Imputato Romanino, si alzi!

Riuscitissimo "processo" con Pino Loperfido
di Katia Malatesta

TRENTO - «Tutti in piedi, entra la corte». Questa volta la Loggia del Romanino si è trasformata in aula di tribunale per gli spettatori delle Notti dei Musei al Castello del Buonconsiglio. La seconda serata dedicata al pittore bresciano ha preso la forma di un "Processo a Romanino" scritto e interpretato da Pino Loperfido, in gran forma nel vestire a turno i panni del giudice, dell'accusa e della difesa. La lettura scenica, accompagnata dalla musica dei Minipolifonici di Trento, ha giocato con i riti, le formule, le eleganze e i cavilli del procedimento giudiziario riletto nella cornice di un "dramma giocoso" eppure affilato e convincente nell'avvicinare l'arte del Romanino. Lo scrittore trentino ha colto nel segno trascinando la platea in una divertita indagine delle reazioni opposte e veementi che l'opera del pittore ha saputo suscitare, ricordando fin dall'inizio che ogni giudizio resta legato alla cultura e al punto di vista di chi lo formula; soltanto dopo aver trovato la giusta distanza - guarda guarda! - l'arte potrà portarci dove da soli non sappiamo arrivare. Loperfido ha alternato tic e inflessioni dialettali per discutere le tesi dell'accusa e della difesa su tre aspetti controversi della pittura romaniniana: le disuguaglianze stilistiche, la presunta blasfemia, la rozzezza. Il processo ha ripreso istanze e battibecchi dal celebre dibattito che si svolse quarantuno anni fa a Brescia, in occasione della prima mostra monografica sull'artista, coinvolgendo fra gli altri Renato Guttuso e Pier Paolo Pasolini; e vien spontaneo unirsi alla nostalgia di Loperfido per un tempo in cui la storia dell'arte muoveva tante e tali energie intellettuali in un discorso di cultura capace di volare oltre gli specialismi dei critici di mestiere. All'arringa del pubblico ministero Loperfido ha consegnato il canone accademico con la tradizionale denuncia della via solitaria e trasgressiva di un artista diseguale che è difficile imprigionare in un'etichetta: come affermava Pasolini, non esiste "un Romanino vero che soddisfi tutti noi". Per l'accusa un pittore siffatto non può che dirsi provinciale. Per la difesa, invece, Romanino è il pittore che non si accontenta, che insegue la realtà e non ne ha mai abbastanza. È questa la chiave che ci apre gli occhi alla religiosità anticipatrice dei suoi Cristi contadini e ai suoi "quadri oscuri, mormoranti, pieni di brutta gente". Loperfido insegue complice l'irrequietudine scontrosa, burbera e ribelle che segna un mondo poetico di mani callose e piedi piagati, di servette, gaglioffi e soldataglia ritratta senza lusinghe: del resto, "il metodo di Romanino - come ci ha dichiarato l'autore al termine dello spettacolo - è quello dello scrittore, la sua arte come la nostra affonda nell'osservazione del quotidiano". Al ritmo del contraddittorio gli occhi si alzano verso i corpi tozzi della Loggia, e quando la corte si ritira per deliberare l'assemblea popolare è già pronta ad accogliere un verdetto che sottolinea l'ansia del Romanino di includere nella sua opera quanta più realtà possibile, "anche se essa è grande e terribile" (Guttuso). In nome del popolo italiano, Loperfido ha dichiarato Romanino non colpevole, anzi ideale compagno di strada di tutti noi. E lo ha immaginato a confronto con i vizi e le tragedie del nostro tempo: se avesse potuto descrivere le nostre pacchiane abitudini, se avesse dovuto gridare le nostre tragedie -dal soldato trentino ucciso dal cecchino italiano allo schianto del World Trade Center -, Romanino ci avrebbe lasciato senza fiato. Dopo i lunghi applausi, Loperfido ha ricevuto le congratulazioni del curatore della mostra Ezio Chini; e la serata si è chiusa nelle sale della mostra, di fronte alle tele dell'imputato.