Puccinipersempre
Il musicista più amato del mondo
1.
Aria: soprano
Oh mio babbino caro (Gianni Schicchi)
“Santi numi, questa sì che è musica”… (pausa)
“Questa sì che è musica”… esclamò il Maestro con la testa
ficcata nel cofano della sua Lancia Trikappa. (al pubblico)
Come? No, non era un’aria di una delle sue grandi opere
liriche, non era la voce di Butterfly, Manon e nemmeno
quella di Tosca. Non gorgheggi, solfeggi né scale
ascendenti o discendenti. Musica, sì, ma non quella, dàai…
(pausa)
(tono piatto) “Santi numi, questa sì che è musica” …un
motore. Già. La musica era quella di (tutto d’un fiato) un
motore, longitudinale, a otto cilindri a V stretto
(angolatura quattordici gradi: secondo talune fonti,
l'angolatura sarebbe stata invece di ventidue gradi),
alesaggio millimetri settantacinque, corsa millimetri
centotrenta, cilindrata totale 4594,58, per una velocità
massima di – udite udite – di oltre centotrenta chilometri
orari. (fischia)
Siamo nell’agosto del 1922 e Trento è illuminata da un sole
caldissimo che la rende rovente come una fornace. Il
Trentino è italiano dall’altro ieri. La guerra, il confine,
Vittorio Veneto, il generale Diaz… beh, quelle robe là,
insomma…
Italiano, il Trentino: da poco certo, ma è italiano almeno
quanto non lo sia l’auto del Maestro. Bella, lucida, un
amore di automobile che Giacomo Puccini proprio non si
stanca di ammirare, seduto sui gradoni della fontana del
Nettuno, mentre con un fazzoletto si asciuga la fronte.
Già, adesso siamo in Italia. E lo saremmo anche se invece
che a Trento in questo momento ci trovassimo a Bolzano.
Pensa te: italiani pure lassù!
Il viaggio è ancora lungo. Quell’auto è veloce, ma le
strade sono infami con tutte quelle buche e quelle curve.
Le buche, soprattutto. Beh, la guerra non è stata solo una
barzelletta… Voglio dire, ce ne vorrà di tempo per mettere
a posto tutto quel… quel… disastro che…
(cambiando tono e argomento)
Uè, un tragitto da far tremare le vene ai polsi, ma
soprattutto i pistoni. Superata Trento, il programma
prevede soste a Bolzano, Innsbruck, Oberammergau, Monaco,
Ingolstadt, Norimberga, Francoforte, Bonn, Colonia,
Amsterdam, l'Aja, Costanza. Poi, se Dio lo vorrà, si farà
ritorno a casa. Oltre tremila chilometri in sella a quel
mostro…
Ed è quella musica, quella dei pistoni, delle pulegge, dei
cilindri che scoppiano di potenza, è quella roboante
melodia la “musica” che Giacomo Antonio Domenico Michele
Secondo Maria Puccini ama soprattutto. Automobili,
motociclette, motoscafi o yachts: qualsiasi tipo
marchingegno grande o piccolo, comune o bizzarro, semplice
o complesso; l’importante è che faccia bruuum bruuum.
Congegni sporchi d’olio in cui la benzina fa pompare quei
pistoni a velocità pazzesche, fino a farli diventare
incandescenti. I motori, cribbio… Altro che Butterfly…
(confidenzialmente)
Un amore che ha il suo inizio nel 1901, quando
all’Esposizione Internazionale di Milano, con l’immancabile
sigaretta in mano, baffi lisciati all’inverosimile,
elegante come sempre, il Maestro non riesce a distogliere
lo sguardo languido da una De Dion Bouton di cinque cavalli
che gli ha fatto l’occhiolino. Un avvenimento. Le auto in
Italia erano talmente poche che… Insomma, un bel giorno la
rivista “l’Auto” mette Puccini in copertina a bordo della
sua fiammante automobile. Bello, petto gonfio, baffi
d’ordinanza e le mani guantate che stringono il volante
forte, come a non volerlo mollare mai più.
Già, – che diavolo! – egli ama le auto, ma detesta guidare.
Pare, addirittura, che non abbia nemmeno la patente… Tanto
è vero che l’anno dopo, se la Clément Bayard a nove cavalli
e mezzo esce di strada è perché lo chauffer non vede una
certa curva all'uscita di un ponticello, nei pressi di
Vignola, a cinque chilometri da Lucca. Lui, Puccini, si
spacca una gamba e per lunghi mesi deve rimanere a letto,
immobilizzato.
Ma dura poco il distacco dalla musica, da “quella” musica…
I motori sono una passione incomprensibile a tutti, tranne
a chi da quella passione è divorato. (riflette, tra sé) Un
po’ come l’amore, certo… Ma qui la questione è prettamente
tecnica…
Insomma.
In rapida successione: una Sizaire Naudin da cinque
cavalli, quindi una Isotta Fraschini AN trenta cavalli,
alcune Fiat, tra cui l'ultimo gioiello presentato nel 1919,
la cinquecentouno, almeno due Lancia, la Trikappa e la
Lambda, l'apice dell'eleganza e del lusso.
"Siccome son vecchio e si vive una volta sola... non mi
privo di questo sollazzo", giustificandosi, scrive ad un
amico proprio in quel 1922.
(mestamente)
E sulla Lambda compie anche l'ultimo viaggio, quello che il
4 novembre 1924 lo porta alla stazione di Pisa. Una serata
uggiosa, battuta da una di quelle pioggerelle dalle gocce
talmente sottili che ti cadono addosso, ma paiono non
bagnarti manco per nulla. (Tu senti il rumore delle gocce
sul selciato, ti guardi i vestiti e quelli – è incredibile!
– sono asciutti). Il treno sbuffa impaziente, fermo sui
binari. Come chi abbia qualcosa di importante da fare e non
veda l’ora che sia finita.
Quel treno porta Puccini a Bruxelles, per quella sciagurata
operazione alla gola, alla quale è destinato a non
sopravvivere.
Aria: tenore
Ch’ella mi creda (La Fanciulla del West)
2.
Insomma, quel giorno si trova a passare di lì una signora
elegante, un ombrellino per ripararsi da quel fastidioso
sole d’agosto, un incedere piccolo fatto di brevi
passettini: roba che ci vogliono due giorni per
circumnavigare la piazza. Stranamente ella è sola.
Quando vede quell’uomo con i baffi seduto all’ombra della
fontana, pare non voler credere ai propri occhi. Abbassa
l’ombrellino, si mette una mano sulla bocca, come fa… chi
venga scosso da un sorpresa troppo grande. Si avvicina
aumentando la frequenza dei suoi passettini continuando a
ripetere la stessa frase: “non è possibile… non ci credo…
robe dell’altro mondo…” insomma, queste robe qui.
Puccini la nota solamente quando ormai gli è giunta a pochi
centimetri. (tono d’intesa) Parliamoci chiaro: lui non è
mai stato insensibile al fascino femminile – eh? Questo lo
sappiamo –, così notando la finezza dei modi e del viso di
quella signora, egli sorride e si leva il cappello.
“Buongiorno!” dice levandosi in piedi.
“Mi scusi se sono importuna e tanto sfacciata, ma mi pare
che lei… lei sia … Ma no, magari mi sto sbagliando… Il
maestro Puccini?!”
“Già, sono proprio quello!” proclama il Maestro gonfiando
un poco il petto.
“Oh mio Dio, non ci posso credere. Il Maestro Puccini qui,
a Trento, a due passi da casa mia…”
“Cose che capitano!” fa lui.
“Ma… ma… ma lei lo sa che è l’italiano più amato nel
mondo?”
Lui compie un ampio gesto con la mano, come a disegnare
nell’aria un larghissimo cerchio.
“Oh la prego, lasciamo stare queste esagerazioni”.
“No, davvero” insiste la donna. “Nessuno lo può negare,
tanto meno lei. Suvvia non mi faccia il modesto. Il lavoro
che lei ha fatto fino ad oggi è sublime ed enorme. Non mi
venga a dire che per concepire tutti quei personaggi,
duetti, arie non ha fatto nemmeno un po’ di fatica…”
Puccini abbassa gli occhi e arrossisce, come solo un
sessantenne che dalla vita ha avuto tutto e anche di più
può fare, come un bambino elogiato dalla temuta e severa
maestra. Rosso: sulle guance e tutt’attorno. Non sto
scherzando!
Così non può fare a meno di ammettere che la signora ha
ragione. Perché schernirsi dietro un paravento fatto di
modestia? Anzi, si fa una bella risata… Al che la signora
dopo qualche secondo gli domanda:
“Scusi, Maestro: perché ride?”
“Ma lo sa che… (sorride imbarazzato) Che stupido!
Stupidaggini, sa?! Ma fino a poco fa, prima che arrivassimo
in questa città (mio figlio Antonio è lì seduto a quel
caffè e può testimoniarglielo), ero convinto che qui – voi
trentini – parlaste solo tedesco.”
“Suvvia, Maestro, non si prenda gioco di me…”
“Mi scusi, non so cosa mi prende… Ma mi dica: che ci fa da
sola una donna graziosa come lei, in giro per la città
redenta?”
“Secondo me, se ci riflette un attimo, potrebbe capirlo...
Lei di donne se ne intende…”
“In quale senso, scusi?”
Puccini è tentato di offendersi. Non riesce a capire il
senso di quella domanda che non è per nulla irriverente. In
più, tradisce una certa cultura musicale. O forse
biografica, chi lo sa?! Già, magari l’elegante signora si
sta riferendo alle di lui così numerose sorelle dai nomi
tanto strani che elencarli si rivela un impresa simile al
ricordare i nomi dei vizi capitali o delle sette meraviglie
del mondo: Otilia, Tomaide, Nitteti, Iginia, Ramelde,
Macrina. (tra sé) Ammazza… sei sorelle. Forse è per questo
che le protagoniste delle sue opere immortali le faceva
sempre morire tragicamente.
(risoluto)
Insomma, chi è questa femmina presuntuosa che si permette
certe libertà con una persona famosa come lui, un uomo
amato in tutto il mondo per la sua musica, uno per il quale
i teatri del pianeta vengono giù dagli applausi?
È strano. Sapete come accade, no? La realtà a volte passa
per ciò che non è… Il Maestro avrebbe voluto dirle che no:
di donne lui non se ne intende proprio per niente. E se ne
scrive così tanto è solamente perché quegli esseri
misteriosi, tanto graziosi e delicati – le donne – nemmeno
dopo tanti anni lui è riuscito a comprenderle.
Bionde, brune, docili, bisbetiche, gelose, lascive… quante
sono state, infatti, le donne a cui per tutti quegl’anni il
Maestro ha affidato la propria musica?
La dolce Mimì, la passionale Tosca, la fragile Butterfly…
Donne, storie, vite sognate e poi raccontate.
Come sono belle le donne dei sogni. Ammiccanti e piene di
tristezza. Le incrociamo di sfuggita e l’emozione ci mozza
il respiro. Sì, perché siamo in grado di emozionarci. Ci
nascondiamo. Col buio. Le spiamo attraverso i paraventi
della vita. I loro occhi non hanno niente da darci. Peccato
che non sappiano ascoltare. E le sfioriamo in incontri
fortunosi e le baciamo su una sfocata fotografia. Come sono
belle. Che può darci la vita? Che può darci, oltre loro?
Come sono tristi le donne dei sogni. Le immaginiamo così.
Non stanno con noi e sono tristi.
Come sono cieche le donne dei sogni. E più se ne fregano e
più le sogniamo. Sogniamo di toccarle, di parlare con loro
e sogniamo di sognarle; non sempre è possibile pensare a
loro. Le sentiamo dentro di noi. Le possediamo. Quando la
finta indifferenza di un malcelato sguardo riesce a
sedurle, loro fanno finta di niente e facendo all’amore col
loro uomo pensano a noi: mentre il piacere le fa vibrare,
mormorano il nostro nome.
Quando l’amore increspa il mare della nostra esistenza,
quando l’amore alza la voce, quando l’amore si mette a
gridare e ci fa paura allora… non ci resta che cantarlo…
Duetto: Soprano + Tenore
“O Soave Fanciulla” (La Boheme - atto I)
3.
“E mi dica: perché fa codesto viaggio?”
Il maestro risponde volentieri che lui viaggia e vuole
sempre andare lontano, il più lontano possibile. Alla
scoperta di mondi nuovi, di terre esotiche e... (mano a
carciofo e mezzo sorriso) Scappava da se stesso, dall’icona
che era oramai diventato. Un mito. Perché… quando divieni
un mito vuol dire che sei fregato. Se sei diventato un mito
– diceva – se sei circondato da gente che ti onora come una
reliquia, allora sei pronto solo per l’archiviazione. Sei
pronto a indossare le scomode vesti del personaggio del
passato. Servi solo a ritirare un bel premio alla carriera
e poi… chi s’è visto s’è visto!
“Ma perché parla di vecchiaia lei che è ancora tanto
giovane? Ha ancora talmente tanto da dare alla musica…”
dice preoccupata la donna.
Puccini sorride. Poi parte con una lunghissima risposta,
quasi un monologo pronunciato con foga che non manca di
attirare pure l’attenzione di qualche passante.
“Signora, la ringrazio per il complimento. Purtroppo quando
si arriva a quest’età è inevitabile pensare a che sarà di
noi.”
Una rondine ardita attraversa Piazza Duomo senza fare alcun
rumore. Il maestro prova a seguirla con lo sguardo e tenta
di non perderla di vista anche quando quella birba decide
di scomparire sopra i tetti di Trento.
“Sa cosa penso?” dice Puccini alla signora che nonostante
il caldo continua a tenere chiuso il suo bellissimo
ventaglio. “Penso che la nostra vita sia come il volo di
quella rondine. Un attimo di ebbra velocità da godere
subito e intensamente. Io sono nella scomoda posizione di
amare pazzamente la vita e allo stesso tempo di sentirne
l’insopportabile peso. Mi dica: come può un essere umano
accettare l’idea della morte o della vecchiaia? Eh?”
(Pausa. La donna pare non rispondere)
“…eh, non può. No che non può. È per questo che lei non mi
risponde e se ne sta lì a fissare questa ridicola fontana
con… con su… ma chi è sto bischero? (si volta) Nettuno…
Pensa te, Nettuno in mezzo alle montagne…”
Però, a pensarci bene, lo sguardo della misteriosa donna
non è posato sulla fontana, ma è fissato su uno di quei
punti indefiniti che sovente crediamo di vedere quando
l’intensità del pensiero rende inutile il senso della
vista. Perché per vedere certe cose gli occhi non servono
proprio a nulla. Cose che non si collocano geograficamente
ma stanno sospese tra il nulla e noi stessi. Cose come il
futuro, ad esempio.
“Insomma, lei non mi risponde, ma questa cosa io voglio
dirgliela lo stesso. La vecchiaia è come una dichiarazione
di guerra che la tua vita ha firmato nel momento in cui sei
venuto al mondo. Un impegno che ella si prende. Come un
rendez-vous a cui non si può rinunciare né si può
prevenire. (pausa) Oddio, a dire il vero un modo per
evitarla ci sarebbe… Se uno muore giovane certe cose
diciamo che se le risparmia… Ma la sa una cosa? Io questa
guerra voglio combatterla a modo mio, stavolta.”
Il Maestro si allarga il colletto della camicia. Il caldo
gli fa colare pesanti gocce di sudore dalle tempie, giù,
fino al collo.
Abbandonando ogni inibizione, Puccini racconta alla donna
la sua idea di sottoporsi alle prescrizioni del dottor
Voronoff, un esaltato che sostiene di aver scoperto il modo
di fermare il fenomeno dell’invecchiamento trapiantando
nell’uomo le glandole genitali delle scimmie. Questa è
l’arma con cui avrebbe combattuto la guerra a cui ora – più
che mai – si sente chiamato a combattere.
Un’arma che però non pare impressionare più di tanto la
donna. Che commenta lo sfogo del Maestro in maniera
lapidaria, fredda e definitiva.
(pausa guardando il pubblico)
“Tutto qui?!”
Aria: Soprano
Un bel dì vedremo (Madame Butterfly)
4.
Mezzogiorno non è lontano e la piazza è inondata di luce,
come se mille specchi fossero stati piazzati lungo il suo
perimetro. Un catino luminoso che pare un enorme teatro e
le scale di quella fontana sono il palcoscenico.
Il Maestro è oramai rapito da quella inaspettata e
piacevole conversazione. Suo figlio Antonio e gli altri
compagni di viaggio intanto si trastullano al vicino caffè
mandando giù bibite ghiacciate.
“E mi dica” – propone a questo punto la signora – “a cosa
sta lavorando adesso?”
Il Maestro fa una faccia come per dire “Bella domanda…” ma
poi risponde prontamente.
“Ho in mente quest’opera nuova. Si intitola Turandot…”
“Nuova?”
“Beh, sì, la musica sarà nuova. Il testo è quella fiaba del
Gozzi, conosce? Beh, a dire la verità c’è già stato un
altro toscano che l’ha messa in musica. Il maestro Busoni.
Sì… Anche se lui c’ha messo dentro tuttti quei pupazzi,
maschere… Quello che ho in mente io è tutta un’altra
cosa...”
(pausa)
Perché come tutti gli artisti, Puccini amava superarsi ogni
volta. Migliorare e stupire opera dopo opera. Una grande
storia aveva in mente. E se è vero che – come dicono – ogni
storia nasconde un insegnamento… Una grande storia come
quella di Turandot non poteva che insegnare qualcosa di
grande. Questo pensava il maestro.
"Io sono qui - lavoro - ma che lavoro?” diceva. “Mi consumo
per Turandotte. Ho fretta, tantissima fretta - sono un
vecchio che vuole correre - sono un vecchio maestro alle
prese con un'opera che può riuscire bellissima e
straordinaria - io ci credo molto - ma riuscirò a farlo
capire ai poeti che mi scrivono il libretto? Riuscirò a
spiegare che cosa sia l'ansia e la paura di un vecchio?"
(molto serio) Perché lui non accettava che la vita fosse
tanto fragile e deperibile. Sempre quella maledetta idea
della vecchiaia… E poi le malattie. No, non è giusto.
L’uomo ha una dignità grande, una coscienza che aspira
all’eternità. Cosa sono gli uomini quando si ammalano? Dei
giocattoli rotti, scarpe consumate, vestiti lisi, ghiacciai
ritirati, ringhiere ossidate, vetri crepati, strade
dissestate, automobili in cerca di un pezzo di ricambio che
nessuno – nessuno – produce più.
Aria: Soprano
Vissi d’Arte (Tosca)
5.
Morire, che cosa strana da accettare per chi è così pieno
di vita e di amore per le cose belle. Che cosa assurda da
affrontare per uno abituato a spremere la vita come un
limone.
Mah, chissà, forse… quando a Trento, sui gradoni di quella
fontana, Giacomo Puccini, in cerca di un po’ di ristoro
prima di riprendere il lungo viaggio, appena la misteriosa
donna se ne va, forse gli tornano alla mente quei sinistri
versi. Quasi un presagio. Quelle strane parole che talvolta
escono dalla nostra penna o dalla nostra bocca e ci
sorprendono come se faticassimo a credere che siamo stati
proprio noi a concepire quelle sconcertanti parole:
Non ho un amico
mi sento solo
anche la musica
schifo mi fa.
Quando la morte
verrà a trovarmi
sarò felice
di riposarmi.
Oh com'é dura
la vita mia!
Eppur a molti
sembro felice.
Ma i miei successi?
passano... e resta
ben poca cosa.
Son cose effimere:
la vita corre
va verso il baratro.
Chi vive giovane
si gode il mondo;
ma chi s'accorge
di tutto questo?
Passa veloce
la giovinezza
e l'occhio scruta
l'eternità."
Aria: Tenore
Donna non vidi mai (Manon Lescaut)
(pausa)
Ogni essere umano ha la ventura di arrovellarsi – magari
per una vita intera – attorno a qualcosa. Un chiodo fisso
che batte nelle tempie, un pensiero ossessivo che agita,
scuote e non lascia tranquilli. Qualcosa che giorno dopo
giorno dà un senso ai giorni che ci tocca vivere.
Anche Puccini ha un chiodo fisso che di nome fa: Turandot.
La fiaba d’Oriente con questo personaggio cattivissimo, la
principessa crudele, sacerdotessa della vendetta che alla
fine, dopo una notte lunghissima, deve arrendersi alla
forza dell’amore.
L’ultima opera. Quella che l’autore non riesce a
completare.
La malattia se lo porta via prima che faccia in tempo a
scrivere il famoso duetto finale, il duetto d’amore tra
Calaf e la principessa crudele.
Altri completeranno l’opera. E la sera della prima, a
Milano, Benito Mussolini vincola la sua presenza
all’esecuzione di “Giovinezza”.
(mimando il duce) Mi vogliono alla Scala? Bene. Si suoni
“Giovinezza”!
Arturo Toscanini è un uomo tutto d’un pezzo e alla
direzione de “La Scala” glielo dice chiaro e tondo da
subito: “Per me si può anche suonare quella canzone, ma
sappiate che non sarò io a dirigerla…”
Così, alla fine il Duce è costretto a restarsene a Roma.
Nel teatro la commozione è nell’aria. Toscanini è scuro in
volto e teso. Improvvisamente sembra dimostrare molti più
anni dei suoi cinquantanove.
Alla morte di Liù, nella partitura è segnato un molto
rallentando, degli accordi che svaniscono su queste parole
del coro: "Liù, bontà, Liù, dolcezza, dormi! Oblia! Liù,
Poesia!".
Quella sera, a Milano, in questo punto preciso dell’opera,
Arturo Toscanini fa un cenno all'orchestra e la ferma. Vi è
– com’è comprensibile – un poco di sconcerto. Qualche
mormorio si leva in sala. Toscanini non se ne cura. Si
volta lentamente verso il pubblico fino a che non ha di
fronte a sé la vasta platea e gli alti ordini di palchi, la
prima e la seconda galleria che salgono sino a sfiorare il
soffitto. Poi con voce bassa, rauca dice: "Qui termina la
rappresentazione perché a questo punto il Maestro è morto".
Quella sera la Turandot termina con le parole di Toscanini,
incompiuta come l'aveva lasciata il suo autore.
Aria: Soprano
Tu che di gel sei cinta (Turandot)
(Con brio) Un momento… Un momento… Ma che ne è stato del
Maestro, seduto sui gradoni di quella fontana a Trento? Sì,
la sosta del viaggio Bolzano, Innsbruck, Monaco e compagnia
bella…
Puccini si è girato a guardare le campane del Duomo che
suonano a distesa. La maestosità di quella chiesa, il
pregio architettonico, la Storia che anche lui sente
fremere in quelle pietre lo ha come rapito.
Guarda stupito davanti a sé. Fa qualche passo verso destra,
qualche altro verso sinistra… Poi corre fino al Caffè dove
i suoi compagni di viaggio stanno allegramente discorrendo
sul tempo e sulla politica. Afferra sgraziatamente la
giacca di Antonio, senza distogliere lo sguardo da un punto
preciso della piazza.
“Oh Antò, Antonio: ma dov’è andata?” domanda ad alta voce.
“Dov’è andata chi, babbo?” li fa eco il figlio.
“Quella dama. Dài, quella che stava parlando con me. Era
lì, proprio accanto all’automobile. (pausa) E non
guardatemi così… Non sono mica matto! L’ho vista, c’ho
parlato per venti minuti buoni…”
“Io codesta donna non l’ho veduta” fa serio l’altro amico.
“Nemmeno io, babbo” conclude Antonio.
Il maestro vedendo che nessuno vuole dargli retta pensa a
una congiura, uno scherzo cretino che forse quei bischeri
stanno architettando.
Torna alla fontana, tenendo gli occhi bassi, sul selciato,
quasi a cercare tracce del passaggio di quella misteriosa
signora. Un carretto passa attraversando la piazza, quasi
silenzioso.
In quel momento a Puccini tornano in mente le ultime parole
che la signora gli aveva detto, poco prima: “Allora,
chissà, magari tra un paio d’anni potremmo rivederci…”
Già, un paio d’anni…
Il Maestro si tocca la gola. Un gesto istintivo, casuale
che però pare guidato da una forza misteriosa. Un oscuro
comando proveniente da una di quelle viuzze che si
intrecciano intorno al Duomo. (si tocca la gola) Senti la
barba, l’è già da rifare… E quella gola, non so perché,
eppure gli pare che gli dolga un poco….
In quel punto tanto centrale dell’abitato, quella piazza
attorno alla quale gli antichi facevano ruotare le proprie
esistenze, pare quasi di sentire il respiro di tutta la
città, le parole che ogni abitante sta pensando in
quell’istante, i sogni e le speranze di ognuno; una
martellante, interminabile processione di vocali e
consonanti che ora gli fa dolere la testa.
Puccini si passa una mano tra i capelli e pare finalmente
rassegnarsi al fatto che di quella donna non c’è ormai più
nessuna traccia.
Una signora dalle maniere gentili che volentieri avrebbe
inserito in una delle sue opere future. La donna elegante e
misteriosa che da sempre – senza saperlo – aveva temuto di
incontrare.
Aria: Tenore
E lucean le stelle (Tosca)