Renato Palazzi

Ci vuole generosità, ci vuole anche una buona dose di coraggio artistico per avventarsi su un fatto di cronaca ancora fresco e cercare di trasformarlo in linguaggio teatrale. Poi l'impresa può riuscire o meno, ma intanto occorre mettere da parte tutta una serie di comode certezze, perché l'attualità non è ancora consegnata all'immobile archivio della Storia, è urgenza di sentimenti e sangue vivo, rabbia, incredulità, dolore che non si lasciano inquadrare facilmente in una forma artistica, non si lasciano piegare passivamente alle parole e ai gesti della scena. Pino Loperfido ci ha provato, ha provato a scrivere un monologo sulla tragedia del Cermìs, su quella terribile giornata di quattro anni fa in cui un aereo militare americano partito da Aviano tentò - per un'irresponsabile manovra di addestramento o per una folle sfida - di passare sotto i cavi della funivia. Il risultato di questo sforzo, prodotto dallo Stabile di Bolzano, è affidato alla sensibile interpretazione di Andrea Castelli. A fare da modello è dichiaratamente, fin dal titolo, il Racconto del Vajont di Paolini e Vacis, l'idea che regge entrambi è quella dello spettacolo-narrazione di intonazione civile. A riferire l'accaduto è qui un testimone ravvicinatissimo, il manovratore dell'altra cabina, quella sopravvissuta al crollo, il quale descrive le vicende della propria vita che l'hanno condotto a quel lavoro, evoca la valle in cui, per incredibile coincidenza, aveva già assistito ad un analogo incidente da bambino, ricorda con palpabile orrore l'atroce scena cui ha assistito. Il limite della proposta, rispetto all'illustre precedente al quale si ispira - al di là delle mille differenze soggettive - sta nel fatto che quello era soprattutto costruito su dati tecnici, informazioni, cifre, che la sciagura dell'aereo impazzito non può offrire. Così il resoconto del manovratore indugia per forza sul risvolto biografico ed emotivo, assume un andamento a tratti letterario, trova poca materia concreta: poi, certo, la sorte delle vittime suscita immensa commozione, e Castelli si adopera con semplicità e pudore a darle risonanza nella coscienza dello spettatore.

Andrea Pedrinelli

Parafrasando il copione si può veramente dire che esistono ancora testi teatrali che insegnano molto di più di tanti bei discorsi. È il caso di «Ciò che non si può dire», sottotitolo «Il racconto del Cermìs» scritto dal trentaduenne Pino Loperfido e messo in scena dal Teatro Stabile di Bolzano per la regia di Paolo Bonaldi e l'interpretazione di Andrea Castelli, attore trentino che nel suo curriculum vanta soprattutto esperienze di commedia. Il lavoro, già vincitore del premio Bolzano Teatro 2001, è in scena questi giorni a Milano, al Litta: si tratta di una drammaturgia splendida, che alterna momenti di quotidianità e spunti di cronaca ad uno scavo psicologico profondo nell'animo umano, per riportare alla luce dal punto di vista di un testimone una tragedia purtroppo già dimenticata dall'opinione pubblica. Il climax della piece è magistralmente assecondato dalla regia, semplicissima però capace di coinvolgere gli spettatori durante e al termine dello spettacolo, e da Castelli, che sa mettere in primo piano un uomo dilaniato nel profondo da quanto ha visto e, cercando inutilmente di esorcizzarlo nell'ironia finisce per rimanere sul labile confine della follia. Lo spunto è cronaca: il 3 febbraio 1998 una cabina della funivia del Cermìs precipita nei vuoto, i cavi tranciati di netto, causando la morte di venti passeggeri sotto lo sguardo attonito del manovratore dell'altra cabina, miracolosamente illeso (il protagonista del monologo): responsabile del disastro è un aereo militare americano decollato dalla base di Aviano, i cui occupanti stavano effettuando un tragico gioco con la vita volando a quote ben più basse dei limiti di legge. Nel ricordo del nostro protagonista le venti vittime innocenti devono essere ricordate a qualunque prezzo (anche dicendo ciò che non si può dire): e non trova spazio neppure la pietà nei confronti dei colpevoli (tutti assolti dalla giustizia americana) anzi c'è la speranza che il rimorso li tormenti per sempre. Questo è teatro di fortissimo impatto sociale e nel contempo profondamente umano, un testo da portare nelle scuole di tutto il paese, per non dimenticare. Manca la pietà? Quando tutto è visto con gli occhi di chi ha sentito quello schianto, anche una chiave di lettura così terribile diventa naturale. Del resto da quando abbiamo visto questo monologo pure noi abbiamo nelle orecchie l'assordante silenzio della morte e sappiamo davvero, finalmente, cosa è stato il Cermìs. Spettacolo da non perdere.

Ugo Volli

"Il 3 febbraio 1998 un aereo americano da guerra, in volo di addestramento, tranciò i cavi della funivia che dalla Val di Fiemme sale al Monte Cermis, provocando la morte della ventina di sciatori che in quel momento erano sospesi in cabina. L’inchiesta mostrò che l’aereo non doveva scendere così in basso nella valle, che il pilota l’aveva fatto per bravata, e mise anche in evidenza il depistaggio operato dal personale di bordo e dalla base di Aviano. La giustizia italiana fu costretta a dichiararsi incompetente, quella militare americana emise una sentenza scandalosamente mite. Sulla strada delle ‘orazioni civili’ inaugura da Marco Paolini, Pino Polerfido ricostruisce l’andamento del terribile incidente, dando voce ad superstite: il conduttore della cabina che viaggiava in senso inverso. Quel che emerge è la crudeltà, l’insensatezza, e la prevedibilità di un disastro che si poteva benissimo evitare."

Ugo Ronfani

«Ciò che non si può dire», perché la stupidità e l'ingiustizia, talvolta tagliano la parola in bocca, Pino Loperfido trentenne scrittore trentino, l'ha detto con un racconto onesto e disperato, premiato col Bolzano teatro 2000, sulla tragedia del Cermìs. Marco Bernardi ha fatto mettere in scena il testo dallo Stabile di Bolzano affidando la regia a Paolo Bonaldi e l'interpretazione ad Andrea Castelli, attore popolare in Alto Adige ma non conosciuto come meriterebbe altrove (al Litta fino al 24). Con questo lavoro di impegno civile e sofferta partecipazione, ben rispondente ai doveri di repertorio di un teatro pubblico (…) .Nella versione teatrale chi racconta è il manovratore superstite dell'altra cabina, sfiorata dall'aereo della morte: espediente che - in un intreccio "alla Paolini" fra cronaca puntigliosa della sciagura e testimonianze e ricordi dei valligiani (assurda coincidenza: nel '76 c'era già stata una disgrazia analoga) - dà spessore drammaturgico e accenti di verità al monologo. Tanto più efficace è il testo - che nella sua fatale determinazione non può non ricordare "Il ponte di Saint Louis Rey" di Thornton Wilder - in quanto non indugia, se non per denunciare lo scandalo della quasi impunità dei colpevoli, in un antiamericanesimo di maniera. Odio, sì, dice il superstite della tragedia, ma per l'incoscienza di chi stracciò i piani di volo abbandonandosi ad acrobazie omicide: "Non ce l'ho con l'America, ce l'ho con l'imbecillità!". Perché "quei morti (i cui nomi, in uno stillicidio funebre di note, compaiono alla fine su uno schermo) restano morti". Il testo trova l'interprete ideale in Andrea Castelli, attore - orchestra che dà il colore di una varia umanità al suo personaggio, ne fa un montanaro semplice e giusto che parla, straziato, a nome della sua valle oltraggiata e delle vittime.

Dolore e paura, non accuse va in scena la tragedia del Cermis

Il 3 febbraio 1998 un aereo Prowler decollato dalla base di Aviano trancia i cavi della funivia del Cermis. La cabina si schianta al suolo, ci sono venti vittime. Intorno a questa vicenda, ai suoi responsabili (l' aereo volava molto al di sotto dei limiti consentiti, ma questa pare fosse un' abitudine dei piloti americani in esercitazione) molte sono state le polemiche. Ma non è in questa chiave che va letto Ciò che non si può dire lo spettacolo al Teatro Litta, fino a domenica, regia di Paolo Bonaldi, produzione dello Stabile di Bolzano. «A interessarmi è soprattutto la vicenda umana ­ spiega Pino Loperfido, il trentaduenne autore del testo ­ L' allusione del titolo a qualcosa che non si può dire non fa riferimento a eventuali verità nascoste. Indicibile è il dolore, la paura, la morte». A ripercorrere la vicenda una sola voce, quella del manovratore della cabina sopravvissuto e portato in salvo dopo 57 minuti, durante i quali rimase sospeso sopra il luogo dell' incidente. «Quando ho letto il testo ­ racconta Andrea Castelli, interprete del monologo ­ ho sentito addosso tutta la sofferenza, il terrore, l' impotenza di quell' uomo». Un' operazione, questa di Ciò che non si può dire, definita un po' alla Marco Paolini: una sorta di orazione, in cui la tensione civile diventa strumento per tenere viva la memoria di un evento doloroso che ha segnato la collettività e che non va dimenticato. Anche se, come Loperfido fa dire al suo protagonista: «non ce l' ho con l' America. Ce l' ho con l' imbecillità». - SARA CHIAPPORI

Claudia Cannella

"Dal racconto, misto di italiano e dialetto, del manovratore superstite prende vita "Quello che non si può dire. Il racconto del Cermis" di Pino Loperfido, testo vincitore del Premio Bolzano Teatro 2001. Prodotto dallo Stabile di Bolzano, il monologo è interpretato da Andrea Castelli per la regia di Paolo Bonaldi. Da vedere."

Mario Brandolin

"L’esercizio della memoria, che lo spettacolo dello Stabile di Bolzano invita a praticare, è comunque di questi tempi qualcosa di prezioso e da salvaguardare."

Diego Andreatta

Ma «quel pezzo di cielo rimasto vuoto sopra Cavalese» diventa anche una finestra nella quale cogliere una forte invocazione spirituale che passa attraverso il comprensibile giorno dell'ira per approdare alla speranza dell'aldilà.

Eugen Galasso

"Ricostruendo insieme con il regista Paolo Bonaldi il "suo" Cermis, Andrea Castelli ha lavorato sull'alternanza: comici i pochi momenti tali, al limite del grottesco. Poi tesi i momenti di passaggio, pieni i silenzi."

Carlo Martinelli

"Il testo di Pino Loperfido, viene restituito dall'interpretazione di un Andrea Castelli che ha toccato, senza dubbio alcuno, uno dei punti più alti della sua carriera. In certi passaggi, lungo un monologo retto con sicurezza per quasi un'ora e mezza, l'attore trentino è parso trasfigurarsi."

Sergio Zavoli

«Pino Loperfido, con il suo “Ciò che non si può dire”, trova una forma lirica e, nello stesso tempo, puntuale e precisa, per raccontare una recente tragedia, una di quelle tragedie italiane che non sono fatalità, ma colpa. In controtendenza rispetto alla sua generazione, Loperfido dimostra che l’impegno non è morto e può non andare a discapito della ricerca formale.»