Viva
Rota... Viva Fellini
Dieci storie davanti ad un mare in
burrasca
Non c’è niente di più incredibile, irreale e comico di un
lungomare spazzato dalla tempesta. Gli ombrelloni chiusi
sono antenne puntate verso il cielo, radar che domandano
clemenza alla pioggia e al vento. Le sdraio ammonticchiate
sono altari invocanti, supplicanti che ritorni l’estate e
ci travasi sangue nelle vene, ci dia vita quel carosello
pieno di colori, sole e risate. Intanto il vento dice la
sua e ti ronza, arrabbiato, nelle orecchie mentre cammini
solo lungo la battigia. Non c’è nessuno intorno. Ma ogni
tanto ti capita di incontrare qualcuno che come te sta
cercando qualcosa in quella burrasca e cammina intabarrato
nella ventina, con le goccioline di acqua salata che fanno
le stupide e imbrattano gli occhiali.
(pausa)
Io ci sono già stato qui. Sì. Tanto tempo fa. Ed il tempo
era lo stesso. Faceva un freddo… E parevano neve quei
marosi, bianco latte sulle onde arrabbiate che si
mangiavano la spiaggia e la nostra fantasia. E non so
spiegare né il motivo per cui qui non c’ero più venuto, e
neanche la ragione per la quale adesso mi ritrovo a
rientrarci in questo bar. Tutto è rimasto come allora.
Me lo ricordo come fosse ieri. Ci piaceva da matti
rinchiuderci qui dentro – sapete? – lasciarlo fuori quel
mondo cialtrone e pettegolo che già correva incontro alla
modernità. Un giro di chiave e… non ce ne importava più
nulla e di nessuno. Dietro alle carte, al biliardo e ad un
bicchiere di Fernet ci sentivamo al riparo. Era come se le
tempeste del mondo qui dentro non potessero farci nulla.
E me li ricordo bene gli amici di allora, sapete? Federico
si sedeva sempre lì, vicino alla macchina del caffè perché
diceva che lo teneva caldo. Nino si sedeva al tavolino,
sempre intento a scribacchiare qualcosa. Poi a qualche ora
del giorno arrivava Marcello, trafelato, che aveva appena
corso dietro alla solita sottana.
Erano gli anni del boom economico. L’Italia provava
finalmente a rialzare la testa dopo i disastri della
guerra. Come uno che riprende fiato dopo una lunghissima
nuotata. Cominciavano a circolare le automobili, si
vedevano le prime televisioni. Si cominciava a capire che
forse la vita non era solo un accontentarsi delle briciole,
ma qualcosa di più probabilmente era lecito chiederla
adesso. C’era una gran voglia di fare cose nuove e di
divertirsi, e non solo per seppellire con una risata ciò
che era stato. Le idee, allora, si misero a vorticare,
silenziose, nelle teste delle persone, portandole col
pensiero a nuovi ed imperdibili sogni.
Federico s’era messo in testa di fare il regista. S’era
riempito la testa di cinematografo, sapeva a memoria tutti
i nomi delle star di Hollywood: Gregory Peck, Cary Grant
quelli lì, insomma. Noi lo ascoltavamo e facevamo di sì con
la testa, ma poi scoppiavamo a ridere. Per noi quello del
cinema era solo uno dei tanti sogni ad occhi aperti che si
potevano fare a quell’età. Il cinema era un mondo magico,
quasi un posto delle favole e noi eravamo – come dire –
troppo reali. Le nostre vite erano piene di tempi morti,
faticose, piene di rimpianti e non meritavano di essere
girate.
Ma Federico insisteva. Continuava a dire che nei sogni
bisogna crederci, solo così possono realizzarsi. A me mi
faceva ridere quando diventava serio e si metteva a fare il
filosofo. “Bisogna credere nei sogni” farfugliava. Come si
fa a credere nei sogni, Federì? Si può credere a tante
cose: a Dio, alla pressione endovenosa, all’inflazione. Ma
i sogni sono talmente… Talmente vacui, vani, vuoti,
trasparenti come le ali di una farfalla, leggeri come
aquiloni che cerchi di tenere a bada lassù nel cielo, ma
poi un colpo di vento più forte degli altri te li strappa
via e tu non li vedi più. La vera vita sarà pure quella del
sogno ma a volte il sogno è un baratro fatale.
Pausa. Si guarda attorno.
Già. Io ci sono già stato qui. (riprendendo il discorso di
prima) E insomma, Federico alla fine si tirò dietro pure
quel rubacuori di Marcello. Gli aveva raccontato che a fare
l’attore di donne ne puoi avere quante ne vuoi. Una per
ogni sera, addirittura. E a fare l’attore, tu di vite non
ti limiti più a viverne una sola, ma dieci, cento, mille. E
poi, anche dopo morto, continuerai ad esistere, a rivivere
nei tuoi film, ecc. ecc. E quello, Marcello, si beveva
tutto, credeva a tutte le chiacchiere di Federico. “C’ho
già pronte dieci storie, vedrai che spasso fare il
cinematografo. E ti pagano pure”.
Nino, invece, se ne stava in disparte. Era timido, lui.
Piccolo di statura. Federico parlava e lui se ne stava lì
ad ascoltarlo, senza dire una parola, solo canticchiando
impercettibilmente qualcosa. Teneva un foglio sulle
ginocchia e con una mezza matita continuava a
scarabocchiare. Sembrava che le parole degli altri non lo
toccassero, tanto era concentrato in ciò che stava facendo.
E invece, ad un certo punto, approfittando di un attimo di
silenzio, Nino si alzò in piedi, puntò gli occhi su quei
due sognatori e domandò: “Sentiamo un po’: quale sarebbe la
prima storia?”
Federico non aspettava altro che sentirsi rivolgere quella
domanda. Fece un sorriso grande così. Si allacciò la
sciarpa attorno al collo. Mandò giù quel che restava del
suo Fernet. Poi fece un giro della stanza. Diede
un’occhiata al mare in tempesta, là fuori. Prese un pezzo
di cartone, lo arrotolò a mò di megafono e cominciò a
raccontare.
LO SCEICCO BIANCO
La subdola follia del capo dei predoni del deserto
concepisce un piano di temeraria ferocia. Oscar, il beduino
crudele sbarca sulla spiaggia dell’harem del mistero con le
sue leggendarie fusciacche moresche (sorta di bandoni ben
noti sulla costa africana) e qui guida i suoi diavoli allo
sbaraglio contro lo sceicco bianco. La notte affricana era
nel suo culmine nei marmorei saloni dell’harem del mistero
le belle sulanite dormivano languidamente sognando lo
sceicco bianco…
La prima storia è quella di Wanda. Povera Wanda. Crede di
essersi innamorata di una specie di eroe, di uomo
fantastico. Lo ama al punto da abbandonare il suo fresco
sposo e correre sul set per conoscerlo… finalmente… Lo
sceicco bianco, il suo cine-romanzo preferito. E tante ne
fa che alla fine riesce ad incontrarlo costui, solo che…
Wanda è costretta a scoprire che lo sceicco bianco non è un
eroe. Non è il superuomo che tante volte le ha fatto
sognare una vita diversa. Quello è solo un cialtrone, un
meschino che prova addirittura ad approfittare di lei.
Che delusione, a volte, la vita.
***MUSICA***
“Ma dai, Federì. Che razza di storia è? Voglio dire, è
troppo triste. Wanda si è appena sposata e già pensa ad un
altro uomo…” Aveva appena raccontato la sua prima storia,
povero Federico, e noi li stavamo già tutti addosso, a
mormorare, a fare i critici. Lui scuoteva la testa
sorridendo. No, non è che lo facesse perché si credeva
superiore… Era solo convinto che noi non volessimo capire,
come se ci ostinassimo a non riconoscere una verità che
solo lui era riuscito a capire.
Mi ricordo che ad un certo punto fece un’espressione
curiosa che più o meno significava: “Voi non capite proprio
un accidente”. Si fece portare un altro Fernet. E attaccò
con la seconda storia.
I VITELLONI
La prima storia è quella di Wanda. La seconda parla di
Fausto. Fausto che assieme ai suoi amici passa le sue
giornate nell'ozio più completo, tra il caffè, il biliardo,
la passeggiata, gli inutili amori, i progetti vani. Un
perdigiorno scansafatiche che ci passerebbe la vita intera
a quel modo. Se non fosse che Sandra, la sua ragazza, un
giorno rimane incinta. Fausto la sposa, onora il suo
dovere, ma comincia a tradirla con regolarità. Inizia a
tessere una tela fatta di bugie, di sotterfugi, di inganni
dolorosi per Sandra. Facendola soffrire e costringendola,
alla fine, a scappare. Povero Fausto. Che pena mentre la
cerca in ogni dove, disperato vitellone che non ha ancora
imparato che la vita, a volte, esige un minimo – nemmeno
poi tanta – solo un minimo di serietà. Non si può restare
bambini per sempre. Anche un perdigiorno, alla fine, deve
programmarla la giornata.
***MUSICA***
Mi ricordo che appena terminato il racconto della trama,
Marcello cominciò a ridere come un matto. Una di quelle
risate che sembrano venire dritte dall’anima. Non riusciva
a fermarsi. Tra i singulti riuscì solo a dire che quella
seconda storia sembrava la sua biografia: con tutte quelle
donne, i tradimenti, quelle notti brave. Solo che lui era
stato più bravo di quello e non ne aveva messa incinta
nessuna. A quel punto, dal pianoforte Nino lo zittì,
accigliato, arrabbiato quasi. “Andiamo avanti”, disse
serio.
LA STRADA
La terza storia narra della povera Gelsomina, venduta per
due fiaschi di vino. La famiglia è povera e non può
permettersi un’altra bocca da sfamare. Gelsomina viene
affidata ad uno zingaro girovago, Zampanò, un essere
animalesco che pare non avere un’anima. Zampanò dai polmoni
d’acciaio che ti spezza la catena con un respiro. Come si
può vivere con un uomo così? Vuol scappare Gelsomina,
andare via lontano… E poi c’era quel motivo, (canticchia.
Poi domanda a qualcuno…) ve lo ricordate com’era, Zampanò?
Quel giorno sotto la pioggia da quella finestra…
(canticchia). Perché non mi insegnate a suonare la tromba,
Zampanò? (pausa)
Poi Gelsomina ha incontrato il Matto, un funambolo che
continua a prendere per i fondelli Zampanò e così facendo
presto si farà ammazzare. Eppure il Matto le ha insegnato a
non essere così triste, perché tutto quello che c’è al
mondo serve a qualcosa. Anche quel sassetto… Perché se lui
è inutile, è inutile tutto. Anche le stelle.
***MUSICA***
Mi ricordo che qualche anno dopo, una volta messa quella
storia sulla pellicola, Federico volò in America. Non so
come avvenne, ma un giorno conobbe un gangster vero, uno di
quelli che tiene il mitra nascosto sotto alla giacca. Era
alto due metri e aveva una faccia cattiva, poco
raccomandabile. Eppure ‘sto tipo strano gli confessò che
ogni volta che sentiva le dieci note di quel film a lui gli
veniva da piangere. Federico naturalmente non ci credeva
così lo mise alla prova e fischiettò il motivo e quello – è
incredibile – si mise a piangere… così, come un bambino.
“Ecco, che ti avevo detto?” disse a Federico.
IL BIDONE
La quarta storia ha per protagonisti tre mascalzoni:
Augusto, Picasso e Roberto. Tre truffatori che ne combinano
di tutti i colori specie ai danni della povera gente
ignorante. Promettono case agli sfollati, distribuiscono
improbabili tesori, vendono abiti vecchi spacciandoli per
nuovi. Io mi domando: ma come si può essere tanto carogne?
Augusto viene sbattuto in galera, umiliato davanti alla
figlia. Sembra essere cambiato e invece, una volta fuori,
ricomincia imperterrito la sua prospera attività di
truffatore. Anche se... quello sguardo della figlia…
qualcosa gli si è rotto dentro. Forse. E all'ennesimo
colpo, prima di fuggir via col malloppo si rende conto che
sta rubando il pane ad una famiglia poverissima con una
figlia paralitica. Decide di restituire i soldi, Augusto,
non si può essere tanto carogne. “Ragazzi, ma che stiamo
facendo? Ci mettiamo a rubare a dei disgraziati?” Ma i suoi
soci non ci stanno, non si fanno i suoi scrupoli e allora
lo riempiono di botte. Lo lasciano agonizzante giù da un
dirupo.
***MUSICA***
Ah, Nino, Nino… Lui mentre Federico raccontava continuava a
giocherellare con quel pianoforte scassato che c’era nel
bar. “Ahò” disse ad un certo punto Federico “e tte vuoi stà
zitto con quello scassone?!” Nino interruppe la sua nenia,
si voltò verso di noi e il suo volto si illuminò con un
grande sorriso. Si mise le mani in tasca, tirò fuori un
pacchetto di sigarette e se ne accese una. Tirò una boccata
e soffiando fuori il fumo disse in un fiato: “E voi
veramente pensate di farli senza pianoforte, i film?”
LE NOTTI DI CABIRIA
La quinta storia è quella di Cabiria. È una di quelle,
Cabiria. Eppure lei è così diversa, solare: ogni giorno
affronta la vita con un inguaribile ottimismo. Nonostante
le delusioni attraversino la sua vita come un aereo che
solca il cielo e lascia una lunga scia. Una sera incontra
per caso un famoso attore, ricco e bellissimo che se la
porta a ballare, sembra voglia stare con lei, ma è solo
perché aveva litigato con la sua donna. Delusioni,
delusioni e ancora delusioni. Così, un giorno, cercanco
cercando, Cabiria crede di aver trovato conforto nella
Fede. Chissà, forse sta lì il segreto della felicità… ma si
sbaglia. Così, una sera, in un cinema di periferia, un
illusionista la ipnotizza e le domanda quale sia il suo più
grande desiderio. Un grande amore, dice Cabiria. E il
pubblico ride forte, la prende in giro. Forse perché già sa
come finirà questa storia. Male.
***MUSICA***
Così fu deciso. Nino avrebbe musicato i film di Federico.
Da quando si guardarono negli occhi capirono di essersi
ritrovati, come due naufraghi che girano e rigirano sulla
stessa isola deserta senza incontrarsi mai e poi un giorno…
eccoti là. Nino però era un tipo davvero particolare…
Estrema disponibilità e totale assenza convivevano in lui.
Quando lo incontravi ti dava sempre l’impressione che fosse
capitato lì per caso eppure ti faceva capire che potevi
sicuramente contare su di lui. Aveva sempre quell’aria
magica, sovrannaturale quasi, come se fosse avvolto in un
involucro che lo proteggeva da qualsiasi cosa. Che strano…
sembrava così indifeso eppure capace di superare qualsiasi
difficoltà.
LA DOLCE VITA
La sesta storia… (Pausa) Ma poi perché parlo ancora di
storie? Quella di Marcello Rubini, giornalista
scandalistico, testimone di un mondo caotico, cinico e
volgare, privo di valori, non è una storia. È una denuncia,
una petizione al silenzio. L’umanità è ormai incapace di
sentimenti veri ed è allo sbando. E la ricerca del piacere
immediato e fine a se stesso sta tutto in quella fontana, a
Roma, Sylvia chiama Marcello: “Marcello, come here!
Marcello, come here!” (Pausa) Ma tutto è perduto. E il film
si chiude con quella scena magnifica; con gli occhi
innocenti di una bambina, sulla spiaggia di Fregene, che
tenta di parlare con Marcello. Lo chiama. Urla, ma dalla
bocca, forse, non esce nulla. Oppure Marcello è troppo
distante …e non riesce a sentirle le sue parole. La
solitudine dell’uomo perso in un mondo anonimo celebra il
suo trionfo.
***MUSICA***
“E che te sei addormito?” Federico alzava la voce e Nino si
svegliava di soprassalto. “Ma come, io ti sto raccontando
le storie con tutta la passione possibile e tu ti metti a
dormire?” Perché Nino era così. Durante i racconti di
Federico infatti, gli capitava di addormentarsi spesso,
cadeva in un sonno profondo, dal quale poi si risvegliava
improvvisamente per dirci qualsiasi cosa, magari,
fissandosi sull'immagine che gli passava in quel momento
davanti agli occhi: (mimando la scena) “Bella questa
scena!” “Niente male quella scenografia!” (pausa) La verità
è che Nino non aveva bisogno di ascoltarle quelle storie
per poterle musicare. Era come un medium che sa già tutto,
un musicista fantastico che si legge la musica dentro,
sulle pareti del cuore… Uno che della realtà non sa proprio
che farsene.
OTTO E MEZZO
La settima storia… raccontare la settima storia sarebbe
come se una notte un tizio, preso dalla malinconia,
incominciasse a raccontare all'improvviso, al primo che
capita, le sue angosce, i suoi drammi, le sue delusioni, le
vicende della sua vita. Gli si potrebbe chiedere: “Ma,
scusi, perchè mi racconta tutto ciò? Perché proprio a me,
che nemmeno la conosco?”
La storia è quella di Guido, un regista in crisi di
ispirazione, diviso tra la moglie borghese e l’amante, che
si abbandona ai suoi incubi, ai suoi sogni megalomani e
alle sue domande esistenziali, l’inseguimento di una
impossibile felicità. Come in quel sogno terribile, quando
rivolgendosi ad un decrepito cardinale, come un bambino in
cerca di coccole, dice: “Eminenza, io non sono felice”.
Il Cardinale lo guarda tra lo stupefatto e l’incazzato e
gli risponde: “E perché dovresti essere felice? Chi l’ha
detto che veniamo al mondo per essere felici?”
(Pausa. Pensa e risolve)
Perché poi, cosa diavolo è ‘sta felicità con la quale ci
riempiamo la bocca? Questa chimera irraggiungibile… Forse è
questo il segreto: la felicità è poter dire la verità senza
far soffrire nessuno
(Pausa. Parlando con uno spettatore a caso)
Tu saresti capace di piantare tutto e di ricominciare la
vita daccapo? Di scegliere una cosa, una cosa sola e di
essere fedele a quella, riuscire a farla diventare la
ragione della tua vita, una cosa che raccolga tutto, che
diventi tutto proprio perché è la tua fedeltà che te la fa
diventare infinita? Ne saresti capace? (scuote il capo
sorridendo)
***MUSICA***
Delle volte capitava che Nino giocando col pianoforte
mettesse assieme delle piccole melodie. “Aspetta, aspetta,
aspetta” lo interrompeva Federico “com’era quella cosa che
stavi suonando?” Nino lo guardava con lo sguardo
interrogativo “Quando?” “Un attimo fa, mentre io parlavo.
Hai suonato qualcosa che…” “Davvero?” “Massì, ti dico. Mi
sembra che facess na-nana-nanà… La stavi suonando…
Com’era?!” Nino scuoteva il capo, sollevava gli occhi al
cielo e risolveva: “Non so, non me lo ricordo più”.
Federico quella volta ridendo disse che doveva procurarsi
un magnetofono
AMARCORD
Storie, storie e ancora storie. Non so davvero dire quanto
tempo fosse trascorso da quando ero entrato in quel bar.
Fuori la burrasca continuava a frustare la spiaggia.
Intanto Federico continuava a raccontare e Nino lo
ascoltava e già si immaginava con quale musica colorare
tutti quei film.
L’ottava storia Federico non la scrisse, ma la ricordò.
Perché si era reso conto che dopo tutte le storie che aveva
raccontato, non aveva considerato la più importante: quella
della sua vita di ragazzo, nella Rimini degli anni Trenta.
Per questo nacque Amarcord, che in dialetto romagnolo
significa "io mi ricordo": una serie di ritratti e
aneddoti, fatti e tipi strani, che sono un affresco
dell’Italia tra le due guerre, dove il Fascismo e la Chiesa
esercitavano indisturbati il loro potere. Il ricordo fu per
Federico la storia più bella, quella che non poteva non
amare di più.
***MUSICA***
Sì, bella, bella… però… Il problema è che la musica lo
immalinconiva, lo caricava di rimorsi, come una voce
ammonitrice che lo struggeva perchè gli ricordava una
dimensione di armonia, di pace, di compiutezza dalla quale
era stato escluso, esiliato. La musica era crudele per lui.
Lo gonfiava di nostalgia e di rimpianto, e quando finiva
non capiva dove andasse. Federico sapeva solo che la musica
va dove vuole lei, fa vibrare l’anima, ma poi se ne va,
scompare, è irraggiungibile e questa cosa lo rendeva
triste.
Nino, invece, la musica la respirava, la viveva ad un
livello superiore. Per dirne una, se si trovava in mezzo ad
una banda che provava un suo pezzo, lui era capace di
scrivere le note di un altro motivo che in quel momento
aveva in testa. Era un fachiro della musica.
CASANOVA
Le ultime due storie furono quelle della crisi. Federico
compì sessant’anni. Che strano… Era riuscito a vivere tutta
la vita in uno stato senza età. Così, quando qualcuno gli
chiedeva quanti anni avesse, lui si faceva sempre una bella
risata. Era come se avesse avuto sempre trent’anni e ora di
colpo, senza preavviso, si ritrovava ad averne sessanta e
doveva fare i conti con se stesso. Perché gli anni sono
come i figli: non puoi non curarti di loro, altrimenti
presto o tardi te lo rinfacceranno. Ed è un po’ quello che
accadde a Federico, al tempo di queste due ultime storie.
Nino, invece, gli andava sempre dietro, con la sua flemma,
quel suo magico modo di fare che ti lasciava sempre senza
parole.
***MUSICA***
Una volta, li stavano girando davvero queste storie, un
ragazzino si avvicinò a Nino. “Signor Maestro – chiese
questo bambino – mi stavo domandando una cosa” Cosa?” “È
curioso, lo so, ma, mi dica, dove va a finire la musica
quando finisce?” Nino fece uno dei suoi grandi sorrisi,
anche perché quel ragazzino continuava a cercarla in una
stanzetta là accanto. E la chiamava: “Musica! Signora,
Musica!” Nino gli si avvicinò e gli diede un pezzo di
frittata. “Tieni – disse – Meglio che niente”.
PROVA D’ORCHESTRA
***MUSICA***
Quella fu l’ultima storia di Nino. Se ne andò
all’improvviso lasciandoci di stucco. Non pensavamo che
quell’amicizia potesse finire un giorno. Non potevamo
immaginare che quelle mani magiche potessero un giorno non
suonare più nulla. Quando andammo a trovarlo ormai morto
alla clinica del Rosario, Federico ed io provammo una
strana sensazione… Come se quel cadavere non fosse la prova
che un uomo era morto, ma solo che era scomparso, davvero
sparito come per un incantesimo, uno strano gioco di
prestigio. Era la stessa ineffabile sensazione di
sparizione, di essere sempre sul punto di partire, che ci
aveva sempre dato quando era in vita.
Quanto tempo è passato… Quanti film e quanta musica
fantastica. Eppure, ancora oggi, come se non fosse passato
nemmeno un istante, potenza della nostalgia, mi basta
chiudere gli occhi e mi sembra di sentirla ancora quella
musica… Rivedere Gelsomina, Cabiria, Zampanò, tutti quei
personaggi straordinari che adesso mi porto dentro al
cuore.
(Chiama) Nino! Nino! Dai, Nino. Amico magico. Suonami di
nuovo quel motivo. Hai presente quale? Quello trascinante
che mi piaceva tanto. Fallo per me. Così, sentilo come
parte piano, sembra arrivare da lontano e dopo ti prende e
ti travolge e ti fa sentire come un bambino al circo, un
bimbo perso nel circo della vita. Suonalo per me che sono
qui, oggi, a ricordare tutti voi, geni folli, esseri
creativi, menti incontrollabili, uomini che non ci sono più
eppure ci sono ancora. Eddai, suona Nino, più forte, più
veloce. Lo sento. È la musica giusta per uscire di scena,
per andarmene da questo posto, per lasciare il mondo dentro
e tornare verso quel mare in burrasca.
Arrivederci!
Ricordatevi di me!
Addio!
Ciao Nino!
Ciao Federico!