Tutti i sogni di Maruska

di Katia Malatesta

TRENTO - Gli affezionati delle Notti al castello sono accorsi puntualmente al Buonconsiglio, nei giorni scorsi, anche per il quarto appuntamento di arte e letteratura organizzato a cornice della mostra dedicata agli «Ori dei Cavalieri delle Steppe». La serata, trasferita per il maltempo dagli spazi aperti della Loggia del Romanino nell'opulenta vastità della Sala Grande, ha attraversato millenni di storia per riannodare con l'attualità il discorso aperto in mostra dai tesori dell'aristocrazia nomadica ritrovati nelle steppe dell'odierna Ucraina. Al pubblico del museo Pino Loperfido (nella foto) ha offerto una viva lettura di un suo racconto originale intitolato «Manuale di sopravvivenza per badante ucraina», commentato dalle musiche dei grandi compositori russi nell'accompagnamento dei Minipolifonici. Dopo il processo intentato a Romanino, protagonista dell'estate 2006, lo scrittore e giornalista trentino ha dedicato al museo una storia giocata sui toni più intimi del racconto confidenziale, mettendo a fuoco il rapporto tra una giovane assistente domiciliare proveniente dalla Piccola Russia e il suo anziano assistito trentino. Dalla mostra al leggio, con uno scarto di trenta secoli, ha preso forma un confronto tra civiltà che non si risolve nello scontro, ma - oggi come in antico - genera scambi, coordinamenti e nuovi bisogni. Come il percorso archeologico scopre gli stereotipi dietro l'opposizione tra il mondo «civile e colto» delle popolazioni mediterranee e quello orientale, «barbaro» e indomito, di guerrieri nomadi e principesse amazzoni, così il monologo di Loperfido mette di fronte mondi lontani attorno a un fenomeno che negli ultimi anni ha cambiato anche la società trentina. Nel «Manuale di sopravvivenza» di Loperfido la confessione di Maruska si intreccia con la felice riscoperta di un gioiello della narrativa russa, prendendo spunto dai mostruosi sviluppi del «Cuore di cane» del compagno ucraino Michail Bulgakov per comporre il parallelismo con il trapianto di costumi e sentimenti che è condizione e pena del migrante. La cronaca di una nuova forma di convivenza diventa ponte verso le sterminate pianure ucraine, per un viaggio nello spazio e nel tempo che chiarisce il nesso tra la crisi economica seguita alla dissoluzione dell'Unione Sovietica e il precipizio della società occidentale, imbarazzata dalla vecchiaia e colpevole di volerne fare un problema. Dopo le livide esasperazioni di «Teroldego», stravolto ritratto di un Trentino giovane, smarrito e razzista, Loperfido tenta nuove strade, ancora distanti dall'immagine folklorica ma più vicine alla dimensione rassicurante del «politicamente corretto», per raccontare le complessità di una società che si fa - anche suo malgrado - sempre più plurale. Ma la scrittura si scontra con lo spessore dei sentimenti, delle motivazioni, dei sogni e dei bisogni delle tante Maruske venute dall'Est per prendersi cura dei «nostri» anziani.

La malinconia delle badanti ucraine

di Federica Mormando

TRENTO - Sono duemila, quasi tutte clandestine, qui a rappezzare i buchi delle cosiddette infrastrutture. Le badanti ucraine fanno parte del nostro substrato sociale, lo si sa anche se in qualche modo lo si riconosce poco: le si vive come fossero un fenomeno un po' accidentale, quasi ai lati di noi. Invece sono nelle nostre case, vicino più di noi ai nostri cari invecchiati.
Sulle badanti, e sulla nostra società di oggi, Pino Loperfido ha scritto "Badanti: istruzioni per l'uso", un monologo tenero e poetico, provocatorio e gentile, che reciterà alla sala del Romanino, al Castello del Buonconsiglio, domani alle 21, con l'accompagnamento di musiche di autori russi eseguite dai «minipolifonici». Loperfido ha preso spunto dall'ambientazione di Ori dei cavalieri delle steppe: collezioni dei musei dell'Ucraina per rendere, con questo spettacolo, un piccolo omaggio alle nostre badanti.
L'avvio è una scena quotidiana: Maruska è accanto al suo assistito, gli legge un libro di Bulgakov e intanto si preoccupa di come sta, ricorda le sue medicine e la propria terra. «La città in cui sono nata si chiama Kiev. E splendida, sai?».
Si stupisce, il vecchio, di questi racconti. In effetti, non abbiamo tempo per conoscere queste persone che abitano le nostre case spesso iiù di noi: «Noi russi, ucraii, kazaki... Tutti i popoli e le il pugno di Dio è riuscito a contenere quando ha plasmato la nostra terra. Uomini e donne come voi». Il titolo del monologo si ispira ai manuali in Internet per badanti straniere, il testo è una lunga poesia.
Spiega l'autore: «Quelli che hanno fatto il boom ora sono vecchi. Aabbiamo sempre più anziani e sempre più malattie che ci colgono prima della vecchiaia. Vecchi e malati abbandonati mentre corriamo dentro a un sistema che ci fa dimenticare gli affetti veri. Dobbiamo renderci conto che siamo di fronte a un cambiamento della struttura sociale, un substrato nuovo si è ormai creato. Solo dopo essersene rese conto, le istituzioni devono prenderne atto e sedersi a un tavolo con i rappresentanti delle badanti, per rendere più giusta la loro situazione».
Il monologo di Loperfido pare suggerire: avviciniamoci personalmente al mondo e alle store delle ucraine. Ci aiutano, eseguono un lavoro che le porta anche a partecipare, affezionarsi, soffrire di storie non loro. Un'atmosfera affettuosa renderebbe tutto più facile. E più vicino al cuore. «Le pianure ucraine... nel mio paese è tutto così... così... immenso».