Renato Palazzi
03/04/02 15:49 Archiviato in:DELTEATRO.IT
Ci vuole generosità, ci vuole anche una buona dose di
coraggio artistico per avventarsi su un fatto di
cronaca ancora fresco e cercare di trasformarlo in
linguaggio teatrale. Poi l'impresa può riuscire o meno,
ma intanto occorre mettere da parte tutta una serie di
comode certezze, perché l'attualità non è ancora
consegnata all'immobile archivio della Storia, è
urgenza di sentimenti e sangue vivo, rabbia,
incredulità, dolore che non si lasciano inquadrare
facilmente in una forma artistica, non si lasciano
piegare passivamente alle parole e ai gesti della
scena. Pino Loperfido ci ha provato, ha provato a
scrivere un monologo sulla tragedia del Cermìs, su
quella terribile giornata di quattro anni fa in cui un
aereo militare americano partito da Aviano tentò - per
un'irresponsabile manovra di addestramento o per una
folle sfida - di passare sotto i cavi della funivia. Il
risultato di questo sforzo, prodotto dallo Stabile di
Bolzano, è affidato alla sensibile interpretazione di
Andrea Castelli. A fare da modello è dichiaratamente,
fin dal titolo, il Racconto del Vajont di Paolini e
Vacis, l'idea che regge entrambi è quella dello
spettacolo-narrazione di intonazione civile. A riferire
l'accaduto è qui un testimone ravvicinatissimo, il
manovratore dell'altra cabina, quella sopravvissuta al
crollo, il quale descrive le vicende della propria vita
che l'hanno condotto a quel lavoro, evoca la valle in
cui, per incredibile coincidenza, aveva già assistito
ad un analogo incidente da bambino, ricorda con
palpabile orrore l'atroce scena cui ha assistito. Il
limite della proposta, rispetto all'illustre precedente
al quale si ispira - al di là delle mille differenze
soggettive - sta nel fatto che quello era soprattutto
costruito su dati tecnici, informazioni, cifre, che la
sciagura dell'aereo impazzito non può offrire. Così il
resoconto del manovratore indugia per forza sul
risvolto biografico ed emotivo, assume un andamento a
tratti letterario, trova poca materia concreta: poi,
certo, la sorte delle vittime suscita immensa
commozione, e Castelli si adopera con semplicità e
pudore a darle risonanza nella coscienza dello
spettatore.
Andrea Pedrinelli
22/03/02 15:52 Archiviato in:LA
PADANIA
Parafrasando il copione si può veramente dire che
esistono ancora testi teatrali che insegnano molto di
più di tanti bei discorsi. È il caso di «Ciò che non si
può dire», sottotitolo «Il racconto del Cermìs» scritto
dal trentaduenne Pino Loperfido e messo in scena dal
Teatro Stabile di Bolzano per la regia di Paolo Bonaldi
e l'interpretazione di Andrea Castelli, attore trentino
che nel suo curriculum vanta soprattutto esperienze di
commedia. Il lavoro, già vincitore del premio Bolzano
Teatro 2001, è in scena questi giorni a Milano, al
Litta: si tratta di una drammaturgia splendida, che
alterna momenti di quotidianità e spunti di cronaca ad
uno scavo psicologico profondo nell'animo umano, per
riportare alla luce dal punto di vista di un testimone
una tragedia purtroppo già dimenticata dall'opinione
pubblica. Il climax della piece è magistralmente
assecondato dalla regia, semplicissima però capace di
coinvolgere gli spettatori durante e al termine dello
spettacolo, e da Castelli, che sa mettere in primo
piano un uomo dilaniato nel profondo da quanto ha visto
e, cercando inutilmente di esorcizzarlo nell'ironia
finisce per rimanere sul labile confine della follia.
Lo spunto è cronaca: il 3 febbraio 1998 una cabina
della funivia del Cermìs precipita nei vuoto, i cavi
tranciati di netto, causando la morte di venti
passeggeri sotto lo sguardo attonito del manovratore
dell'altra cabina, miracolosamente illeso (il
protagonista del monologo): responsabile del disastro è
un aereo militare americano decollato dalla base di
Aviano, i cui occupanti stavano effettuando un tragico
gioco con la vita volando a quote ben più basse dei
limiti di legge. Nel ricordo del nostro protagonista le
venti vittime innocenti devono essere ricordate a
qualunque prezzo (anche dicendo ciò che non si può
dire): e non trova spazio neppure la pietà nei
confronti dei colpevoli (tutti assolti dalla giustizia
americana) anzi c'è la speranza che il rimorso li
tormenti per sempre. Questo è teatro di fortissimo
impatto sociale e nel contempo profondamente umano, un
testo da portare nelle scuole di tutto il paese, per
non dimenticare. Manca la pietà? Quando tutto è visto
con gli occhi di chi ha sentito quello schianto, anche
una chiave di lettura così terribile diventa naturale.
Del resto da quando abbiamo visto questo monologo pure
noi abbiamo nelle orecchie l'assordante silenzio della
morte e sappiamo davvero, finalmente, cosa è stato il
Cermìs. Spettacolo da non perdere.
Ugo Volli
22/03/02 15:28 Archiviato in:LA
REPUBBLICA
"Il 3 febbraio 1998 un aereo americano da guerra, in
volo di addestramento, tranciò i cavi della funivia che
dalla Val di Fiemme sale al Monte Cermis, provocando la
morte della ventina di sciatori che in quel momento
erano sospesi in cabina. L’inchiesta mostrò che l’aereo
non doveva scendere così in basso nella valle, che il
pilota l’aveva fatto per bravata, e mise anche in
evidenza il depistaggio operato dal personale di bordo
e dalla base di Aviano. La giustizia italiana fu
costretta a dichiararsi incompetente, quella militare
americana emise una sentenza scandalosamente mite.
Sulla strada delle ‘orazioni civili’ inaugura da Marco
Paolini, Pino Polerfido ricostruisce l’andamento del
terribile incidente, dando voce ad superstite: il
conduttore della cabina che viaggiava in senso inverso.
Quel che emerge è la crudeltà, l’insensatezza, e la
prevedibilità di un disastro che si poteva benissimo
evitare."
Ugo Ronfani
20/03/02 15:34 Archiviato in:IL
GIORNO
«Ciò che non si può dire», perché la stupidità e
l'ingiustizia, talvolta tagliano la parola in bocca,
Pino Loperfido trentenne scrittore trentino, l'ha detto
con un racconto onesto e disperato, premiato col
Bolzano teatro 2000, sulla tragedia del Cermìs. Marco
Bernardi ha fatto mettere in scena il testo dallo
Stabile di Bolzano affidando la regia a Paolo Bonaldi e
l'interpretazione ad Andrea Castelli, attore popolare
in Alto Adige ma non conosciuto come meriterebbe
altrove (al Litta fino al 24). Con questo lavoro di
impegno civile e sofferta partecipazione, ben
rispondente ai doveri di repertorio di un teatro
pubblico (…) .Nella versione teatrale chi racconta è il
manovratore superstite dell'altra cabina, sfiorata
dall'aereo della morte: espediente che - in un
intreccio "alla Paolini" fra cronaca puntigliosa della
sciagura e testimonianze e ricordi dei valligiani
(assurda coincidenza: nel '76 c'era già stata una
disgrazia analoga) - dà spessore drammaturgico e
accenti di verità al monologo. Tanto più efficace è il
testo - che nella sua fatale determinazione non può non
ricordare "Il ponte di Saint Louis Rey" di Thornton
Wilder - in quanto non indugia, se non per denunciare
lo scandalo della quasi impunità dei colpevoli, in un
antiamericanesimo di maniera. Odio, sì, dice il
superstite della tragedia, ma per l'incoscienza di chi
stracciò i piani di volo abbandonandosi ad acrobazie
omicide: "Non ce l'ho con l'America, ce l'ho con
l'imbecillità!". Perché "quei morti (i cui nomi, in uno
stillicidio funebre di note, compaiono alla fine su uno
schermo) restano morti". Il testo trova l'interprete
ideale in Andrea Castelli, attore - orchestra che dà il
colore di una varia umanità al suo personaggio, ne fa
un montanaro semplice e giusto che parla, straziato, a
nome della sua valle oltraggiata e delle vittime.
Dolore e paura, non accuse va in scena la tragedia del Cermis
20/03/02 06:27 Archiviato in:LA
REPUBBLICA
Il 3 febbraio 1998 un aereo Prowler decollato dalla
base di Aviano trancia i cavi della funivia del Cermis.
La cabina si schianta al suolo, ci sono venti vittime.
Intorno a questa vicenda, ai suoi responsabili (l'
aereo volava molto al di sotto dei limiti consentiti,
ma questa pare fosse un' abitudine dei piloti americani
in esercitazione) molte sono state le polemiche. Ma non
è in questa chiave che va letto Ciò che non si può dire
lo spettacolo al Teatro Litta, fino a domenica, regia
di Paolo Bonaldi, produzione dello Stabile di Bolzano.
«A interessarmi è soprattutto la vicenda umana spiega
Pino Loperfido, il trentaduenne autore del testo L'
allusione del titolo a qualcosa che non si può dire non
fa riferimento a eventuali verità nascoste. Indicibile
è il dolore, la paura, la morte». A ripercorrere la
vicenda una sola voce, quella del manovratore della
cabina sopravvissuto e portato in salvo dopo 57 minuti,
durante i quali rimase sospeso sopra il luogo dell'
incidente. «Quando ho letto il testo racconta Andrea
Castelli, interprete del monologo ho sentito addosso
tutta la sofferenza, il terrore, l' impotenza di quell'
uomo». Un' operazione, questa di Ciò che non si può
dire, definita un po' alla Marco Paolini: una sorta di
orazione, in cui la tensione civile diventa strumento
per tenere viva la memoria di un evento doloroso che ha
segnato la collettività e che non va dimenticato. Anche
se, come Loperfido fa dire al suo protagonista: «non ce
l' ho con l' America. Ce l' ho con l' imbecillità». -
SARA CHIAPPORI
Claudia Cannella
12/03/02 15:31 Archiviato in:CORRIERE
DELLA SERA
"Dal racconto, misto di italiano e dialetto, del
manovratore superstite prende vita "Quello che non si
può dire. Il racconto del Cermis" di Pino Loperfido,
testo vincitore del Premio Bolzano Teatro 2001.
Prodotto dallo Stabile di Bolzano, il monologo è
interpretato da Andrea Castelli per la regia di Paolo
Bonaldi. Da vedere."
Mario Brandolin
27/02/02 15:35 Archiviato in:MESSAGGERO
VENETO
"L’esercizio della memoria, che lo spettacolo dello
Stabile di Bolzano invita a praticare, è comunque di
questi tempi qualcosa di prezioso e da salvaguardare."
Diego Andreatta
03/02/02 15:51 Archiviato in:AVVENIRE
Ma «quel pezzo di cielo rimasto vuoto sopra Cavalese»
diventa anche una finestra nella quale cogliere una
forte invocazione spirituale che passa attraverso il
comprensibile giorno dell'ira per approdare alla
speranza dell'aldilà.
Eugen Galasso
17/01/02 15:30 Archiviato in:IL
MATTINO
"Ricostruendo insieme con il regista Paolo Bonaldi il
"suo" Cermis, Andrea Castelli ha lavorato
sull'alternanza: comici i pochi momenti tali, al limite
del grottesco. Poi tesi i momenti di passaggio, pieni i
silenzi."
Carlo Martinelli
16/01/02 15:50 Archiviato in:ALTO
ADIGE
"Il testo di Pino Loperfido, viene restituito
dall'interpretazione di un Andrea Castelli che ha
toccato, senza dubbio alcuno, uno dei punti più alti
della sua carriera. In certi passaggi, lungo un
monologo retto con sicurezza per quasi un'ora e mezza,
l'attore trentino è parso trasfigurarsi."
Sergio Zavoli
28/07/01 15:53
«Pino Loperfido, con il suo “Ciò che non si può dire”,
trova una forma lirica e, nello stesso tempo, puntuale
e precisa, per raccontare una recente tragedia, una di
quelle tragedie italiane che non sono fatalità, ma
colpa. In controtendenza rispetto alla sua generazione,
Loperfido dimostra che l’impegno non è morto e può non
andare a discapito della ricerca formale.»