Puccinipersempre
Il musicista più amato del mondo


1.

Aria: soprano
Oh mio babbino caro (Gianni Schicchi)


“Santi numi, questa sì che è musica”… (pausa)
“Questa sì che è musica”… esclamò il Maestro con la testa ficcata nel cofano della sua Lancia Trikappa. (al pubblico) Come? No, non era un’aria di una delle sue grandi opere liriche, non era la voce di Butterfly, Manon e nemmeno quella di Tosca. Non gorgheggi, solfeggi né scale ascendenti o discendenti. Musica, sì, ma non quella, dàai…
(pausa)
(tono piatto) “Santi numi, questa sì che è musica” …un motore. Già. La musica era quella di (tutto d’un fiato) un motore, longitudinale, a otto cilindri a V stretto (angolatura quattordici gradi: secondo talune fonti, l'angolatura sarebbe stata invece di ventidue gradi), alesaggio millimetri settantacinque, corsa millimetri centotrenta, cilindrata totale 4594,58, per una velocità massima di – udite udite – di oltre centotrenta chilometri orari. (fischia)

Siamo nell’agosto del 1922 e Trento è illuminata da un sole caldissimo che la rende rovente come una fornace. Il Trentino è italiano dall’altro ieri. La guerra, il confine, Vittorio Veneto, il generale Diaz… beh, quelle robe là, insomma…
Italiano, il Trentino: da poco certo, ma è italiano almeno quanto non lo sia l’auto del Maestro. Bella, lucida, un amore di automobile che Giacomo Puccini proprio non si stanca di ammirare, seduto sui gradoni della fontana del Nettuno, mentre con un fazzoletto si asciuga la fronte. Già, adesso siamo in Italia. E lo saremmo anche se invece che a Trento in questo momento ci trovassimo a Bolzano. Pensa te: italiani pure lassù!

Il viaggio è ancora lungo. Quell’auto è veloce, ma le strade sono infami con tutte quelle buche e quelle curve. Le buche, soprattutto. Beh, la guerra non è stata solo una barzelletta… Voglio dire, ce ne vorrà di tempo per mettere a posto tutto quel… quel… disastro che…

(cambiando tono e argomento)
Uè, un tragitto da far tremare le vene ai polsi, ma soprattutto i pistoni. Superata Trento, il programma prevede soste a Bolzano, Innsbruck, Oberammergau, Monaco, Ingolstadt, Norimberga, Francoforte, Bonn, Colonia, Amsterdam, l'Aja, Costanza. Poi, se Dio lo vorrà, si farà ritorno a casa. Oltre tremila chilometri in sella a quel mostro…
Ed è quella musica, quella dei pistoni, delle pulegge, dei cilindri che scoppiano di potenza, è quella roboante melodia la “musica” che Giacomo Antonio Domenico Michele Secondo Maria Puccini ama soprattutto. Automobili, motociclette, motoscafi o yachts: qualsiasi tipo marchingegno grande o piccolo, comune o bizzarro, semplice o complesso; l’importante è che faccia bruuum bruuum. Congegni sporchi d’olio in cui la benzina fa pompare quei pistoni a velocità pazzesche, fino a farli diventare incandescenti. I motori, cribbio… Altro che Butterfly…

(confidenzialmente)
Un amore che ha il suo inizio nel 1901, quando all’Esposizione Internazionale di Milano, con l’immancabile sigaretta in mano, baffi lisciati all’inverosimile, elegante come sempre, il Maestro non riesce a distogliere lo sguardo languido da una De Dion Bouton di cinque cavalli che gli ha fatto l’occhiolino. Un avvenimento. Le auto in Italia erano talmente poche che… Insomma, un bel giorno la rivista “l’Auto” mette Puccini in copertina a bordo della sua fiammante automobile. Bello, petto gonfio, baffi d’ordinanza e le mani guantate che stringono il volante forte, come a non volerlo mollare mai più.

Già, – che diavolo! – egli ama le auto, ma detesta guidare. Pare, addirittura, che non abbia nemmeno la patente… Tanto è vero che l’anno dopo, se la Clément Bayard a nove cavalli e mezzo esce di strada è perché lo chauffer non vede una certa curva all'uscita di un ponticello, nei pressi di Vignola, a cinque chilometri da Lucca. Lui, Puccini, si spacca una gamba e per lunghi mesi deve rimanere a letto, immobilizzato.
Ma dura poco il distacco dalla musica, da “quella” musica… I motori sono una passione incomprensibile a tutti, tranne a chi da quella passione è divorato. (riflette, tra sé) Un po’ come l’amore, certo… Ma qui la questione è prettamente tecnica…
Insomma.
In rapida successione: una Sizaire Naudin da cinque cavalli, quindi una Isotta Fraschini AN trenta cavalli, alcune Fiat, tra cui l'ultimo gioiello presentato nel 1919, la cinquecentouno, almeno due Lancia, la Trikappa e la Lambda, l'apice dell'eleganza e del lusso.
"Siccome son vecchio e si vive una volta sola... non mi privo di questo sollazzo", giustificandosi, scrive ad un amico proprio in quel 1922.

(mestamente)
E sulla Lambda compie anche l'ultimo viaggio, quello che il 4 novembre 1924 lo porta alla stazione di Pisa. Una serata uggiosa, battuta da una di quelle pioggerelle dalle gocce talmente sottili che ti cadono addosso, ma paiono non bagnarti manco per nulla. (Tu senti il rumore delle gocce sul selciato, ti guardi i vestiti e quelli – è incredibile! – sono asciutti). Il treno sbuffa impaziente, fermo sui binari. Come chi abbia qualcosa di importante da fare e non veda l’ora che sia finita.
Quel treno porta Puccini a Bruxelles, per quella sciagurata operazione alla gola, alla quale è destinato a non sopravvivere.


Aria: tenore
Ch’ella mi creda (La Fanciulla del West)


2.

Insomma, quel giorno si trova a passare di lì una signora elegante, un ombrellino per ripararsi da quel fastidioso sole d’agosto, un incedere piccolo fatto di brevi passettini: roba che ci vogliono due giorni per circumnavigare la piazza. Stranamente ella è sola.
Quando vede quell’uomo con i baffi seduto all’ombra della fontana, pare non voler credere ai propri occhi. Abbassa l’ombrellino, si mette una mano sulla bocca, come fa… chi venga scosso da un sorpresa troppo grande. Si avvicina aumentando la frequenza dei suoi passettini continuando a ripetere la stessa frase: “non è possibile… non ci credo… robe dell’altro mondo…” insomma, queste robe qui.
Puccini la nota solamente quando ormai gli è giunta a pochi centimetri. (tono d’intesa) Parliamoci chiaro: lui non è mai stato insensibile al fascino femminile – eh? Questo lo sappiamo –, così notando la finezza dei modi e del viso di quella signora, egli sorride e si leva il cappello.
“Buongiorno!” dice levandosi in piedi.
“Mi scusi se sono importuna e tanto sfacciata, ma mi pare che lei… lei sia … Ma no, magari mi sto sbagliando… Il maestro Puccini?!”
“Già, sono proprio quello!” proclama il Maestro gonfiando un poco il petto.
“Oh mio Dio, non ci posso credere. Il Maestro Puccini qui, a Trento, a due passi da casa mia…”
“Cose che capitano!” fa lui.
“Ma… ma… ma lei lo sa che è l’italiano più amato nel mondo?”
Lui compie un ampio gesto con la mano, come a disegnare nell’aria un larghissimo cerchio.
“Oh la prego, lasciamo stare queste esagerazioni”.
“No, davvero” insiste la donna. “Nessuno lo può negare, tanto meno lei. Suvvia non mi faccia il modesto. Il lavoro che lei ha fatto fino ad oggi è sublime ed enorme. Non mi venga a dire che per concepire tutti quei personaggi, duetti, arie non ha fatto nemmeno un po’ di fatica…”

Puccini abbassa gli occhi e arrossisce, come solo un sessantenne che dalla vita ha avuto tutto e anche di più può fare, come un bambino elogiato dalla temuta e severa maestra. Rosso: sulle guance e tutt’attorno. Non sto scherzando!
Così non può fare a meno di ammettere che la signora ha ragione. Perché schernirsi dietro un paravento fatto di modestia? Anzi, si fa una bella risata… Al che la signora dopo qualche secondo gli domanda:
“Scusi, Maestro: perché ride?”
“Ma lo sa che… (sorride imbarazzato) Che stupido! Stupidaggini, sa?! Ma fino a poco fa, prima che arrivassimo in questa città (mio figlio Antonio è lì seduto a quel caffè e può testimoniarglielo), ero convinto che qui – voi trentini – parlaste solo tedesco.”
“Suvvia, Maestro, non si prenda gioco di me…”
“Mi scusi, non so cosa mi prende… Ma mi dica: che ci fa da sola una donna graziosa come lei, in giro per la città redenta?”
“Secondo me, se ci riflette un attimo, potrebbe capirlo... Lei di donne se ne intende…”
“In quale senso, scusi?”
Puccini è tentato di offendersi. Non riesce a capire il senso di quella domanda che non è per nulla irriverente. In più, tradisce una certa cultura musicale. O forse biografica, chi lo sa?! Già, magari l’elegante signora si sta riferendo alle di lui così numerose sorelle dai nomi tanto strani che elencarli si rivela un impresa simile al ricordare i nomi dei vizi capitali o delle sette meraviglie del mondo: Otilia, Tomaide, Nitteti, Iginia, Ramelde, Macrina. (tra sé) Ammazza… sei sorelle. Forse è per questo che le protagoniste delle sue opere immortali le faceva sempre morire tragicamente.
(risoluto)
Insomma, chi è questa femmina presuntuosa che si permette certe libertà con una persona famosa come lui, un uomo amato in tutto il mondo per la sua musica, uno per il quale i teatri del pianeta vengono giù dagli applausi?
È strano. Sapete come accade, no? La realtà a volte passa per ciò che non è… Il Maestro avrebbe voluto dirle che no: di donne lui non se ne intende proprio per niente. E se ne scrive così tanto è solamente perché quegli esseri misteriosi, tanto graziosi e delicati – le donne – nemmeno dopo tanti anni lui è riuscito a comprenderle.
Bionde, brune, docili, bisbetiche, gelose, lascive… quante sono state, infatti, le donne a cui per tutti quegl’anni il Maestro ha affidato la propria musica?
La dolce Mimì, la passionale Tosca, la fragile Butterfly… Donne, storie, vite sognate e poi raccontate.

Come sono belle le donne dei sogni. Ammiccanti e piene di tristezza. Le incrociamo di sfuggita e l’emozione ci mozza il respiro. Sì, perché siamo in grado di emozionarci. Ci nascondiamo. Col buio. Le spiamo attraverso i paraventi della vita. I loro occhi non hanno niente da darci. Peccato che non sappiano ascoltare. E le sfioriamo in incontri fortunosi e le baciamo su una sfocata fotografia. Come sono belle. Che può darci la vita? Che può darci, oltre loro?
Come sono tristi le donne dei sogni. Le immaginiamo così. Non stanno con noi e sono tristi.
Come sono cieche le donne dei sogni. E più se ne fregano e più le sogniamo. Sogniamo di toccarle, di parlare con loro e sogniamo di sognarle; non sempre è possibile pensare a loro. Le sentiamo dentro di noi. Le possediamo. Quando la finta indifferenza di un malcelato sguardo riesce a sedurle, loro fanno finta di niente e facendo all’amore col loro uomo pensano a noi: mentre il piacere le fa vibrare, mormorano il nostro nome.

Quando l’amore increspa il mare della nostra esistenza, quando l’amore alza la voce, quando l’amore si mette a gridare e ci fa paura allora… non ci resta che cantarlo…

Duetto: Soprano + Tenore
“O Soave Fanciulla” (La Boheme - atto I)


3.

“E mi dica: perché fa codesto viaggio?”
Il maestro risponde volentieri che lui viaggia e vuole sempre andare lontano, il più lontano possibile. Alla scoperta di mondi nuovi, di terre esotiche e... (mano a carciofo e mezzo sorriso) Scappava da se stesso, dall’icona che era oramai diventato. Un mito. Perché… quando divieni un mito vuol dire che sei fregato. Se sei diventato un mito – diceva – se sei circondato da gente che ti onora come una reliquia, allora sei pronto solo per l’archiviazione. Sei pronto a indossare le scomode vesti del personaggio del passato. Servi solo a ritirare un bel premio alla carriera e poi… chi s’è visto s’è visto!
“Ma perché parla di vecchiaia lei che è ancora tanto giovane? Ha ancora talmente tanto da dare alla musica…” dice preoccupata la donna.
Puccini sorride. Poi parte con una lunghissima risposta, quasi un monologo pronunciato con foga che non manca di attirare pure l’attenzione di qualche passante.
“Signora, la ringrazio per il complimento. Purtroppo quando si arriva a quest’età è inevitabile pensare a che sarà di noi.”

Una rondine ardita attraversa Piazza Duomo senza fare alcun rumore. Il maestro prova a seguirla con lo sguardo e tenta di non perderla di vista anche quando quella birba decide di scomparire sopra i tetti di Trento.

“Sa cosa penso?” dice Puccini alla signora che nonostante il caldo continua a tenere chiuso il suo bellissimo ventaglio. “Penso che la nostra vita sia come il volo di quella rondine. Un attimo di ebbra velocità da godere subito e intensamente. Io sono nella scomoda posizione di amare pazzamente la vita e allo stesso tempo di sentirne l’insopportabile peso. Mi dica: come può un essere umano accettare l’idea della morte o della vecchiaia? Eh?”
(Pausa. La donna pare non rispondere)
“…eh, non può. No che non può. È per questo che lei non mi risponde e se ne sta lì a fissare questa ridicola fontana con… con su… ma chi è sto bischero? (si volta) Nettuno… Pensa te, Nettuno in mezzo alle montagne…”
Però, a pensarci bene, lo sguardo della misteriosa donna non è posato sulla fontana, ma è fissato su uno di quei punti indefiniti che sovente crediamo di vedere quando l’intensità del pensiero rende inutile il senso della vista. Perché per vedere certe cose gli occhi non servono proprio a nulla. Cose che non si collocano geograficamente ma stanno sospese tra il nulla e noi stessi. Cose come il futuro, ad esempio.

“Insomma, lei non mi risponde, ma questa cosa io voglio dirgliela lo stesso. La vecchiaia è come una dichiarazione di guerra che la tua vita ha firmato nel momento in cui sei venuto al mondo. Un impegno che ella si prende. Come un rendez-vous a cui non si può rinunciare né si può prevenire. (pausa) Oddio, a dire il vero un modo per evitarla ci sarebbe… Se uno muore giovane certe cose diciamo che se le risparmia… Ma la sa una cosa? Io questa guerra voglio combatterla a modo mio, stavolta.”
Il Maestro si allarga il colletto della camicia. Il caldo gli fa colare pesanti gocce di sudore dalle tempie, giù, fino al collo.
Abbandonando ogni inibizione, Puccini racconta alla donna la sua idea di sottoporsi alle prescrizioni del dottor Voronoff, un esaltato che sostiene di aver scoperto il modo di fermare il fenomeno dell’invecchiamento trapiantando nell’uomo le glandole genitali delle scimmie. Questa è l’arma con cui avrebbe combattuto la guerra a cui ora – più che mai – si sente chiamato a combattere.
Un’arma che però non pare impressionare più di tanto la donna. Che commenta lo sfogo del Maestro in maniera lapidaria, fredda e definitiva.

(pausa guardando il pubblico)
“Tutto qui?!”

Aria: Soprano
Un bel dì vedremo (Madame Butterfly)


4.

Mezzogiorno non è lontano e la piazza è inondata di luce, come se mille specchi fossero stati piazzati lungo il suo perimetro. Un catino luminoso che pare un enorme teatro e le scale di quella fontana sono il palcoscenico.
Il Maestro è oramai rapito da quella inaspettata e piacevole conversazione. Suo figlio Antonio e gli altri compagni di viaggio intanto si trastullano al vicino caffè mandando giù bibite ghiacciate.
“E mi dica” – propone a questo punto la signora – “a cosa sta lavorando adesso?”
Il Maestro fa una faccia come per dire “Bella domanda…” ma poi risponde prontamente.
“Ho in mente quest’opera nuova. Si intitola Turandot…”
“Nuova?”
“Beh, sì, la musica sarà nuova. Il testo è quella fiaba del Gozzi, conosce? Beh, a dire la verità c’è già stato un altro toscano che l’ha messa in musica. Il maestro Busoni. Sì… Anche se lui c’ha messo dentro tuttti quei pupazzi, maschere… Quello che ho in mente io è tutta un’altra cosa...”

(pausa)
Perché come tutti gli artisti, Puccini amava superarsi ogni volta. Migliorare e stupire opera dopo opera. Una grande storia aveva in mente. E se è vero che – come dicono – ogni storia nasconde un insegnamento… Una grande storia come quella di Turandot non poteva che insegnare qualcosa di grande. Questo pensava il maestro.
"Io sono qui - lavoro - ma che lavoro?” diceva. “Mi consumo per Turandotte. Ho fretta, tantissima fretta - sono un vecchio che vuole correre - sono un vecchio maestro alle prese con un'opera che può riuscire bellissima e straordinaria - io ci credo molto - ma riuscirò a farlo capire ai poeti che mi scrivono il libretto? Riuscirò a spiegare che cosa sia l'ansia e la paura di un vecchio?"
(molto serio) Perché lui non accettava che la vita fosse tanto fragile e deperibile. Sempre quella maledetta idea della vecchiaia… E poi le malattie. No, non è giusto. L’uomo ha una dignità grande, una coscienza che aspira all’eternità. Cosa sono gli uomini quando si ammalano? Dei giocattoli rotti, scarpe consumate, vestiti lisi, ghiacciai ritirati, ringhiere ossidate, vetri crepati, strade dissestate, automobili in cerca di un pezzo di ricambio che nessuno – nessuno – produce più.

Aria: Soprano
Vissi d’Arte (Tosca)


5.

Morire, che cosa strana da accettare per chi è così pieno di vita e di amore per le cose belle. Che cosa assurda da affrontare per uno abituato a spremere la vita come un limone.
Mah, chissà, forse… quando a Trento, sui gradoni di quella fontana, Giacomo Puccini, in cerca di un po’ di ristoro prima di riprendere il lungo viaggio, appena la misteriosa donna se ne va, forse gli tornano alla mente quei sinistri versi. Quasi un presagio. Quelle strane parole che talvolta escono dalla nostra penna o dalla nostra bocca e ci sorprendono come se faticassimo a credere che siamo stati proprio noi a concepire quelle sconcertanti parole:

Non ho un amico
mi sento solo
anche la musica
schifo mi fa.

Quando la morte
verrà a trovarmi
sarò felice
di riposarmi.

Oh com'é dura
la vita mia!
Eppur a molti
sembro felice.
Ma i miei successi?
passano... e resta
ben poca cosa.
Son cose effimere:
la vita corre
va verso il baratro.

Chi vive giovane
si gode il mondo;
ma chi s'accorge
di tutto questo?
Passa veloce
la giovinezza
e l'occhio scruta
l'eternità."


Aria: Tenore
Donna non vidi mai (Manon Lescaut)


(pausa)

Ogni essere umano ha la ventura di arrovellarsi – magari per una vita intera – attorno a qualcosa. Un chiodo fisso che batte nelle tempie, un pensiero ossessivo che agita, scuote e non lascia tranquilli. Qualcosa che giorno dopo giorno dà un senso ai giorni che ci tocca vivere.
Anche Puccini ha un chiodo fisso che di nome fa: Turandot. La fiaba d’Oriente con questo personaggio cattivissimo, la principessa crudele, sacerdotessa della vendetta che alla fine, dopo una notte lunghissima, deve arrendersi alla forza dell’amore.
L’ultima opera. Quella che l’autore non riesce a completare.
La malattia se lo porta via prima che faccia in tempo a scrivere il famoso duetto finale, il duetto d’amore tra Calaf e la principessa crudele.
Altri completeranno l’opera. E la sera della prima, a Milano, Benito Mussolini vincola la sua presenza all’esecuzione di “Giovinezza”.
(mimando il duce) Mi vogliono alla Scala? Bene. Si suoni “Giovinezza”!

Arturo Toscanini è un uomo tutto d’un pezzo e alla direzione de “La Scala” glielo dice chiaro e tondo da subito: “Per me si può anche suonare quella canzone, ma sappiate che non sarò io a dirigerla…”
Così, alla fine il Duce è costretto a restarsene a Roma.

Nel teatro la commozione è nell’aria. Toscanini è scuro in volto e teso. Improvvisamente sembra dimostrare molti più anni dei suoi cinquantanove.

Alla morte di Liù, nella partitura è segnato un molto rallentando, degli accordi che svaniscono su queste parole del coro: "Liù, bontà, Liù, dolcezza, dormi! Oblia! Liù, Poesia!".
Quella sera, a Milano, in questo punto preciso dell’opera, Arturo Toscanini fa un cenno all'orchestra e la ferma. Vi è – com’è comprensibile – un poco di sconcerto. Qualche mormorio si leva in sala. Toscanini non se ne cura. Si volta lentamente verso il pubblico fino a che non ha di fronte a sé la vasta platea e gli alti ordini di palchi, la prima e la seconda galleria che salgono sino a sfiorare il soffitto. Poi con voce bassa, rauca dice: "Qui termina la rappresentazione perché a questo punto il Maestro è morto".
Quella sera la Turandot termina con le parole di Toscanini, incompiuta come l'aveva lasciata il suo autore.

Aria: Soprano
Tu che di gel sei cinta (Turandot)


(Con brio) Un momento… Un momento… Ma che ne è stato del Maestro, seduto sui gradoni di quella fontana a Trento? Sì, la sosta del viaggio Bolzano, Innsbruck, Monaco e compagnia bella…
Puccini si è girato a guardare le campane del Duomo che suonano a distesa. La maestosità di quella chiesa, il pregio architettonico, la Storia che anche lui sente fremere in quelle pietre lo ha come rapito.
Guarda stupito davanti a sé. Fa qualche passo verso destra, qualche altro verso sinistra… Poi corre fino al Caffè dove i suoi compagni di viaggio stanno allegramente discorrendo sul tempo e sulla politica. Afferra sgraziatamente la giacca di Antonio, senza distogliere lo sguardo da un punto preciso della piazza.
“Oh Antò, Antonio: ma dov’è andata?” domanda ad alta voce.
“Dov’è andata chi, babbo?” li fa eco il figlio.
“Quella dama. Dài, quella che stava parlando con me. Era lì, proprio accanto all’automobile. (pausa) E non guardatemi così… Non sono mica matto! L’ho vista, c’ho parlato per venti minuti buoni…”
“Io codesta donna non l’ho veduta” fa serio l’altro amico.
“Nemmeno io, babbo” conclude Antonio.

Il maestro vedendo che nessuno vuole dargli retta pensa a una congiura, uno scherzo cretino che forse quei bischeri stanno architettando.
Torna alla fontana, tenendo gli occhi bassi, sul selciato, quasi a cercare tracce del passaggio di quella misteriosa signora. Un carretto passa attraversando la piazza, quasi silenzioso.
In quel momento a Puccini tornano in mente le ultime parole che la signora gli aveva detto, poco prima: “Allora, chissà, magari tra un paio d’anni potremmo rivederci…”
Già, un paio d’anni…
Il Maestro si tocca la gola. Un gesto istintivo, casuale che però pare guidato da una forza misteriosa. Un oscuro comando proveniente da una di quelle viuzze che si intrecciano intorno al Duomo. (si tocca la gola) Senti la barba, l’è già da rifare… E quella gola, non so perché, eppure gli pare che gli dolga un poco….
In quel punto tanto centrale dell’abitato, quella piazza attorno alla quale gli antichi facevano ruotare le proprie esistenze, pare quasi di sentire il respiro di tutta la città, le parole che ogni abitante sta pensando in quell’istante, i sogni e le speranze di ognuno; una martellante, interminabile processione di vocali e consonanti che ora gli fa dolere la testa.
Puccini si passa una mano tra i capelli e pare finalmente rassegnarsi al fatto che di quella donna non c’è ormai più nessuna traccia.
Una signora dalle maniere gentili che volentieri avrebbe inserito in una delle sue opere future. La donna elegante e misteriosa che da sempre – senza saperlo – aveva temuto di incontrare.

Aria: Tenore
E lucean le stelle (Tosca)