Pino Loperfido

Praecipue memoria gaudere

Manuale di sopravvivenza per badante ucraina
Un monologo

Beh, che c’è? Perché ti sei fermato? Non hai più voglia di leggere? Questa storia io la conosco molto bene. Quando ero piccola me la leggeva la nonna Natalia. “Ascolta, Maruska, piccola Maruska… questa storia incredibile…”
Io naturalmente facevo finta di essere coraggiosa, ma in realtà morivo di paura e mi tiravo su le coperte fino agli occhi, mentre fuori dal vetro la neve non la finiva di cadere.
“Michail Afanasevic Bulgakòv” pronunciava la nonna, solenne, sull’attenti come un militare. “Bisogna ricordarli i figli di questa terra”.
(pausa)
Che c’è? Hai freddo? Ma se ci saranno almeno trenta gradi… Questa città è proprio pazza. Non rispetta le stagioni. D’inverno fa caldo, l’estate … lasciamo perdere. D’altra parte mi avevano avvisata… Me l’avevano detto: vai a Roma, a Milano… Quelle sono – come si dice? – metropoli, lì non ti può mancare proprio niente.
Io, invece, testarda, avevo cercato una città particolare che non mi facesse rimpiangere troppo la mia amata Ucraina. Ero giovane. Veramente giovane. Una bambina. Da noi non si viveva male. Oddio, non eravamo pieni di soldi. Ma non ci mancava nulla. Fino al giorno in cui quella perestroika non c’ha resi tutti una massa di pezzenti.
È accaduto proprio così, sai, all’improvviso. Una mattina ci siamo svegliati e guardandoci allo specchio ci siamo resi conto di essere diventati poveri. I soldi che avevamo in banca non valevano più nulla. Chi aveva un lavoro fisso cominciò a non vedere più lo stipendio, o ad incassarlo sotto forma magari di buoni per i viveri. Hai capito?! Tu andavi lì per ritirare i rubli e quelli invece dei rubliti davano una gallina da fare al forno.
È strano, sai? Da voi, in occidente, tutti applaudivano Gorbaciov, “compagno Gorbaciov, la glasnost…, cavoli che cosa stupefacente…” convinti che si trattasse di un cambiamento positivo, qualcosa per la quale valeva la pena esultare… Evviva! Evviva! (pausa) C’erano anni in cui il denaro non valeva la carta su cui veniva stampato. Sai a quant’era arrivata la nostra inflazione? Come dici? Venti? (ride, pausa, seria) 10.650 per cento, ci pensi? Difficile perfino immaginarla una cosa così. Ho resistito qualche anno, ma poi son dovuta scappare. I vecchi da mantenere, la vita sempre più costosa… Era diventata… Lo sai quanto prendeva la mia mamma di pensione? Undici dollari. Trentacinque anni in fabbrica, tutti i santi giorni, con il ghiaccio, a meno trenta gradi, con le doglie del parto, coi mal di testa, con i piedi gonfi… 35 anni, undici dollari al mese.
(pausa)
Copriti, dai! Stai tremando come se fuori ci fosse la neve. E poi nemmeno mi ascolti… Credi che non me ne accorga?!
Cos’è non ti interessa sapere chi era il compagno Bulgakòv? Come? (spazientita) Parla più forte che non ti sento. La tivù?! Lasciala perdere una buona volta la tivù! Lo vuoi capire che quella ti fa più male delle tue malattie. Ti stordisce, ti riempie il cervello di veleno. E di pillole per curarti da quella scema non le trovi mica in giro. Lasciala perdere la tivù, ‘scolta qua invece:
(marziale) Michail Afanasevic Bulgakòv… (Eh, la nonna…)
Era nato a Kiev, proprio come me. Lui voleva fare il giornalista – scrivere, scrivere, scrivere –, ma venne arruolato come medico militare e spedito sul Caucaso. Eppure riuscì lo stesso a fare il mestiere che sognava. Tenere la penna in mano. Il giornalista, insomma. E allora i giornalisti, sai, facevano veramente i giornalisti. Voglio dire, le notizie erano degne di questo nome. Magari può sembrare strano ma di quanto combinavano i vari Lapi Elkann e Flavi Briatore non interessava proprio a nessuno. (lentamente) Un giornale era una cosa troppo seria per scriverci sciocchezze.
Sai di chi era amico Mihail? Non ci crederai… Culo e camicia – quasi – col compagno Stalin, sai? Proprio quello! Gli capitava spesso di parlargli così come io sto parlando a te. Ciononostante non ottenne mai il permesso di uscire dall’Unione Sovietica. Mai, per tutta la vita. Due anni prima di morire scrisse un’ultima volta a Stalin. “Mi faccia fare un viaggio all’estero, la prego, uno solo. Almeno per vedere i miei fratelli a Parigi”. La risposta fu una. Una sola. Precisa ed inappellabile. Niet! Niente da fare compagno Michail.
(pausa)
Beh, che c’hai da guardarmi così? Vai avanti a leggere, no?


No. Non me lo ricordo più.
(guarda le pillole nelle mani)
Secondo te ti ho dato la pillola blu o quella rossa? Boh!
No perché di solito non mi sbaglio mai, certe operazioni richiedono una certa – come si chiama? –concentrazione. Solo che tu… certe volte mi fai una testa così con la politica, il traffico, l’inquinamento… tutte quelle cose strane. Non faccio a tempo a svegliarmi che mi stordisci con queste fandonie. Cosa te ne fregherà di certe cose?! (Lo guarda) Ormai, voglio dire.
Pausa
Scusami. Dài, cerca di capire cosa volevo dire…
Dai, manda giù quella roba che se fai il bravo Maruska ti porta sul poggiolo a prendere un po’ di sole. È così bello stamattina. Li senti gli uccellini come cinguettano? È la primavera, certo. Nonostante questo traffico maledetto. Tutti questi pazzi che avvelenano l’aria e…
Come dici?
Sì, te l’ho comprato il giornale. Eccolo qui (Gli dà un’occhiata) La sai una cosa? È uguale a quello di ieri. E se ti ricordi quello di ieri era uguale a quello di ieri l’altro. Ma non lo capisci che certe cose le scrivono solo per farti impazzire? Voi italiani siete proprio ingenui. Abboccate all’amo come tanti pesciolini sciocchi, come se quello che scrivono i giornali fosse sul serio la verità.
Sì, lo so che non ti piace sentirtelo dire… Ma dalle mie parti non va bene essere tanto ingenui. È una questione di sopravvivenza. Non è così facile trovare i soldi per mangiare, per vestirsi… Ma senti… Com’è che improvvisamente ti interessi tanto a me? Non vuoi più leggere il compagno Bulgakov? Guarda… Fa’ una cosa: usa il fazzoletto che sennò sbavi dappertutto.
Questa è bella!
Due anni…. due anni che sto in casa tua e solo adesso mi chiedi di raccontarti la mia storia. Beh, non è gran cosa, credimi. Roba minima. Di certo non la scriveranno nei libri di storia la vita di Maruska. Sei proprio sicuro di volerla sentire? Mettiti comodo allora.
Com’è il sole? Caldo, vero? Bene. Sono proprio contenta.

La città in cui sono nata si chiama Kiev. È splendida, sai? Non lo dico solo perché è la mia città, ma perché è davvero una delle più belle d'Europa. Del mondo, forse. C’è tanto verde con importanti luoghi di – come si dice? – interesse storico, ed è bellissima in ogni stagione. Ma lo è soprattutto in primavera quando prati ed alberi sono in fiore e Kiev risplende magnifica, piena di storia, fra le guglie dorate delle chiese ortodosse e l’azzurro del fiume Dniepr. (canticchia) Scorri lento dolce Dniepr…
Mio papà se n’è andato quando mia madre è rimasta incinta. Pure lei ha dovuto fare tutto da sola. Mi ha portata dai nonni, ancora piccola.
Perché ti meravigli se ti racconto ciò. Lo so. Pensi che noi figli di madre Russia non abbiamo un cuore. Siamo una specie di alieni fatti di transistor e bottoni. Magari a guardarci dall’esterno, di sfuggita, senza interesse, può sembrare così. Eppure… siamo umani, anche noi. Siamo diversi da voi, distanti, ma sappiamo amare. Te lo giuro! Noi tutti russi, ucraini, kazaki… Tutti i popoli e le razze che il pugno di Dio è riuscito a contenere quando ha plasmato la nostra terra sconfinata. Uomini e donne come voi. E non credete a quel che vi raccontano. Almeno questa volta. Noi non siamo solo sommergibili nucleari, kgb e ballerini del Bolshoj.
Ma ce l’hai presente le pianure ucraine? No, certo… Che ne puoi sapere tu che nella vostra regione la spianata più grande che avete in Trentino sono i campi da calcio, l’aeroporto di Mattarello. Non la conosci l’Ucraina… Eh? Ma che c’entra quello lì… Lo sapevo che prima o poi lo avresti tirato fuori. Andrej Schevchenko, quello è solo un calciatore, un ragazzotto pieno di soldi. Ma… a proposito di calcio, te l’ho già fatta quell’iniezione? Che sciocca: sto perdendo la memoria.
(sognante) Ma certe cose non potrò dimenticarle mai più. Nel mio paese è tutto così… così… immenso.

Detto così può sembrare che viviamo in una specia di deserto. E invece non è così. (Parla di cose che sembra vedere) Pascoli di mucche, carretti trainati da cavalli ed asini, stormi di papere e gente che vive di cose semplici giorno dopo giorno e non corre appresso al tempo, come fate voi. Sa come farsi bastare l’aria che respira. E quando si trova davanti a qualcosa di bello: un paesaggio, un’opera d’arte, il viso del proprio amato lo sai cosa fa la gente ucraina? Lo guarda. Voi italiani non sapete più farlo. Al limite fotografate col telefonino, lo riprendete e lo mettete su Internet. Ma a guardare veramente, con gli occhi e con il cuore, non ne siete più capaci. Non ne avete più il tempo.
Come? Vuoi sapere se mi manca tutto ciò? (sorride) Mi manca come potrebbe mancarti l’infinito. L’immensa vastità delle steppe che non finiscono mai; dalle foci del Danubio fino al cuore dell’Asia. Migliaia e migliaia di chilometri. Tu getti lo sguardo davanti a te e non sai quando arriverà a destinazione, come un pescatore che getti una lenza infinita e poi cominci a girare il mulinello: solo alla fine si renderà conto di aver pescato un tesoro. E poi il nostro passato… Quello non ce lo può togliere nessuno. Millenni attraversati dai popoli che ci hanno generato.
Lo so già cosa stai pensando. Barbari. Eh no, caro. Non sai quanto vi sbagliate. Qua da voi siete bravi a fare due cose. La pastasciutta e parlar male di chi non conoscete.
I miei antenati non erano barbari. Erano guerrieri nomadi che eccellevano nell’uso del cavallo e dell’arco. Erano genti con una dignità grande, che avevano il senso dell’onore e dell’appartenenza. Le qualità dei grandi uomini. Altro che barbari.
(pausa)
Sì, sta tranquillo: adesso te la misuro la pressione. Con questo caldo ho paura che non potrà essere tanto buona.


Ottanta – quarantacinque. Secondo me è buona se non ti arrischi a metterti dritto in piedi. Tranquillo, stai seduto e tutto andrà bene. Allora, quale storia vuoi che ti racconti? Quella scritta dal compagno Bulgakov… l’hai capita la trama, no?! C’è questo scienziato pazzo che prende un cane e gli trapianta quella roba là – l’ipofisi –. Pensa un po’ cosa s’era messo in testa questo qui. Non so cosa si aspettasse esattamente. Di sicuro non di trovarsi davanti all’essere che… Già, perché devi saper che quella isopofi-ifosopi-ipofisi non l’aveva prelevata da un cadavere qualsiasi, bensì da quello di un delinquente. Capisci cosa vuol dire ciò? No?!
L'effetto del trapianto è davvero sconvolgente, in breve tempo il cane assume sembianze umane, perde i peli, cammina su due zampe e, soprattutto, parla! Un uomo – un essere schifoso – ma un uomo, santo cielo: un uomo con il cuore di un cane. Un essere vivente che pensa, soffre, ulula e guaisce, desidera e gioisce. Pensa che follia, avere l’anima di un'altra persona. Lontani migliaia di chilometri da casa e dimenticarsi di sé al punto da aver paura a dire il proprio nome. Costretti a nascondersi tra la folla per evitare di essere additati, accusati, esposti alle gogne della quotidianità.
Eh? Alza un po’ la voce… Cos’è che stai dicendo?
Già, hai proprio ragione. Non è più la storia del compagno Bulgakòv quella che sto raccontando adesso. Ma quella di chi anni fa è salita su un autobus, in un giorno di pioggia, uno dei quei giorni in cui pare debba piovere per sempre. Non mi scorderò mai i tetti di Kiev visti in lontananza, attraverso i vetri bagnati, mentre già attraversavamo il grande tappeto della steppa. Io lo sapevo a cosa andavo incontro. Senza permesso di soggiorno a rischiare non sei solo tu, ma pure chi ti assume. Ero – come si dice? – cosciente di quanto stava avvenendo, eppure… Un senso di sollievo mi accarezzava le tempie e mi faceva stare bene; come quando ti siedi su un divano, sospiri e finalmente chiudi gli occhi dopo una giornata passata in piedi a lavorare. Se non fosse assurdo sarei tentata di dire che ero… contenta. Che strano… Ero me stessa eppure non lo ero più. Sentivo di portarmi dentro uno stato d’animo, una consapevolezza, una dignità che però non ero più in grado di riconoscere. Come se lo stesso scienziato della storia di Bulgakov mi avesse rapita e mi avesse trapiantato il cuore di un'altra persona o forse di un animale.
I primi tempi è stata dura, non posso negarlo. Camminavo per le strade della vostra città tra i monti e per non impazzire immaginavo l’universo, la vastità degli spazi interstellari, l’enormità delle stelle e delle distanze e capivo quanto era piccolo il mio dolore, quanto insignificante erano i miei problemi, quanto inutili le mie lacrime di fronte alla incommensurabile vastità del Mistero.
Eppure quanto mi ferivano quegli sguardi. Come se ogni occhiata fosse pronta a giudicarmi. “Guardala, quella lì, la badante”. Guardatevi dalle badanti, quelle sono tutte furbastre. Una volta entrate in casa non te le togli più di mezzo. Specialmente quelle straniere. Fate attenzione! Credono di essere chissà chi!
Eppure, ascoltatemi per una volta. Ascoltate le parole di Maruska: se non ci fossimo noi, chi li accudirebbe i vostri padri e le vostre madri sconvolti, annichiliti da tutte quelle schifose malattie, morbi del corpo e dell’anima. Chi penserebbe a loro? Ai loro bisogni, a certe assurde richieste, al farmaco da cercare sui comodini pieni di medicine, colmi di scatole, capsule e fiale.
Siete stati voi a chiamarci, non dimenticatelo. C’avete cercate, pescate nel cilindro della nuova Europa. Dacché vi è mancato il tempo per pensare ai vostri cari. Non avete più tempo per mettere una sedia accanto a quel letto e fare quattro chiacchiere, tempo per tenere la mano a chi pian piano se ne sta andando e nemmeno lo sa. Non avete più tempo per amare. (urla) Che cosa è diventata la nostra vita? Che razza di animali siamo che non si prendono più cura di chi li ha messi al mondo?


EPILOGO

Cosa fai, adesso? Perché non dici più niente? Perché non ti muovi più? Scuoti il capo. Ti passi la mano sulla fronte come per asciugarti quel sudore freddo che ti imperlina dalla testa ai piedi. Cerchi di farmi capire che non hai più voglia di stare ad ascoltarmi. Ho capito. Mi vuoi spiegare che non hai più voglia di vivere.
Che posso dirti, io? Non sono un prete. E nemmeno uno psicologo.
Io sono solo Maruska, la tua badante, una piccola donna, un essere invisibile venuto da un paese lontano per tenerti in ordine la casa, per lavarti le camicie, per stirartele e – perché no – per farti un po’ di compagnia. Ma i miracoli… quelli non li posso fare. Proprio no. Posso iniettarti le medicine, questo sì, ma non posso iniettarti la voglia di vivere.
Eppure… Il mio cuore mi dice che la tua disperazione non è normale, non è umana. È la vecchiaia che ti fa pensare certe cose, dai! La vecchiaia bastarda piagata dai malanni, dalla solitudine, dalla follia di voler essere felici a tutti i costi quando felici – ad un certo punto dell’esistenza – non lo si può essere più. Il mio cuore mi dice che sbagli. E il mio cuore di cane, stasera, ha un messaggio buono per te. Un messaggio che ti solleverà dai tuoi malanni almeno per un po’. Ti renderà leggero, all’improvviso per te sarà come tornare bambino e ogni dolore ogni piaga ogni ansia saranno vaghi ricordi che stanno per essere dimenticati. E il messaggio è questo: vivi! Vivi…
Vivi ancora un po’, ti prego.
La tua Maruska ha ancora tanto da raccontarti…