Pino Loperfido

Praecipue memoria gaudere

Ugo Volli

"Il 3 febbraio 1998 un aereo americano da guerra, in volo di addestramento, tranciò i cavi della funivia che dalla Val di Fiemme sale al Monte Cermis, provocando la morte della ventina di sciatori che in quel momento erano sospesi in cabina. L’inchiesta mostrò che l’aereo non doveva scendere così in basso nella valle, che il pilota l’aveva fatto per bravata, e mise anche in evidenza il depistaggio operato dal personale di bordo e dalla base di Aviano. La giustizia italiana fu costretta a dichiararsi incompetente, quella militare americana emise una sentenza scandalosamente mite. Sulla strada delle ‘orazioni civili’ inaugura da Marco Paolini, Pino Polerfido ricostruisce l’andamento del terribile incidente, dando voce ad superstite: il conduttore della cabina che viaggiava in senso inverso. Quel che emerge è la crudeltà, l’insensatezza, e la prevedibilità di un disastro che si poteva benissimo evitare."

Dolore e paura, non accuse va in scena la tragedia del Cermis

Il 3 febbraio 1998 un aereo Prowler decollato dalla base di Aviano trancia i cavi della funivia del Cermis. La cabina si schianta al suolo, ci sono venti vittime. Intorno a questa vicenda, ai suoi responsabili (l' aereo volava molto al di sotto dei limiti consentiti, ma questa pare fosse un' abitudine dei piloti americani in esercitazione) molte sono state le polemiche. Ma non è in questa chiave che va letto Ciò che non si può dire lo spettacolo al Teatro Litta, fino a domenica, regia di Paolo Bonaldi, produzione dello Stabile di Bolzano. «A interessarmi è soprattutto la vicenda umana ­ spiega Pino Loperfido, il trentaduenne autore del testo ­ L' allusione del titolo a qualcosa che non si può dire non fa riferimento a eventuali verità nascoste. Indicibile è il dolore, la paura, la morte». A ripercorrere la vicenda una sola voce, quella del manovratore della cabina sopravvissuto e portato in salvo dopo 57 minuti, durante i quali rimase sospeso sopra il luogo dell' incidente. «Quando ho letto il testo ­ racconta Andrea Castelli, interprete del monologo ­ ho sentito addosso tutta la sofferenza, il terrore, l' impotenza di quell' uomo». Un' operazione, questa di Ciò che non si può dire, definita un po' alla Marco Paolini: una sorta di orazione, in cui la tensione civile diventa strumento per tenere viva la memoria di un evento doloroso che ha segnato la collettività e che non va dimenticato. Anche se, come Loperfido fa dire al suo protagonista: «non ce l' ho con l' America. Ce l' ho con l' imbecillità». - SARA CHIAPPORI