno millessettecentosettanta pareva avere una voglia matta di farsi ricordare. Faceva un freddo… Ma un freddo… che mi penetrava nelle ossa. Pure nel cervello, se è per quello. Ogni tanto arrivavano certe folate di vento talmente gelido che mi pareva di diventare scemo, per quanto tremavo e saltellavo agitando le braccia. Eppure avrei dovuto esserci abituato. Voglio dire, sono austriaco, non siciliano. Forse ha ragione la mia sorellina Nannerl quando dice che il freddo, la paura e un mucchio di altre robe sgradevoli per il corpo umano sono solo il frutto dell’immaginazione. Non esistono, cioè, in maniera oggettiva. Chiribbio, lei però, quella volta a Verona non c’era…
Il mio signor padre, invece, pareva essere immune a tali sciocchezzuole metereologiche. Impassibile, con tutti gli spifferi che gli bucavano la schiena, i fianchi e tutto il resto, egli scriveva a sua moglie, nonché mia signora madre. Oh, intendiamoci. Nulla di romantico. Erano delle semplici “liste della spesa” che resocontavano in maniera molto dettagliata la nostra attività in territorio italico: “Oggi abbiamo fatto questo, siamo stati a pranzo dal tale, Wolfgang si è fatto onore” e via di questa solfa. Pensa, Costanza, se fra trecento anni qualcuno dovesse leggere una di queste lettere cosa potrebbe trarne? Quale “grande” utilità potrà avere nell’anno del Signore – chessò – duemila-e-otto sapere che Leopold e Wolfgang Mozart cenarono in casa di uno che aveva un neo sulla tempia destra?! O che la mattina del tal giorno si sono scolati una birra gelata?! Nessuno lo sa.
D’altra parte i diari sono come le flatulenze e come certa musica cattiva: piacciono solo a chi le fa o a chi la scrive. Gli altri possono cominciare a scappare. (ride) Eppure il mio paparino continuava con questa piuma d’oca e giù fiumi di inchiostro.
Un giorno per scherzo gli proposi: “Ma perché non fai un giornalino. Pensa che figo, ogni giorno potremmo pubblicare i resoconti delle nostre giornate e farli leggere a molta più gente che alla sola mamma”.
Come? Cosa mi rispose? Non mi rispose nemmeno. Si ritirò sdegnato nello studiolo, scuotendo il capo.
11) MUSICA
KV 72 a (1770 Verona) Allegro für Klavier G-Dur
A me però l’idea del giornale non sembrava male. “Le avventure di Leopold e Amadeus Mozart”. Il primo articolo immaginai di scriverlo sul nostro incontro con il collega del mio genitore, tale Daniel Pius Dal Barba, pensai al titolo, al taglio da dare al pezzo e così via. Dico collega perché Dal Barba, oltre ad essere compositore, cantante e librettista, era un maestro di violino e sebbene veronese, molto aveva a che fare col Trentino. Già maestro di cappella nella cattedrale di San Vigilio, anni prima egli aveva lavorato a Gabbiolo di Povo, dove nella villa della ricca famiglia mercantile dei Salvadori, aveva iniziato alle gioie musicali il piccolo Valentino. Ma soprattutto era stato nominato “virtuoso da camera e nobile famigliare” dal principe vescovo Domenico Thun in persona.
Una persona in gamba, dunque. Anche se quel giorno, mi ricordo, che eravamo lì a chiacchierare e spettegolare su alcuni musicisti quando avvenne un fatto inquietante e curioso allo stesso tempo. Ad un certo punto, il Dal Barba d’incanto si alzò in piedi e… Hai presente quando si fa uno starnuto? Beh, sto qua con lo stesso tempismo interruppe la conversazione e sai cosa fece? Si mise in una posa plastica e cominciò a cantare a squarciagola, con un vocione che non ti dico, in maniera estemporanea, dei versi a me dedicati che più o meno facevano così: “Se nel puro del Ciel la Cetra al Canto, desta fra i dolci carmi il divo Amore… Bene, o amabil Garzon, dar ti puoi vanto, tu che ne formi l’armonia migliore”.
Io ne fui contento, è ovvio. Solo che non potei fare a meno di congetturare che uno che si comporti in cotal guisa non deve mica avere tutte le rotelle a posto… Naturalmente dovetti cambiare il titolo che avevo previsto per l’articolo del giornalino.
A Verona, grande accoglienza ci riservarono i nostri amici Lugiati, che fecero di tutto per rendere il nostro soggiorno confortevole. Solo che era saltata fuori – non so come – questa idea balzana del ritratto. Già. Un pittore loro amico si era messo in testa che doveva “assolutamente” immortalare questo famoso giovincello sulla tela. Io inizialmente mi misi a fare qualche scongiuro. Voglio dire, il ritratto lo fai ad uno che sta per tirare le cuoia che altrimenti non avrai più occasione di metterlo in posa davanti al cavalletto. Già, come assegnare uno di quei tristissimi premi alla carriera che vanno tanto di moda.
“Va bene, pensai. Basta che si fa in fretta”!
Ed invece ‘sto artista era una sega di uomo, di una lentezza spaventosa. Non ricordo più quanti pranzi e ricevimenti dovetti saltare per stare davanti al ritrattista, intere ore fermo, immobile come una mummia, fino a che i crampi non mi indolenzivano le membra. Il mio signor padre ovviamente mi sferzava: “Lo devi fare per i posteri, per i tuoi ammiratori futuri”.
Sì, vabbé, ho capito, ma il sedere lo posso muovere un attimo che non me lo sento più?!
12) Musica
KV 73 e • 1770 • Rezitativ & Arie für Sopran & Orchester `Misero me... Misero pargoletto' Text: Metastasio (KV 77)
Comunque, è curioso, ma recarci a Milano volle dire per noi abbandonare Verona ed il Veneto (e quel dannato pittore), ma non il principato tridentino. Vuoi sapere perché? Perché oltre al munifico conte Carlo Firmian che era nato a Mezzocorona ed era il Governatore generale della città, vi era nel capoluogo lombardo tutta una cricca di personaggi trentini e roveretani intenti e concentrati a ruotargli attorno come girandole.
Il mondo è grande, certo, ma a volte diventa talmente piccolo fino quasi a sparirti da sotto i piedi. Pensa che il fratello del Firmian era Francesco Lottario, ispettore della musica a Salisburgo. Quando si dicono le coincidenze. Non si può certo dire che il mio signor padre le scegliesse a caso le destinazioni dei nostri innumerevoli viaggi. Il buon Firmian era uno che si arte se ne intendeva perciò era intenzionato a investire un bel po’ di soldini sull’opera del sottoscritto. O almeno così la mia mente di imberbe ragazzino aveva capito.
Milano pareva una caserma prima dell’ispezione dei superiori. Voglio dire, la sensazione fu quella – imbarazzante – che si fosse provveduto casa per casa ad avvisare i milanesi del nostro arrivo imminente. Ma te lo immagini? “Toc toc! Mi scusi, metta un po’ d’ordine che il Mozart sta per giungere…”
Io e il mio signor padre eravamo in Italia soprattutto per gli italiani. Per convincerli che esistevo davvero e quelle robe sullo spartito le facevo veramente. Tuttavia alloggiare in un convento fu come gettare acqua sul fuoco della mia creatività. Con tutti quei miserere e requiem aeterna, compieta e inenarrabili brodaglie altamente diuretiche, la voglia di comporre se ne andò velocemente sotto alla suola delle scarpe. Che ci potevo fare? Firmian ordinò che stabilissimo la nostra residenza dagli agostiniani di S. Marco in modo che fossimo quanto più vicini al suo Palazzo Melzi. Ma dico io: se ci voleva tanto vicini, perché chiribbio non ci fece dormire a casa sua, allora, anziché farci marcire in convento!
Che ci vuoi fare: come si diceva allora “Al Conte non si comanda”. Anzi, era lui a comandare. Per la prima volta, il 7 di febbraio, mi pare, suonai alla sua tavola. Certe facce che facevano mentre strimpellavo il clavicembalo, avresti dovuti vederli. Come se tutta quella bella gente non avesse mai creduto alla chiacchiera che attraversava l’Europa, riguardo ad un certo giovine che faceva cose incredibili col pentagramma.
Il conte rimase estasiato. Al termine della mia piccola esibizione si alzò e con la bocca piena e ancora sporca di sugo disse: “Voglio onorare quest’artista meraviglioso con un dono che per valore sia pari al suo genio”.
“Bene, bene” pensai io. Finalmente qua ci becchiamo qualcosa di sostanzioso. Ahimé, le mie aspettative – e quelle del mio signor padre che già si stava fregando le mani – vennero amaramente deluse. Un paggio entrò nel salone trascinando una specie di carrettino colmo di libracci impolverati.
“Nove volumi delle opere del Metastasio, nella bella edizione di Torino”.
“Fischia, dissi stando ben attento a non tradire la delusione, gran bella roba…. Non vedo l’ora di mettermi a leggere”.
Sperai andasse meglio qualche settimana dopo, il 12 marzo quando sempre a Palazzo Melzi si tenne una grandiosa accademia musicale a cui partecipò un mucchio di bella gente. Saranno state cento-centocinquanta persone. Il trentino più famoso all’estero, il Conte Firmian in persona, attorniato da un sacco di corregionali che si tenevano ben attaccati alle sue gonne. C’era il solito Bridi, che tra l’altro è lo zio del mio grande amico Giuseppe che allora però era solo un bambino, o meglio, era molto più bambino di me!
C’erano… il conte Ercole di Castelbarco, sempre appiccicato a quella smorfiosetta con cui era fidanzato. Poi, vediamo chi altro c’era… Ah, sì il conte Pio Fedele Wolkenstein di Trento e il signor Chiusole di Rovereto… Che roba, ‘sti trentini, congetturai quella sera. Alza la testa uno, alzano la testa tutti quanti.
7.
15 marzo 1770. Dopo aver attraversato per la prima volta il Trentino, Amadeus è a Milano, presso il governatore trentino della Lombardia Carlo Firmian che rimane talmente affascinato dal genio salisburghese che gli commissiona un’opera lirica “Il Mitridate”. I Mozart partono verso sud in cerca di altri ingaggi. Da Bologna a Napoli, passando per Roma, e ritorno a Milano dove, il 26 dicembre l’opera viene messa in scena con indicibile successo.
Comunque, trentini o no, quella sera a Palazzo Melzi, davanti allo stuolo di abitatori del principato vescovile che parevano aver invaso Milano in quel periodo, ce la misi tutta. Ero seriamente intenzionato a rimbambirli tutti quanti, Firmian compreso. Visto che andava tanto di moda il Metastasio, na gut, mi dissi e misi sul piatto un qualche aria ruffianella tipo “Misero pargoletto” o “Fra cento affanni” e tutto andò più che bene. Vidi scene di delirio collettivo. Stavolta per sdebitarsi il Firmian non se la poteva cavare certo con gli avanzi della sua biblioteca.
Difatti, quando al termine dell’esibizione me lo vidi arrivare davanti, tutto impettito, mi sganciò un tabacchiera legata in oro contenente qualcosa come venti gigliati. Ma il successo più grande fu finalmente la tanto agognata commissione di un opera lirica: il “Mitridate”.
L’artista ama la propria arte al di sopra di ogni altra cosa, ma se non è invogliato, stuzzicato, solleticato dall’interesse altrui spesso diviene preda dell’alienazione e della noia. Fare l’artista è come bussare alle porte del mondo: se il mondo quelle porte non le apre… beh, allora è tutto inutile.
Ed invece io e il mio fedelissimo signor padre il 15 marzo di quell’anno, mai domi, ci rimettemmo in viaggio verso sud. “Italia, eccoci qua!” Spavaldi come due cacciatori. Beh, per dirla tutta, ci facevamo forti con la lettera che gentilmente Carlo Firmian ci aveva vergato su sollecitazione di sua fratello Lattanzio. Una raccomandazione ramificata! Così, in qualsiasi città avessimo deciso di portare le nostre chiappe saremmo stati presentati così:
“Il Signor Leopoldo Mozart, Maestro di Cappella al servizio del Sig. Principe Arcivescovo di Salisburgo, accompagnato dal figlio giovanetto, uno di quei talenti della Musica che la natura non produce che di raro, giacché eguagliando non solo nella tenera età i Maestri dell'arte, li supera anzi, a mio credere, nella prontezza dell'invenzione”.
Niente male come lasciapassare, non credi? Per di più io ero ormai abbastanza alto da non dover più essere sollevato di peso per potermi sedere al clavicordo. Durante i concerti i miei piedi toccavano finalmente il pavimento. Pure la mia voce era mutata; le mie corde vocali non producevano più quell’irritante falsetto che talvolta pareva implorare le coccole degli astanti.
13) Musica
Wolfgang's Big Night Out (An Adaptation of Mozart's "Eine Kleine Nachtmusik") The Brian Setzer Orchestra Wolfgang's Big Night Out
Quante cose accaddero durante quei mesi da girovaghi. E quanta gente conobbi. A Bologna, ad esempio, incontrai quello che, per intenderci, era uno dei miei miti musicali: padre Giovanni Battista Martini, dal quale presi lezioni di contrappunto, una tecnica per la quale mi ero perso via in quel periodo.
Il Contrappunto? Mia cara Costanza, adesso ti spiego cos’è?! Sì, tu credi di sapere, ma non conosci tutta la storia… Beh, hai presente quando due voci musicali che paiono non avere nulla in comune si intersecano, si sovrappongono… Fai conto quelle cosette simpatiche che talvolta suonava il maestro Sebastiano Bach.
Mi appassionai a tal punto a quella roba, che decisi di sostenere l’esame per entrare nella prestigiosa Accademia Filarmonica della città. Solo che in sede di esame feci un po’ di casino e se non fosse stato per un aiutino di padre Martini i professori bolognesi mi avrebbero mandato via a calci nel sedere.
Mi rifeci qualche settimana dopo, nella Cappella Sistina. Sai che lì avevano questo pezzo – il Miserere di Giovanni Allegri – una composizione a nove voci. (No, dico: non due o tre… Nove tutte assieme!) Per fartela breve, ‘sta roba era proprietà esclusiva del Vaticano e poteva venire eseguita solo in quel luogo dalla inossidabile ed immarcescibile Schola Cantorum. Per chi si provava a trascriverla erano davvero cavoli amari, poteva essere addirittura scomunicato. Permalosi in quel Vaticano, là…
So che è difficile credermi, ma dopo soli due ascolti, il tuo maritino… Andò così: una sera che eravamo giunti a Napoli, il mio signor padre mi vide tutto intento a scarabocchiare un lindo pentagramma. “Cosa stai trascrivendo?” mi domando col suo vocione. Io lo guardai con l’aria furbetta, con un mezzo sorriso sulla faccia e gli dissi: “Na gut! Prova mò ad indovinare…”
14) Musica
“Miserere” di Giovanni Allegri (Accenno)
A proposito di Napoli. No, di trentini non mi pare che ce ne fossero da quelle parti, però, santo cielo, che gente trovammo in quel posto… Allegra, per carità, niente a che vedere con le facce da funerale viste a Trento o a Bolzano, ma – ragazzi – quello che mi accadde nella città partenopea è davvero incredibile. Ancora non ci credo nemmeno io. Cosa accadde? È presto detto. Soggiornammo circa sei settimane, ospiti di non mi ricordo più quale nobildonna. Facemmo molta musica. Naturalmente pure lì grande entusiasmo e applausi a scena aperta e cori di meraviglia. Però stavolta c’era qualcosa di diverso. Quando gli spettatori se ne andavano alla fine del concerto avevano sulla faccia come una specie di scetticismo. Come se quello a cui avevano appena assistito non fosse realmente accaduto. Io non riuscivo a spiegarmi quella reazione inusuale. Domandai a mio padre, ma nemmeno lui si raccapezzava sulla cosa.
Così, in uno degli ultimi concerti, decisi di rendere pubbliche le mie perplessità. Al che, si alzò uno dalle prime sedie, un vecchiaccio che avrà avuto duecento anni, e si mise ad urlacchiare “Guagliò di qua Guagliò di là” che era inutile che continuavo a fare il fenomeno, lo sapevano da un pezzo i napoletani che il mio talento era solo merito dei poteri che mi conferiva… il mio anello! Quella patacca regalatami dal principe di Fürstenberg quella volta che lo rimbambimmo con nove giorni consecutivi di musica. Fosse davvero bastato un anellino di diamanti a farmi suonare e comporre a quel modo, l’Europa sarebbe stata invasa da miglialia di grassoni, saccenti, presuntuosi ed insopportabili Mozart!
Anzi, quella visione mostruosa del futuro mi accompagnò nel ritornare a Roma. Se per una simile sciocchezza mi veniva addirittura la pelle d’oca, allora voleva dire che non stavo per niente bene. Per fortuna, ben presto capiì da quale oscuro morbo ero afflitto: si trattava di astinenza da Trentino. Una malattia di mia invenzione, i cui sintomi però erano chiari e non lasciavano spazio a possibili fraintendimenti. Ne ebbi la certezza quando mi sollazzai nella calorosa accoglienza che ci riservò l’abate Giuseppe Dionisio Crivelli, che allora era agente del principe-vescovo di Salisburgo, ma era nato a Trento diciamo… uno o due secoli prima, considerato l’aspetto e la velocità dei suoi riflessi.
Ma cos’erano questi trentini? Gli alieni? Un’enorme loggia massonica? Nessuno lo sa. Fatto sta che – brava gente quanto vogliamo – quando meno te l’aspettavi, te li ritrovavi tra i piedi.
15) Musica
Mitridate, re di Ponto, K. 87: Overture
Prima di tornare in patria, oramai mesi dopo il nostro arrivo, tanto per non morire assiderati lungo la via e soprattutto per mettere in scena il “Mitridate”, rivedemmo il nostro amico Firmian e la sua corte “trentina” a Milano.
Quanto lavoro mi aspettava. A saperlo avrei ordinato alla carrozza di tirare dritto dino a Salisburgo. Prove su prove su prove. Non feci altro in quei giorni ghiacciati. L’orchestra, i recitativi, il balletto, ecc. ecc. “Mitridate” e le sue avventure mi uscivano oramai dalle orecchie.
Talvolta tra le pagine dell’opera, ascoltando ad esempio una prova degli archi, mi sorgeva il dubbio di aver già sentito la melodia che stavamo provando da qualche parte, in un teatro o in un’accademia. Chi lo sa? Sapevo, però, di non poter assolutamente permettermi soste di riflessione. C’era poco tempo e molta sete. Se la musica fosse inedita o no, c’avrei pensato più avanti.
Fino a che, nel giorno di Santo Stefano l’opera venne messa in scena con grandissimo successo, come aveva predetto quel tale. Così, per festeggiare l’avvenimento venne organizzata l’ennesima accademia in casa Firmian. Io ero così gasato per come stavano andando le cose che suonai a mille un nuovo concerto, bello e difficile. Sì, ‘na roba da spaccarti le dita, insomma. Mentre suonavo lanciavo delle occhiate al Firmian che, stranamente, aveva la faccia preoccupata. Forse stava cercando di capire cosa diavolo gli era rimasto da regalarmi. Suonai così a lungo, che le candele erano quasi tutte consumate e vennero subito sostituite da solerti commessi. Alla fine, i battimani quasi spaccano le finestre del Palazzo Melzi.
Naturalmente in quella corte, una sorta di riproduzione in scala del Principato tridentino, non mancò qualche montanaro che volle mettersi in mostra a tutti i costi. Antonio Giacomo Bridi, il nostro amico roveretano, ad esempio, interpretò una cantata. Ottima voce, per carità, buona intonazione. Però non la finiva più.
8.
Il secondo viaggio in Italia, e quindi in Trentino, Amadeus e suo padre Leopold questa volta lo iniziano sotto il sole cocente di agosto. Siamo nel 1771, il ragazzo ha quindici anni ed ha perso un po’ di quell’appeal da bambino prodigio che lo aveva accompagnato durante il primo viaggio. Dopo aver pernottato a Trento, la mattina del 17 agosto Amadeus giunge a Rovereto, festosamente accolto dal barone Gian Giulio Pizzini che pare avere davvero molte cose da raccontare ai due viaggiatori salisburghesi.
Ok. Per una volta non voglio fare quello che sta sempre a lamentarsi di tutto e di tutti. Ebbene: è vero. Essere un celebre bambino prodigio presenta molti vantaggi. Ad esempio, puoi girare tranquillamente per l’Europa e trovare sempre un posto dove dormire e rifocillarti. Scegliere una destinazione qualsiasi e venire accolti a braccia aperte anche da perfetti sconosciuti. E poi le raccomandazioni, le lettere di presentazione, le scritture di lavori musicali: tutte agevolate dal bamboccione… dall’aspetto caro di questo (ironico) infante emaciato che fa tanta tenerezza con quelle manine sulla tastiera.
Ahimé era giunta l’ora del mio secondo viaggio in Italia e pure io cominciavo a manifestare i primi segni di quella diffusa malattia che da tempo immemore colpisce l’umanità rendendola arida, superficiale e triste: la crescita, che alcuni definiscono “maturità”.
Nella calda estate dell’anno del Signore Millesettecentosettantuno avevo quindici anni, non ero più abbastanza piccolo per poter essere considerato un prodigio, né abbastanza grande da poter permettermi di fare musica senza un impiego fisso. In parole povere, non vidi attorno a me – in quel secondo viaggio – l’interesse e la curiosità che quasi mi stupirono nella prima discesa in territorio italico. No. Quell’entusiasmo sincero non lo trovai più.
Quel che trovai – assieme al mio sempre presente signor padre – fu invece un caldo asfissiante che si divertiva ad appiccicarci i vestiti addosso.
Insomma, non vedevo l’ora di arrivare a Trento per scendere da quella carrozza infernale che mi faceva schizzare fuori l’anima dal corpo, con quei sedili duri come pietre. Talmente scomodi che da Bolzano ad Egna viaggiai in una posizione pazzesca, appoggiato con le mani al sedile tenendo il sedere in aria.
E poi quel mal di testa che da giorni non voleva mollarmi. Chiribbio, che diavolo avevo da lamentarmi. Fino a Bolzano, ogni sosta, pure la più corta, erano l’occasione per farsi una birretta gelata. Da quelle parti non c’è che l’imbarazzo della scelta: birra marzolina, birra di St. Johann e decine di altri tipi. Boccali schiumosi che in pieno agosto, con la lingua che asciugata dal caldo pare più un tappeto che una lingua, ti tentano come il demonio. E come il demonio ti conquistano, senza pietà.
16) Musica
Mozart and Madness Savatage Dead Winter Dead
Verso sud, attraverso il finestrino miravo – stando di traverso – le acque dell’Adige e fui preso dall’incontrollabile desiderio di prendere un bagno in quelle acque impetuose. Massì, liberarmi di ogni scomodo indumento e rinfrescarmi la mente e il corpo, accantonando per un momento almeno tutti gli impegni, i contratti e gli appuntamenti.
Nel mentre io pensavo queste cose, il mio signor padre mi fulminò con lo sguardo ed io – lo so che è stupido pensarlo – temetti che oltre ad essere un campione della diplomazia e del commercio musicale, egli fosse davvero in grado di leggere nel pensiero degli altri uomini. Una specie di mago, insomma.
Beh, insomma, giungemmo a Trento nel tardo pomeriggio del 16 di agosto e a me – come l’altra volta – questa città mi fece un pessimo effetto. Tipo – l’ho già detto, no? – quando entri in casa di qualcuno e, dopo un solo passo, capisci che meglio per te sarebbe stato se fossi rimasto a casa tua. Un’angoscia inspiegabile mi pesava sullo stomaco. Camminavo per le strade con un ingiustificato timore, come se ad ogni angolo di strada potesse sbucare un brutto ceffo pronto ad ammazzarti per pochi spiccioli. Vabbé che il principe vescovo di questo posto non nutriva grande simpatia per il suo collega di Salisburgo, ma onestamente mi sarei aspettato un’accoglienza più decente.
Ed invece come due anni prima, io ed il mio signor padre dovemmo ritornare all’Albergo delle Due Spade, passando per una piazza Duomo che, neanche a farlo apposta, aveva appena ospitato un’esecuzione capitale. Peggio di così! Per lo meno avemmo la buona sorte di non incrociare il boia che trangugia la rabbia, quel boccale di vino che questi “nobiluomini” usano per farsi coraggio prima di fare ciò per cui vengono pagati.
Quella sera ero veramente stanco e provato dal viaggio per fare bisboccia. Mentre mio padre si intratteneva con un altro viaggiatore tedesco, io mi misi a fare un po’ il filosofo su Trento ed i suoi abitanti.
Pensavo che, in fondo, non fosse stato per quei quattro-cinque mercanti e banchieri che si dilettavano di musica e che – grazie ai loro commerci con il centro Europa – si tenevano aggiornati sui costumi europei riguardanti la musica, quelle città italiane sarebbero immerse in un’ignoranza senza pari. Perché è cosa certa che vi sono luoghi in cui certe tradizioni faticano a penetrare e causa di certe restrizioni – chiamiamole così – politiche. A Trento, ad esempio, sin dagli anni del famoso Concilio, la Chiesa non aveva lasciato poi moltissimi spazio per certi sfoghi artistici. Quasi che si volesse imitare a livello burocratico quanto già avveniva da millenni dal punto di vista orografico, con tutte quelle montagne messe lì come a proteggere l’intimità e il silenzio della Valle dell’Adige. Una barriera invisibile che non permetta a niente di uscire, ma soprattutto a nessun fermento di novità di entrare.
Un pentagramma desolatamente vuoto, ecco cosa mi parvero – con alcune eccezioni – le città che attraversai durante i miei tre viaggi verso Milano. Quattro spazi e cinque righi che anelano ad essere riempiti, come una bestia tenuta a digiuno che vorrebbe scalciare ed ululare contro il proprio padrone… E non lo fa perché quell’inedia l’ha oramai privata delle forze, oltre che delle speranze. Già allora, forse in maniera un po’ presuntuosa, io speravo che quelle poche soste e concerti fatti dal sottoscritto e da suo padre, contribuissero a far germogliare il seme dell’arte a Trento, Bolzano e nei depressi dintorni. Ma a cosa serve seminare nella terra, se prima non si è seminato nei cuori delle persone?
La verità, mi parve di capire, era che quella gente era portata per un mucchio di cose: aveva felici inclinazioni per il lavoro, per la politica, per il commercio. Gente che era capace di viaggiare e di andare per il mondo a scoprire la vita. Ma la musica nuova e la sublime poesia per i trentini erano una lingua troppo difficile da imparare. Come se il maestro stesse fuori dalla porta di casa e gli allievi dentro. E quella porta qualcuno avesse deciso di tenerla ben chiusa.
Tali e tante riflessioni mi avevano messo addosso come una sorta di oscura agitazione. Se non fossi stato musicista, mi sarei dilettato con la scrittura o – chessò – con il giornalismo. Magari Firmian – che di raccomandazioni se ne intedeva – poteva raccomandarmi al direttore della sua Gazzetta, quel Giuseppe Parini.
(pausa e sbadiglio) Massì, che scemenza… Dopo tutto questi pensieri, svuotato il pitale ed incurante di un paio di avide pulci, mi infilai nel letto e piombai in un profondo sonno ristoratore.
17) Musica
KV 113 (1771 Mailand) Divertimento Nr. 1 Es-Dur
Il mio povero padre – buonanima – aveva tantissime qualità organizzative; era un maestro nel contrattare il prezzo di una commessa oppure fissare – ad esempio – le tappe di un viaggio. Spesso, però, non faceva i conti con una delle sue pochissime debolezze: le chiacchiere. Amava così tanto intrattenersi con amici e conoscenti, ma pure perfetti sconosciuti incontrati per caso, che perdeva suo malgrado la cognizione del tempo e dello spazio immerso in tutto quel bla bla bla.
Per dirne una, quella mattina avevamo in programma di partire di buon ora da Trento e di essere a Verona prima dell’Avemaria, quando le porte della città scaligera venivano serrate definitivamente. Tuttavia quando appresi che saremmo dovuti passare da Ala, capii che non ce l’avremmo mai fatta, nemmeno con una carrozza a vapore. Quando dei professionisti del pettegolezzo si danno convegno sono capaci di attaccare bottone e non mollarlo più per giorni.
Tuttavia quando rientrando in Rovereto rividi le familiari vie mi tornò alla mente il confortevole soggiorno di due anni prima e mi rasserenai. In fondo Verona poteva aspettare. Voglio dire, avevamo fretta, ma certo non fino a questo punto.
Come avevo previsto, il barone Gian Giulio Pizzini attaccò a parlare quando ancora non eravamo scesi dalla carrozza; voglio dire, ancora non poteva dirsi certo che ci fossimo proprio noi a bordo!
Appena messo piede sul suolo della città del Leno anche per Anna Giulia Piomarta, la baronessa, venne il momento di aprire la bocca e cominciare a parlare. Gli argomenti erano svariati. Si andava dalla salute del principe vescovo alle emorroidi di Maria Teresa, dalle tensioni politiche francesi alle notizie che arrivavano dal Nuovo Mondo. È proprio il caso di dire che tutto faceva brodo. A me e all’emaciato figlio dei baroni non restò altro da fare che lanciarci occhiate di vicendevole commiserazione, anche se io avevo meno torto di lui nel farlo. E mentre mi mostrava una sua collezione di stampe antiche, gli spiegai pure il perché: “Io tra qualche ora sarò lontano, tu con questi due rischi di doverci stare tutta la vita, o quasi”.
Il ragazzo, non afferrò l’ironia. Per lo meno non ne sono sicuro. Quello di cui sono sicuro, invece, è che in capo ad una manciata di minuti piombò in casa il solito Bridi, ansioso di salutarci e di augurarci questo e quest’altro. “Solo – mi dissi – speriamo che non si metta cantare. Altrimenti è veramente la fine”.
Canzone o no, lasciammo la casa dei Pizzini solo alle dieci passate. Con il caldo che già cominciava a mozzare il respiro, dirigemmo la nostra vettura sull’infida strada diretta ad Ala, la quale doveva riservarci numerose sorprese: a noi e ai nostri fondoschiena.
9.
Estate del 1771. Amadeus è in Trentino per la seconda volta. Dopo una breve sosta a Rovereto, il viaggio verso Ala dura più del previsto, anche a causa di incontro inaspettato: quello con lo scapestrato violinista bergamasco Antonio Lolli, vecchia conoscenza di Leopold Mozart.
Solo alle 13 i nostri viaggiatori giungeranno a Palazzo Pizzini, ove Giovanni Battista li attende per il pranzo e magari per sentir suonare ancora una volta quel ragazzo prodigioso. Al mattino dopo, 18 agosto, Amadeus e suo padre assistono di buon’ora alla Messa nel tempio di Ala, prima di partire alla volta di Verona.
Rovereto, oramai lontana, era solo una macchia sospesa nel verde dei rigogliosi vigneti che arredavano la valle. I carri dei contadini affaccendati sfrecciavano a destra e a manca alzando tanta di quella polvere che c’erano momenti in cui quasi non si respirava più. Oddìo, “sfrecciavano” è solo un modo di dire. Perché la strada che dalla città del Leno, incuneandosi verso sud, conduceva nella ridente località di Ala, oltre ad essere larga poco più di un budello, era tortuosa come un dannato serpente, cosicché numerose volte fummo costretti a fermarci e ad attendere le numerose manovre che consentissero alla vettura di lasciar passare i carri dei contadini lagarini che, una volta al nostro fianco, avevano la pessima abitudine di ficcare la testa nel nostro abitacolo, tanto per farsi i casi nostri. O magari vedere un po’ che faccia c’avevano questi temerari forestieri che si mettevano a sfidare le distanze a quel modo.
Alcuni ridacchiavano, non so perché, forse per come eravamo vestiti. Oppure perché non riuscivano a comprendere quale potesse essere lo scopo del nostro viaggio, dato che non trasportavamo merci. Eppure avevano poco da guardarci a quel modo, con la spocchia di chi ti rimprovera una mancanza. Capisco che poteva risultare difficile come concetto, ma anche io e il mio signor padre stavamo in qualche maniera lavorando, proprio come tutti quei cafoni là fuori. Un lavoro diverso – certo –, ma comunque diretto all’ottenimento di un salario. I contadini coltivano la terra e ne ottengono prodotti che poi rivendono. Io lavoro la musica e ne ottengo qualcosa di cui – allo stesso modo del cibo – gli uomini hanno bisogno e per la quale talvolta sono disposti a pagare, proprio come si fa per le verze o per i carciofi.
A proposito di cibo… Mezzogiorno era vicino e noi eravamo ancora lontani dal banchetto che certamente avevano preparato i nostri amici Pizzini di Ala. Un languorino mi pervadeva se mi mettevo ad immaginare quali e quante pietanze sopraffine ci attendevano alla loro tavola.
Ma proprio quando il via vai di carri e carrettini sembrò scemare ecco che, per la somma gioia del mio sedere e un po’ meno per quella del mio stomaco, la carrozza si arrestò per il cambio dei cavalli.
Cara Costanza, hai presente quando stai inseguendo qualcosa che ti sembra tanto vicina, quasi ti pare di poterla afferrare con le mani ed invece rimane distante, ossessivamente, come se un sortilegio ti impedisse di avvicinarti ad essa? Bene, stavo provando la stessa sensazione di ineffabile inutilità, quando sentii il mio signor padre lasciarsi andare ad affettuose espressioni di saluto ch’egli andava rivolgendo a qualcuno che sembrava conoscere molto bene.
Allora, trascurando i morsi della fame, mi sporsi e riconobbi il volto di Antonio Lolli, bergamasco di nascita. Era desso collega del mio signor padre in quanto suonava il violino, ma poco aveva a che fare col mio saggio genitore per quel che concerne lo stile di vita. Tutta Europa conosceva la sua passione per il gioco e la sua proverbiale inaffidabilità quando si trattava di rispettare i termini di un contratto. Aveva poi quel modo di suonare così ruffiano ed esibizionista. Sicuramente della Violinschule del mio papà non ne aveva letto nemmeno il frontespizio.
Appena mi vide fece una smorfia a me, purtroppo, ben nota; la stessa che vedevo fare da chiunque mi incontrasse per la prima volta: una sorta di sorriso spastico che nulla aveva a che fare con la gioia e che preludeva a pacche sulle spalle, strette di mano, eccetera eccetera.
“Così, tu sei…”
“Eccolo che attacca”, pensai io sconsolato.
Il suo alito puzzava di vino come la caraffa di un’osteria, così tentai di scostarmi un poco senza dare a vedere il mio imbarazzo. Ma quello continuava a starmi vicino, come se fossi un reperto archeologico da esaminare molto attentamente. Si direbbe che volesse contare pure quanti capelli portavo sul capo, tanto intensamente mi fissava con quegli occhi cerchiati di nero che tradivano le recenti notti in bianco.
Volle assolutamente conoscere il mio parere sulle doti vocali di sua sorella, mediocre cantante lirica che avevo ascoltato a Verona nel “Ruggiero” di Pietro Guglielmi, qualche mese prima. Naturalmente con ampie perifrasi gli dissi che aveva talento e che poteva migliorare. Per una volta fui diplomatico come quel mastino del mio signor padre. In realtà, la donna aveva una terribile voce nasale e cantava sempre in ritardo di un quarto, o anticipava le battute. Mentii, lo so. Ma che ci volete fare?! La bugia pietosa al medico è sempre concessa.
18) Musica
Violin Concerto No. 3 in G, K. 216: II. Adagio
Erano solo le 13, ma quella giornata mi pareva cominciata da un’eternità. Oltre agli effluvi del sudore, sentivo ancora nelle narici il tanfo da vino di quella specie di musicista che avevamo incontrato sulla strada. Che coincidenze, però, ti capitano nella vita. Tu sei nel mezzo di un viaggio, perso su strade dimenticate da Nostro Signore, nel cuore del principato vescovile tridentino e chi ti incontri? Un rivale, un altro musico in cerca di lavoro, italiano, ma germanofono, che suona il violino con la grazia con cui si pesta il sale.
Ma al diavolo, pure il Lolli.
Giungemmo ad Ala ad un’ora infausta. Il mio signor padre aveva già deciso di fermarsi per la notte, tanto per non rischiare di rimanere davanti alle mura di Verona in braghe di tela, come dicono da quelle parti.
Ad onta della sorpresa che credevamo di fargli, Giovanni Battista Pizzini se ne stava in strada ad attenderci, col fazzoletto in mano. Ci sorrideva, ma si vedeva benissimo che avrebbe voluto strozzarci. Continuava ad allargare le braccia sconsolato, come di solito fa uno a cui è capitato qualcosa di brutto. Io pensai: “Stai a vedere che è morto qualcuno”.
Ed invece, scendendo dalla carrozza, tra le urla di gioia del mio sederino, il buon Pizzini, dall’alto della sua autorità di magistrato, ci confidò tristemente che la minestra si era irrimediabilmente freddata.
Vuoi sapere la verità, cara Costanza? Io avevo una gran voglia di stravaccarmi sul primo letto che mi fosse capitato a tiro, altro che minestra freddata. Il breve tragitto tra Rovereto ed Ala mi aveva letteralmente distrutto. Tuttavia il cerimoniale e la buona educazione mi imposero di fare il bravo ragazzetto e di sedermi a tavola e rispondere alle domande che i commensali mi avrebbero certamente rivolto in serie.
Il Palazzo dei Pizzini da metà del ‘600 ha destato l’ammirazione di artisti, nobili, prìncipi e persino sovrani, i quali, durante i loro viaggi tra l’Italia e l’Austria, vi sostarono. Così Carlo III e Carlo VI Re di Spagna, pare insomma che sia una tappa obbligata per i nobili che affrontano la via di Germania. L’enorme ospitalità della famiglia è nota in tutta Europa. E poi è veramente ben fatto e tenuto. Mi ricordo che nel salone settecentesco del palazzo superiore con loggia balaustrata che corre intorno, trovammo specchiere dorate, medaglioni, stucchi, tele e affreschi allegorici. Insomma, una costruzione degna di una grande città. Sebbene il borgo di Ala sia un importante centro economico in quanto ospita un florido commercio di seta e di velluti. O una roba del genere.
Oltre a Giovanni Battista, che confessò di essere un valente flautista dilettante, a tavola c’erano i parenti Francesco e Pietro e alcune signore. Noi conosciamo la famiglia da parecchio tempo, sin da quando alcuni suoi componenti sono venuti a studiare quassù. D’altra parte – te l’ho già detto – l’università di Salisburgo è piena così di trentini.
Dopo pranzo, dopo aver suonicchiato qualcosa al flauto, il padrone di casa senza alcun imbrazzo si rivolse al sottoscritto: “Mi stavo domandando se il piccolo Maestro non abbia voglia di farci sentire qualcosa”.
“Non avevo dubbi”, pensai tra me e me. Il buffone di corte adesso vi fa divertire un po’ e poi – se Dio vuole – se ne va a dormire.
19) Musica
Sonata in B-Flat Major, Kv454: III
Non ci crederai, ma il giorno dopo, alle sei dal mattino faceva già un caldo da spaccarsi. La chiesa di Ala era gremita, nemmeno ci fosse in programma un matrimonio imperiale. I trentini, notoriamente, non sono inclini a troppi formalismi, così io e il mio signor padre potemmo entrare nel tempio già con gli abiti da viaggio indosso, pronti a smammare subito dopo la benedizione.
Solo che tutta quella gente pareva più interessata ai lineamenti del mio volto che alle parole del sacerdote. Io – lo sai, mia cara Costanza – era già allora talmente abituato alla notorietà che certe cose quasi non le notavo nemmeno più. Solo che – chiribbio – stavolta avevo ben capito dove volevano arrivare, con quegli occhi da pesci lessi imploranti ora rivolti a me e ora voltati verso l’organo. E quella carogna del mio signor padre, pace all’anima sua, sarebbe pure stato d’accordo, ma io scotevo il capo come un ossesso. “No, no, no, no eh! Eh, no, eh!”
Perfino il prete, fregandosene della liturgia, teneva gli occhi puntati su di me. “Ma cos’è: un incubo?! Io c’ho sonno”. “Pure alle sei del mattino mi domandate di suonare?” “No, no, no, no eh! Eh, no, eh!”
Buffone di corte, mi può pure stare bene.
Ma incapace di intendere e di volere, no.
10.
Partito da Ala, la mattina del 18 agosto 1771, Amadeus giunge a Verona, dove i signori Lugiati lo tramortiscono con un pranzo pantagruelico che comprende la mostruosa “pastissàda de caval”. Eppure ciò che il ragazzo non riesce a digerire non è quel pesantissimo piatto, ma il fatto che a Milano le cose non sembrano mettersi bene riguardo ad una sua assunzione alal corte imperiale. Nonostante il grande successo dell’opera “Ascanio in Alba”, Amadeus e suo padre se ne tornano a casa con le pive nel sacco. È l’8 dicembre. Quella notte, a Palazzo Pizzini di Ala, sulla via di casa, Amadeus si interroga sul suo futuro e non gli pare di essere messo poi così bene.
Una cosa è certa: i calessi in Italia erano talmente malandati che al paragone era un lusso viaggiare sulla peggiore carretta di villaggio in patria. Nonostante la strada per Verona fosse più che buona, avevamo il lasciato il Trentino da nemmeno mezz’ora quando il mio sedere con tutti i suoi annessi e connessi cominciò nuovamente ad ardermi in modo tale che non ce la faceva più a resistere.
Intanto le montagne si diradavano alle nostre spalle, lasciando il posto alla pianura sterminata tipica di questa zona dell’Impero. Non avere più i rilievi al tuo fianco, dopo essere stato a lungo in loro compagnia, mi provocava un senso di smarrimento. Come quando da piccino, mentre passeggiavo per le strade di Salisburgo tenendo la mano della mia signora madre, improvvisamente mi ritrovavo da solo, senza più quel sicuro appiglio materno, perché ella doveva fare qualche piccola commissione. Allora venivo assalito da un freddo innaturale che mi colpiva, indefesso, in ogni fibra e mi mozzava il respiro, paralizzando i movimenti. È stato allora, credo, che io cominciai a capire cos’era la paura.
Un po’ quella che provava il mio stomaco ogni qualvolta ci trovavamo a dover alloggiare preso i veronesi signori Lugiati. Mangiare in quella casa non era un’attività ristoratrice e rilassante, o perfino ecumenica come lo era, ad esempio, nel Trentino. Desinare da costoro era un serio impegno di lavoro gastrico e mandibolare che richiedeva una preparazione mentale, e nondimeno fisica. Chiribbio, ancora mi domando cosa non c’era su quella tavola da pranzo il 18 agosto del 1771. Ci credi – diletta Costanza – che rimasi a tal punto turbato che se mi impegno un attimo, ancora oggi, io mi ricordo l’intero menu di quella pantagruelica sosta? Dunque, vediamo…
Soppressa con giardiniera, nervetti, oca arrosta ripiena, stracotto de musso, paparèle con fegatini, trippa in brodo e soprattutto l’incommensurabile, fantasmagorica, smisurata e disumana (enfaticamente) pastissàda de caval! Poi, voglio dire, a parte il caldo e la poca digeribilità di questa mostruosa pietanza, come se non bastasse, il buon Lugiati si mise a raccontarne la storia, sostenendo che la ricetta della pastissàda risaliva al sesto secolo dopo Cristo, quando l’esercito dei Goti lasciò sul campo migliaia di cavalli che la popolazione locale si affrettò a macellare, badando di non ficcarci in mezzo la salma di qualche sfortunato cavaliere. Signori, ma che schifo!
20) Musica
Sonata In la Magg. K331 Marcia Turca
Di novità in quel di Milano ce n’erano davvero pochine. A parte il fatto che non pioveva da due mesi e il nostro anfitrione trentino, il conte Carlo Firmian, era fuori sede, c’era di che annoiarsi a morte per i mesi successivi, se non avessi avuto l’importante incarico per il quale avevamo affrontato questo secondo, massacrante, viaggio in Italia.
Lo so, avevo giurato e spergiurato che con i matrimoni io non avrei avuto mai nulla a che fare, che non mi sarei mai messo a suonare come un volgare musico che strimpella alla tavola degli sposi. Ebbene. (imbarazzato) Le cose cambiano quando a prendere moglie è nientemeno il figlio della nostra amata (si fa per dire…) imperatrice Maria Teresa. L’arciduca Ferdinando… detto tra noi: un mezzo imbranato, tanto che sua madre continuava a scrivergli di non disturbare il lavoro dei funzionari austriaci che portavano avanti gli affari di governo. La sua mansione era dedicarsi agli obblighi di rappresentanza, esibendo il proprio rango aristocratico e stop. Insomma, meno si muoveva e meno faceva danni. Quantunque, fesso quanto vuoi, con quelle nozze Ferdinando diventò Governatore della città. Sì, a chiacchiere… Il vero Governatore restava il Firmian, quel trentino tutto d’un pezzo.
Pettegolezzi a parte, la questione è un’altra: io avevo bisogno di lavorare, ragazzi! Se non si vedono i soldi, il talento e la passione per l’arte sai dove puoi metterteli dopo un po’?
La speranza, nemmeno tanto recondita, che muoveva i miei passi in quei dì era che Sua Altezza ponesse fine alla mia condizione di lavoratore precario assumendomi una volta per tutte alla corte di Milano. Fare il dipendente pubblico non è il massimo della creatività, sono d’accordo, però c’hai un mucchio di ferie pagate e anche se non ti ammazzi di lavoro è lo stesso.
Per intanto, avevo accettato di comporre questa serenata per la promessa sposa, Maria Beatrice d’Este. Una lavoro che si rivelò pazzesco anche perché quel “giornalista”, quel Parini, che aveva l’incarico di scrivere il libretto, pareva non avere mai tempo per terminare l’opera. Mi rivedo ancora seduto a quello scomodo scranno, con le candele che ondeggiavano a causa degli spifferi d’aria. Le dita sporche d’inchiostro ed i piedi che battevano a tempo e sottolineavano i passaggi più suggestivi di quell’Ascanio in Alba.
In un tempo brevissimo dovetti comporre qualcosa come quindici arie, sette cori e tre terzetti. Da uscire letteralmente di testa se non avessi avuto la fondata di speranza di un considerevole guiderdone finale. Ogni tanto, rileggendo le note sul pentagramma, è strano… avevo la sensazione di aver composto qualcosa che ricordava una melodia di Gluck o un’aria che assomigliava molto ad un’altra di Paisiello. Me la canticchiavo, mi pareva di essermi sbagliato ed invece no, era proprio identica. “Ma chi se ne frega”, pensavo. “Qui non c’è il tempo di dormire, figuriamoci se posso permettermi dei problemi di coscienza”.
Giorni frenetici, pieni di prove e controprove. Un paio di volte andammo a Pavia dove il nostro amico Conte di Castelbarco si recava a fare visita alla sua fidanzata. Tra l’altro c’aveva fatto un enorme favore portandoci certa musica che il mio signor padre aveva dimenticato a Salisburgo e che pure lui rischiò di dimenticare a sua volta durante la sosta nei suoi poderi di Ala e di Rovereto.
Ma tutto alla fine si compì. L’inchiostro delle partiture non si era ancora asciugato del tutto che l’Ascanio in Alba andò in scena il giorno 17 ottobre 1771 davanti all’Arciduca e ad un pubblico entusiasta. Cavalieri e altre persone ci fermavano continuamente per strada. Il povero Hasse, la cui opera era stata recitata la sera prima, venne completamente oscurato, cancellato dal successo della mia serenata. E durante una delle repliche, rintanato in un angolo e scuro in volto, qualcuno giura di avergli sentito dire queste parole: “Questo fanciullo ci farà dimenticare tutti quanti”. A chi avrà voluto riferirsi? (risatina)
Dello stesso avviso, purtroppo, non fu Maria Teresa. Ferdinando provò in tutti i modi a convincerla in merito ad una mia assunzione definitiva a Corte. Tentò di descriverle l’entusiasmo che la mia musica era capace di suscitare, le portò illustri tesimonianze di altri musicisti, scrittori e poeti, le mise sotto al naso i miei spartiti nella speranza di farle cogliere in quei segni nervosi la cifra del mio talento. Ma fu tutto inutile.
(voce femminile)
“Non capisco perché avete bisogno di un compositore o di gente inutile ... Avvilisce il servizio quando si tratta di gente che viaggia per il mondo come pezzenti”.
Questo disse di noi… quella cicciona. E il mondo parve crollarmi addosso. Per di più, il Firmian – vedendo che avevamo intenzione di partire – ci affidò una serie di importanti lettere da consegnare a Trento. Delle lettere? Da consegnare?! Na gut! Nella cupa depressione in cui ero improvvisamente piombato, un barlume di folle speranza mi fece raddrizzare la schiena: in fondo, se come musicista non valevo niente, potevo sempre avere un futuro come… postino!
21) Musica
“Ascanio In Alba”, K. 111: Overture
Lasciando Milano neri di rabbia e collera per il fallimento dei miei colloqui di lavoro, io e il mio signor padre non corremmo il rischio questa volta di far tardi alla tavola di Giovanni Battista Pizzini. Almeno questo…
La via di Germania ci accolse a braccia aperte come una genitrice che vuole consolarti indicandoti quanto oramai vicina è la strada di casa. Fu per me nuovo balsamo rivedere i luoghi del principato trentino e le sue genti, così lontane e immuni al malcostume politico di cui era intrisa la città lombarda.
L’elegante palazzo di Ala ci offrì una cena corroborante e un comodo giaciglio. Tuttavia prima di dormire, quella sera mi alzai e mi affacciai ad una finestra, incurante del freddo vento di dicembre. Osservando le linee notturne della Valle dell’Adige mi interrogai sul mio futuro. Vedevo tutto nero. In tutti i sensi. Il bambino prodigio non incantava più nessuno; era diventato invisibile o forse era morto, lasciando il posto ad un tipetto basso di statura, con un grosso naso che forse aveva un qualche talento musicale e che faticava a guadagnarsi da vivere. Che sarebbe stato di me da quel giorno in poi?
Quella sera ero talmente giù che perfino i Pizzini – che avrebbero fatto follie e per vedermi seduto al fortepiano – non se la sentirono di domandarmi di suonare.
11.
Il 9 dicembre del 1771, Amadeus giunge a Trento. È sulla via del ritorno verso Salisburgo, dopo le contrastanti vicende che gli sono capitate a Milano. Grande successo per l’opera, delusione per la mancata assunzione a corte e per le dure parole di Maria Teresa che lo ha definito una persona “inutile”. Ospite del conte Wolkenstein e di sua moglie Massimiliana Lodron, il ragazzo si diverte a fare il turista in una città che però non riesce a diventargli simpatica. Amadeus visita l’organo della basilica di S. Maria Maggiore e, alla sera, pur stanco, tiene un’accademia musicale.
Trento! Non so che farci… Ogni volta che mettevo piede in quella specie di città mi prendeva un’angoscia inspiegabile. Un peso alla bocca dello stomaco. Forse era paura che mi potesse capitare quanto di peggio possa accadere ad un essere umano quando è lontano da casa. Per fortuna, questa volta – se non erro era il 9 dicembre del… settantadue o settantuno. No, era il settantuno – insomma, ad accoglierci trovammo volti invero familiari. Il Conte Pio Wolkenstein, ma soprattutto la sua consorte Massimiliana che oltre ad essere una Lodron era stata un tempo nostra vicina di casa a Salisburgo. Lei è una vera appassionata di musica ed è una fortuna per le sorti culturali del borgo di Trento che ella abbia scelto di andarci a vivere. Voglio dire, quella gente aveva proprio bisogno di essere istruita; le cose per cui vale la pena di vivere non sono poi così tante. La musica è certamente una di queste. E non esiste commercio o affare tanto vantaggioso che possa eguagliare le sensazioni che la musica può darti. E solo un animo adeguatamente preparato riesce a cibarsi di esse.
Eh sì, brava Massimiliana. Sebbene quel giorno, pure lei avrebbe potuto capirlo da sola che io e il mio signor padre eravamo stanchi morti e volevamo riposare. Le stanze del palazzo avrebbe potuto farcele vedere più tardi, dopo che ci fossimo rinfrescati e cambiati d’abito. Ed invece cominciò da subito un’accuratissima descrizione della sua magione che non tralasciava nemmeno i particolari più insignificanti. Davanti al clavicembalo poi, mi ricordo che rimase un attimo come in estasi, accarezzandolo e lisciandolo nemmeno fosse il suo cane. “Questo è il mio clavicembalo” continuava a ripetere, come se stesse recitando una sciocca filastrocca. Poi suonava qualche accordo distratto come per farmi capire come funzionava esattamente quell’aggeggio. Ed io ad annuire, inespressivo e calmo, tra me e me: “Sì, lo so come funziona. Si schiacciano i tasti, le corde vengono pizzicate e viene fuori la musica”. E quella di nuovo: “Questo è il mio clavicembalo… Un clavicembalo, capisce dottor Mozart?”
Insomma, per tagliar corto, glielo dissi papale papale che poteva piantarla lì quella pantomima, che di suonare, per il momento, non se ne parlava proprio!
Il palazzo del conte era situato praticamente davanti al grande Castello del Buonconsiglio, nella contrada di S. Maria Maddalena. Certo, con il fiume così vicino l’umidità quasi la respiravi, ma tant’è. Ci saremmo fermati un giorno solo la qual cosa ci avrebbe certamente permesso di contenere i danni alle nostre schiene malandate. Chiribbio, parlo di me stesso come se stessi parlando di un vecchio. Forse perché avevo cominciato a vivere da adulto quando gli altri esseri umani si limitano a fare i bambini. Come se la mia vita avesse da sempre fretta di bruciarsi, ardere in fretta come la legna quando è troppo secca. Un fuoco fatuo che dura un attimo solo, eppure in quell’istante di rutilante respiro riluce più del sole e di tutte le stelle.
Comunque, paranoie esistenziali a parte, la prima cosa che feci appena sceso dalla carrozza fu di liberarmi all’istante di tutto quel malloppo di lettere, bigliettini, missive e messaggi che i capoccioni di Milano avevano mandato in tutta fretta al Wolkenstein.
A proposito, lo sai cos’era tutta quella corrispondenza? Ovviamente non lettere d’amore e nemmeno chiacchiere da lattaia… (sottovoce) Raccomandazioni. Già. Spintarelle e intercessioni affinché il buon Pio facesse la sua brava carriera politica senza troppi intoppi.
(Accento da cummenda milanese)
“Eccellenza, il ragazzo qua è preparato. Ha studiato e non ha grilli per la testa. Ué, garantisco io, naturalmente…”
Magia delle magie… Due anni dopo Pio Wolkenstein venne nominato Capitano della città. Cara Costanza, siamo d’accordo, eh… Io non ti ho detto nulla! Che non si dica in giro che Amadeus è peggio di un pettegolo.
22) Musica
K247 Divertimenti Lodroniani
Il conte Wolkenstein ci portò nel pomeriggio a fare un giro per Trento, tanto per farci venire un po’ di appetito e rimirare alcune preziosità del luogo. La già veduta fontana del Nettuno, ad esempio, finalmente liberata da tutta quella gentaglia che la utilizzava per lavarci le proprie cose. Pare che il magistrato avesse emanato da poco un proclama con il quale vietava tassativamente alla popolazione di servirsi dell’acqua della fontana per lavare pannolini, trippe, rane e cose simili. Lo scultore della fontana, il Giongo di Lavarone, non doveva averla presa tanto bene. Per un artista certe situazioni sono avvilenti oltre che imbarazzanti. È un po’ come se con certi fogli della mia musica certuni ci si soffiassero il naso anziché suonarla.
Ma al diavolo pure ‘sta fontana, chiribbio. Quello che realmente mi interessava rimirare quel giorno era il celebre organo della chiesa di S. Maria Maggiore, per la cui bellezza i padri conciliari pare avessero perso letteralmente la testa, al punto da andarsene in giro per l’Europa a decantare tale magnificenza. Ma soprattutto mi eccitava il pensiero che nei primi anni del secolo vi aveva suonato niente meno che il maestro Georg Friederich Haendel, anch’egli di passaggio a Trento, suscitando il più alto entusiasmo tra i cittadini con le sue geniali improvvisazioni allo strumento.
Beh, Costanza – tu lo sai – io non sono uno incline a rincoglionirsi troppo per le cose belle. Ma quel giorno, non appena entrato in quel tempio provai un ebbrezza che mi travolse. L’organo era magnifico. Quello sì che mi sarebbe piaciuto suonarlo, altro che il clavicembalo di Massimiliana Lodron.
La cantoria, poi, era davvero di una bellezza fuori di testa; un capolavoro di arte classica: costituita da una grande tribuna dagli splendidi bassorilievi, è sostenuta da quattro mensole finemente lavorate, come non ne avevo ancor viste durante i miei innumerevoli viaggi.
Tornammo al palazzo Wolkenstein che era già buio e con tutti i brutti ceffi che si incontravano per le strade della città era meglio affrettarsi a sigillare il portone di entrata e lasciarsi alle spalle ogni possibile minaccia.
Tuttavia un andirivieni di genti finemente abbigliate e dal piglio aristocratico animava l’andito del palazzo. Dame, damigelle e damigiane più agghindate e dipinte dei palazzi che avevo appena rimirato lungo la via Larga. Da come mi additavano, parlottando maleducatamente tra loro, fui costretto a desumere che erano lì per il sottoscritto. Massimiliana non si era trattenuta dal rendere pubblica la notizia della mia presenza a Trento e naturalmente – ma su questo non v’erano dubbi – aveva organizzato un’accademia musicale.
Iniziò così tutta la tiritera degli inchini, dei baciamani e delle presentazioni. C’erano candele ovunque, odore di abiti profumati e cipria per capelli che non riuscivano a coprire un nauseabondo puzzo di sudore. Contrariamente a certe dicerie che circolavano a Salisburgo riguardo alle inclinazioni della città di Trento, da come parlava e da come si atteggiava questa gente pareva avere molta affinità con la musica e con la mondanità che ad essa spesso si lega. Poco male, pensai io. Sempre meglio che spaccar legna.
“Devo suonare subito o prima posso andare un attimo al gabinetto?!”
23) Musica
do maggiore, k 258 (Spaur-Messe)
Viaggiammo verso Bressanone, ben guardandoci dal fermarci in quella cittadina che non oso nemmeno nominare. (Massì, dai, quella che comincia per Bì e finisce per -ano…) Fuori dalla carrozza faceva un freddo che te lo raccomando. Per fortuna avevamo una buona scorta di mattoni caldi avvolti nella paglia che, posti sul pavimento della vettura, diffondevano un gradevole tepore.
Il mio signor padre si era assopito. Approfittai per guardarlo in volto e studiarne, una volta tanto, i lineamenti. Numerose rughe gli solcavano la fronte e disegnavano strane linee attorno agli occhi. Il sonno gli impediva di tenere quel contegno che lo distingueva da sveglio. Se ne stava scomposto sul sedile, col capo che sbatteva sul poggiatesta ad ogni scossone della carrozza. Leopold Mozart aveva cinquantadue anni ed era stanco. Perché – mi domandavo – si costringeva a quei viaggi massacranti, a quelle trasferte durissime? Perché non se ne restava a casa a fare le sue lezioni di violino e a lisciare il pelo al principe vescovo anziché sbattersi a quel modo? Lo faceva per suo figlio o solo per se stesso?
Sai Costanza, in punto di morte ero arrivato quasi a domandarglielo, ma me ne mancò il coraggio. Ed anche quella sera che eravamo quasi giunti a Bressanone, mentre si riaveva da quel sonno agitato, arrivai a tanto così dal risolvere quell’enigma. Stavo per aprire la bocca, ma il conducente urlacchiò che eravamo giunti. Allora scostai le tendine, e Sua Eccellenza il Conte Spaur già si approntava a darci il benvenuto. Mio padre mi guardò e mi sorrise. Per un attimo solo mi sentii in profonda comunione con lui. Era la prima volta che accadeva. Poi, un refolo di vento gelido ci accarezzò la testa, come svegliandoci del tutto. Leopold e Amadeus ripresero tosto a recitare la parte del padre e quella del figlio.
12.
Il terzo ed ultimo viaggio in Italia dei Mozart comincia alla fine di ottobre del 1772. La destinazione è sempre Milano, ove si fa un ultimo tentativo riguardo alla possibile assunzione di Amadeus nella città meneghina o alla corte del Granduca di Toscana. Dopo uno sgradevole soggiorno a Bolzano, il 31 ottobre, la sosta nel palazzo Pizzini di Ala pare d’obbligo. Il ragazzo festeggia il suo onomastico e racconta ai presenti gli innumerevoli aneddoti legati al suo nome. Sopravvissuto alla temibile “pastissàda de caval” della signora Lugiati di Verona, Amadeus lavora freneticamente al “Lucio Silla”, concedendosi pochissimo riposo e passando sopra anche a certi sospetti di plagio riguardanti la sua musica.
Trentini, trentini e ancora trentini. Ma lo sai che in quegli anni in ogni luogo io mi trovassi ‘sti qua spuntavano come funghi? Timidi e riservati solo per modo di dire, perché quando si trattava di bazzicare i posti e le persone che contano parevano essere dappertutto. Ad Innsbruck, ad esempio. Era il settantadue, 25 o 26 ottobre non ricordo più.
Quella volta che io e il mio signor padre avevamo appena lasciato Salisburgo alla volta della solita Milano. Il motivo ufficiale del viaggio era la messa in scena del “Lucio Silla”. In realtà si trattava di un ultimo disperato tentativo di trovare un lavoro fisso in Italia, magari presso il Granduca di Toscana: lì avrei potuto vedere finalmente qualche soldo serio e smetterla di girovagare come uno stolto pellegrino. Chiribbio, Maria Teresa sarà pure stata una fanfarona, ma quando diceva che viaggiavamo come pezzenti – ahimé – un po’ di ragione ce l’aveva. Sempre a scroccare un pranzo o una cena ad ogni stazione. Senza ritegno. E sempre assumendo quell’aria di chi ti sta facendo un favore a svuotarti la dispensa (ridacchia).
Quell’anno, ad Innsbruck – dicevo a proposito dei trentini – trovammo ad attenderci la sorella della Contessa Lodron che ci accompagnò in una noiosissima visita al monastero imperiale di Hall. Statue, altari, navate, chiostri… quelle robe là, insomma. Tutto di una bellezza “normale” e ordinaria, niente che non avessi già visto. Per fortuna, ad un certo punto della visita il mio occhio attento cadde sull’organo della chiesa. Attesi strategicamente qualche minuto e poi, op-là, vi balzai su e lo piegai ai miei voleri suonando a più non posso, nel tentativo di coprire la voce illustrante e gracchiante della Lodron.
Breve musica d’organo
Beh, insomma, l’idea era di saltare Bolzano con fretta ed eleganza, come si fa quando per strada il tuo cammino si imbatte in qualche cosa di molto spiacevole per le scarpe. Tuttavia quando, a mezzogiorno, giungemmo in quella stamberga di porci veniva giù un’acqua che per poco non bucava il tetto della carrozza. Si capisce che mettersi in viaggio per Trento con quelle condizioni atmosferiche voleva dire correre il serio rischio di rimanere per strada, tra il martello e l’incudine, senza un comodo alloggio per la notte.
Così, fradici e raffreddati, ci rifugiammo nella locanda che per ironia della sorte si chiamava “Al Sole”… Lì, affamato, assetato e assonnato tanto per ingannare la noia mi misi a comporre – quasi per gioco – un quartetto. Solo che qualcuno che la città di Bolzano aveva reso furioso e maldisposto non la finiva di urlare in qualche stanza accanto alla nostra. Io dapprima non feci caso a cosa dicesse, ma poi incuriosito avvicinai l’orecchio al muro e…
Soll ich noch kommen nach Botzen, so schlag ich mich lieber in d’ fotzen.
Chiribbio! Devo dire che mi riconoscevo abbastanza in quelle simpatiche e oneste parole. Quel tizio doveva averne proprio le scatole piene di quel posto.
(cadenzando)
Puttosto che tornare a Bolzano, mi mollerei una sberla sul muso.
Piuttosto che a Bolzano tornar, in mona preferirei andar…
24) Musica
Quartetto in re maj K.155, Bozner Quartett
Così lasciare Bolzano non fu per niente spiacevole. Anzi. D’altra parte la cosa più divertente che vi avevamo fatto era stata una visita al religioso Vincenz Ranftl nell’amena atmosfera del convento dei domenicani. E se questa era la più divertente ti lascio immaginare quale fosse la più triste…
Vabbé. In ogni caso, anche questa era fatta. Alle cinque del mattino ci fiondammo – per modo dire – a Rovereto. Da lì, con in cuore la segreta speranza di non incontrare un qualche Antonio Lolli che ci facesse perdere tempo prezioso, attraverso mille peripezie delle ossa del mio fondoschiena giungemmo al felice approdo di Ala, che durante questa terza sortita in Italia mi parve ancora più bellina di quanto non la ricordassi.
L'arte della seta e dei velluti aveva ormai modificato la città, facendone un centro economico di primaria importanza, richiamando nuovi abitanti e sollecitando trasformazioni sostanziali sia a livello urbano, sia in un ambito culturale ed artistico. Lungo il corso della Roggia – così mi pare che si chiamasse – erano in breve sorti parecchi filatoi, edifici artigianali mossi dall'energia idraulica per la preparazione del filo di seta, tre tintorie, una "garberia" per la concia delle pelli, molini, fucine e folloni; interi nuovi quartieri erano spuntati come funghi per ospitare laboratori artigianali, magazzini, abitazioni per i lavoranti.
Giovanni Battista e Pietro Pizzini furono cordiali come sempre. Addirittura, questa volta, avevano organizzato per il dì appresso, il 30 ottobre, una festicciola per festeggiare il mio onomastico. Oddìo, ovviamente in cambio qualche notarella avrei dovuta strimpellarla, ma poco male; in fondo un po’ di esercizio era quello che ci voleva in vista del superlavoro che mi attendeva a Milano.
La piacevole atmosfera a casa Pizzini mi rilassò alquanto e mi sciolse la lingua. Davanti a succulente portate di carne di maiale, spezzatini vari e polenta, il tutto innaffiato da un ottimo vinello che fanno certi contadini della zona, visto che era il mio onomastico, spiegai ai Pizzini l’esatta origine dell’interminabile serie di nomi e nomignoli che precede il mio cognome.
“I quattro nomi mi furono dati da bambino si giustificano così: Johannes Chrysostomus, perché il 27 gennaio, secondo il calendario cattolico, è intitolato a San Giovanni Crisostomo, patriarca di Costantinopoli e patrono degli oratori; Wolfangus, in onore del mio nonno materno, Wolfgang Nikolaus Pertl; Theophilus (Gottlieb, in tedesco), in onore del mio padrino, Johann Gottlieb Pergmayr, commerciante e consigliere civico. In seguito – per mia fortuna, ma anche vostra – l'ultimo nome venne mutato nel più armonioso Amadeus (che è la traduzione latina del greco Theophilus), in ricordo anche del mio povero fratello Carl Amadeus, defunto solo tre anni prima che io venissi al mondo”.
Dopo questa (ironico) interessantissima dissertazione onomastica, i Pizzini e tutti gli alensi e i roveretani presenti mi fissarono con un guardo interrogativo, come dire: “Sì, vabbé c’hai quattro nomi – lo abbiamo capito –, ma adesso ti metti a suonare o no?!”
Non mi feci pregare. Mandai giù una fetta di salamella e un ultimo sorso di vino. Poi feci schioccare le mie lunghissime dita davanti alla tastiera e senza che avessi bisogno di sferzarle esse iniziarono a galoppare.
25) Musica
KV 134 a, Streichquartett Nr. 2 (KV 155) D-Dur
Ricetta. Preparazione. “Si prende la polpa di cavallo e la si mette a macerare per due giorni nel vino. In una casseruola con olio e burro si mettono tre carote, ottanta grammi di cipolle e una costa di sedano tagliato a pezzi. Si toglie la carne dalla marinata e si puntella di chiodi garofano dopo averla infarinata. Dopo un’ora di cottura si versa il vino e si aggiungono foglie d’alloro, una grattatina di noce moscata. Lasciar cuocere per tre ore, dopo tagliare a fette e servire con la polenta”.
Oramai avevo associato talmente i signori veronesi dei Lugiati alla mitica pastissàda de caval che quando entravo in quella casa avevo la netta sensazione di essere in un maneggio. In ogni angolo della casa, rumore di zoccoli e nitriti… Ma che scherziamo?!
Io col cibo ci dovevo stare attento. Se esageravo non riuscivo mica a restarmene seduto a comporre con quella mappazza sullo stomaco. Tuttavia non vorrei che si pensasse di me che sono un brontolone. Stavo bene, mi divertivo e lavoravo in allegria.
Anche se quella volta… Altro che pastissàda a Verona… per poco non ci lasciavano fuori dalle mura. “Xe serà! Xe serà!” continuava a gridare quell’elefante di un guardiano. Io me la stavo facendo sotto: tornare indietro ad Ala – a quell’ora – sarebbe stato un vero e proprio suicidio. Ci vollero tutte le qualità diplomatiche del mio signor padre per convincerli a lasciarci entrare. Oltre ad un discreto gruzzolo, ovviamente.
Ma come Nostro Signore volle, il 4 di novembre arrivammo a Milano ed io nella testa c’avevo solo quel’opera che dovevamo imbastire nei soliti tempi impossibili. Iniziai subito a comporre il «Lucio Silla» che mi era stato commissionato due anni prima. Il «Silla», su libretto di Giovanni de Gamerra, poi revisionato dal Metastasio, era in cartellone per il 26 dicembre. Le prove mi procurarono subito non pochi problemi. Il principale fu la malattia che spinse il tenore Cardoni a rinunciare alla parte del protagonista. Il sostituto, Bassano Morgnoni, non era in grado di eseguire i più fini virtuosismi e io fui costretto a modificare tutte le sue parti. Sai che divertimento!
Ero tecnicamente fuori di testa. Mancavano solo venti giorni alla prima e mi mancavano ancora quattordici pezzi. La mia vita era praticamente sospesa, annichilita, confusa e mescolata con la trama dell’opera. L’unica distrazione che ebbi in quei giorni frenetici fu il Mercante in Fiera, un nuovo gioco che avevo imparato a Milano e che mi riproposi di diffondere dalle mie parti.
Continuavo a riempire fogli su fogli, fiumi di inchiostro e poi sabbia per farlo asciugare bene. Anche stavolta, ebbi delle strane sensazioni mentre componevo quella musica. Ad esempio, un terzetto che mi parve riuscito molto bene, mi ricordò improvvisamente un adagio di Haydn; un coro dalla melodia struggente mi sembrò tale e quale ad un pezzo del Sarti. E così via, tanto che stavolta ebbi davvero paura di venire sputtanato. Già le malelingue avevano messo in circolazione voci malevole sul mio conto, sul fatto che secondo loro copiavo un po’ troppo. Dunque, che fare? Quella volta mi interrogai a lungo. Mi arrovellai alla ricerca di una possibile soluzione. Cambiare qualche nota, variare il tempo… Non era così facile. Il lavoro rischiava di allungarsi in maniera drammatica.
Così lo sai cosa risolsi? E chi se ne frega! La priorità era far colpo sul Granduca ed ottenere il posto. Ai posteri e alle accuse di plagio ci avrei pensato più avanti.
13.
Volge al termine il racconto che Amadeus sta facendo a sua moglie Costanza, sui tre viaggi in Italia, ma soprattutto sui ricordi legati al Trentino e alle genti trentine. Tutto è partito da quel Marzemino che il musicista vuole far bere al suo Don Giovanni, nell’opera nuova che sta musicando. Vino trentino o vino veneto? Chi lo sa. Il dubbio rimane. Quello su cui Amadeus non ha dubbi, invece, è il fatto che ricordare quegli anni della sua adolescenza, gli incontri con i trentini e le frequentazioni alla corte milanese di Carlo Firmian, gli ha fatto bene. Gli ridà forza e vigore per affrontare il molto lavoro che ancora lo attende e le sfide degli anni a venire. Cominciando proprio da quel “Don Giovanni”.
Ora che il mio racconto sta per terminare, una cosa la devo dire per forza. Io non ho mai visto due persone parlare così tanto tra loro come quando il mio signor padre attaccava bottone col Nicolò Cristani. Una roba… Guarda, Costanza… da non credere. Ogni volta che facevano salotto sembrava fossero lì per battere qualche primato, anziché per il piacere di fare quattro chiacchiere. Giuro sulla mia mano destra: parlatori professionisti! Soprattutto quel roveretano, quel Cristani. (Anzi, no, non era di Rovereto, apparteneva ad una famiglia di Rallo, un paese della Val di Non.)
Chiribbio, ‘sti due parevano avere così tanto da dirsi che in quei giorni fui costretto a sostituire il mio genitore in alcune mansioni, ad esempio lo scrivere a casa. E osservarli mentre – culo e camicia – si sparavano parole addosso era un vero spettacolo. Mi riproposi di proporre al Firmian di ripensare la formula delle accademie. Due chiacchieroni di quella sorta potevano risultare certamente meno noiosi di un’interminabile fuga di Johann Sebastian Bach.
Macché, niente da fare… Carlo Firmian era munifico, aveva buone maniere, ma era così all’antica… E per le tre sere che precedettero il Natale del 1772 organizzò le cose in grande. Tre giorni di "Grande Accademia" a Palazzo Melzi con musica vocale e strumentale presente "l'intera nobiltà", il che voleva dire cipria, belletto, parrucche e, soprattutto, la solita, inconfondibile puzza di sudore.
Quel maneggione del Firmian stavolta era riuscito a sistemare il fratello, Leopold Ernst vescovo di Passavia, facendolo promuovere al soglio cardinalizio. Come mi insegnava quel trentino “illuminato” il segreto della felicità sta tutto qui: avere le conoscenze giuste. Poi il resto vien da sé.
Una festa mai vista. Tre sere di accademia ininterrotta, dalle cinque pomeridiane alle undici di notte. Io non ero attraente come le disfide verbali tra mio padre e il noneso parlante, ma lo stesso mi ciucciai ore di pianoforte e musica in tutte le salse. E tutti si divertivano come pazzi. A parte me, che col pensiero ero alla prima di quel “Lucio Silla” che oramai non mi faceva dormire la notte.
26) Musica
Dal “Lucio Silla”, k135 Atto Secondo: Aria "Ah se il crudel periglio"
Ventisei repliche. No, dico: non due o tre, e nemmeno cinque o sei… Ho detto ventisei repliche una di fila all’altra. Un successo mai visto prima riscosse quell’opera. A proposito, nessuno ebbe nulla da dire a proposito di alcune presunte somiglianze della mia musica con quella di illustri e più grandi colleghi. Il mio fu un successo senza macchia e senza paura.
Eppure, nessuna buona notizia arrivò a riguardo della mia assunzione come musicista di corte. Né a Milano né tantomeno a Firenze.
Fingemmo di doverci trattenere a Milano per non meglio precisati affari. Per un mese intero il mio signor padre si dette malato, attendendo con ansia l’arrivo giornaliero della posta. Questo fino a fine febbraio, quando il conte Firmian – da buon trentino – cominciò a mostrare eleganti segni di insofferenza. D’altra parte posso capirlo: ‘sti due girovaghi ti si piazzano in casa e sembrano non voler più schiodare il sedere per l’eternità. Va bene il dovere di essere ospitali, ma l’ospite è sempre stato come il pesce: dopo qualche giorno incomincia a puzzare.
Così, all’inizio di marzo da bravi pesciolini oramai in putrefazione, lasciammo Milano e, con la coda tra le gambe – anzi, tra le pinne –, imboccammo per l’ultima volta la strada di casa. Non sto a raccontarti il nervoso che mi venne quando scoprii che quella cicciona di Maria Teresa – che spesso non sapeva farsi gli affari suoi – aveva vivamente sconsigliato il Granduca. Me la immagino proprio: “Che non vi venga in mente di assumere quell’inutile essere… Ecc. ecc.”
Vaffanbagno, ‘sta befana, antipatica… (Pace-all’anima-sua.)
Insomma, farmi il mazzo a quel modo, trascinarmi sul suolo italico per tre lunghi anni, ammanicarmi con trentini e trentinazzi d’ogni genere e sorta, suonare davanti agli increduli napoletani e ai permalosi vaticanisti, soggiornare nell’innominabile città che comincia per Bì e finisce per -ano e strafocarmi per ben due volte con la temibile pastissàda de caval dai veronesi Lugiati non era servito a nulla!
Na gut! Tutto come prima. All’orizzonte mi si prospettava l’infame destino di piegarmi ai voleri della corte del principe vescovo di Salisburgo. Impiegato di concetto nella pubblica amministrazione, sai che goduria.
D’altra parte era stato bello sognare. Con l’abito di corte e la spada da cerimonia, andarmene in giro per l’Europa a fare il figo, il fenomeno, l’attrazione internazionale mi aveva illuso che fosse tutto più facile. Nella vita, voglio dire. Ma il sogno era durato poco.
Avevo diciassette anni e due mesi e la fine di quel terzo viaggio in Italia segnava per me l’inizio di un altro viaggio: quello lungo e periglioso della vita. Il tempo dei giochi, dei trucchi e delle magie era finito. Ora mi dovevo rimboccare le maniche e spremere il mio genio – se davvero ne avevo uno – così come si spreme un limone, fino all’ultima goccia.
27) Musica
Don Giovanni, atto II, scena II, “Il mio tesoro intanto…”
Povero Costanza, sarai stanchissima. Ho parlato per ore eppure sono contento di averti raccontato di queste mie vicende, soprattutto i miei incontri con le genti trentine che furono parecchi, come hai potuto constatare tu stessa. Un popolo cordiale, che sembra stare nell’ombra ed essere distaccato, ma in realtà ti osserva, ti studia per poi poterti dare l’anima. Questa cosa l’ho sperimentata sempre: dai vicini di casa della mia infanzia, i Lodron, fino all’Antonio Giuseppe Bridi, il tenore di Vigolo Vattaro che l’anno scorso ha cantato nell’Idomeneo, scritto fra l’altro dal trentino Varesco.
Per questo ci tenevo che in quest’opera nuova ci fosse un accenno, seppur minimo a quella terra che mi fece da madre durante quei tre famosi viaggi, dato che la mia vera madre era a Salisburgo ed io vivevo quell’età in cui senza genitrice non si va proprio da nessuna parte.
Così ora il Da Ponte mi ha accontentato dando da bere al mio Don Giovanni un ottimo Marzemino, che gli agevolasse la discesa agli inferi. Anche se… (Tono confidenziale) Pare – dico, pare – che qualche cafone, certamente un ignorante che non capisce nulla né di vino né tantomeno di musica, abbia sostenuto che il Marzemino a cui fa riferimento il Da Ponte non sia trentino… Bensì provenga dai vigneti delle natìa terra veneta o friulana che diede i natali al mio librettista. Che dire? Beh, che il Marzemino è veneto come io sono trentino. Si vede che Diomede ed Antenore qualche rametto di vigna l’hanno piantato pure lungo il Piave, prima di infognarsi nelle quattro arcigne mura delle Dolomiti.
Ma poi, voglio dire, cosa cambia? Che cambia se la realtà delle volte se ne fotte di noi esseri umani, dei nostri sogni e delle aspirazioni che ci danno la vita? La strafottente realtà sempre pronta a sovvertire l’ordine a cui aspiriamo. L’insolente realtà nascosta sotto al tavolo della cucina che ci nasconde il sale, mentre stiamo cucinando, per impedirci di dare troppo sapore ai cibi che amiamo mangiare; per non permetterci di dare troppo gusto alle cose e alle persone che amiamo.
28) Musica
“Don Giovanni”, Ouverture
Lasciamo pure, mia dolce Costanza, che il Marzemino che Don Giovanni trangugia resti trentino. Come trentini erano i vari Pizzini, Lodron, Wolkenstein, Cristani, De Cosmi, il conte Firmian e compagnia bella. Compresi quel monello di Jackerl e quella peste di sua sorella.
Adesso ho capito, alla fine, cos’è che mi lega tanto a questo lembo d’Europa. Il fatto che gli anni in cui vi soggiornai furono il fiore della mia esistenza. E ricordarli assieme ai luoghi ed alle persone che vi incontrai, nel bene o nel male, mi fa sentire bene, mi ridà forza e vigore e mi ricorda quanto breve è questo nostro tempo. Breve e disonesto.
Proprio come un Don Giovanni.